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La solitudine dei numeri 3

Allora, niente pure stavolta? Occhei la gloria, c’è pure il videomessaggio di Beppe, che lo fa solo nelle occasioni importanti. Sul blog (un po’ spopolato, però: ieri pomeriggio, alle 19,29 solo 129 commenti alle parole di Beppe, che pure tutti abbracciava, oguno ringraziava).

2 Giugno 2015 alle 09:52

La solitudine dei numeri 3

Beppe Grillo durante il suo comizio di chiusura della campagna elettorale del Movimento 5 stelle a Genova (foto LaPresse)

Allora, niente pure stavolta? Occhei la gloria, c’è pure il videomessaggio di Beppe, che lo fa solo nelle occasioni importanti. Sul blog (un po’ spopolato, però: ieri pomeriggio, alle 19,29 solo 129 commenti alle parole di Beppe, che pure tutti abbracciava, oguno ringraziava). C’è il nuovo mantra del “reddito di cittadinanza”, oramai d’uopo premettere a ogni possibile uscir di fiato: “C’è il sole, oggi…”. “Che cazzo dici, senza il reddito di cittadinanza!”. Di gloria tanta, si diceva – sempre a mordicchiare le chiappe al secondo arrivato, certe volte pure al primo, l’aria rarefatta del podio, sempre a far da companatico al panino tra pesanti fette di pane casarecccio del fetido castismo nazionale. E’ la solitudine dei numeri terzi.

 

E allora, coraggio. “Siamo il primo partito in tre regioni!”, forza e coraggio, altre diciassette e il gioco è fatto. “Rivoluzione!”. Sempre la vecchia attrezzatura, sempre il solito trovarobato frequentato negli anni, il barocchetto del piccolo rivoluzionario. Come domandano su Repubblica all’esultante Fico: “Siete terzi col 20 per cento. Va bene così?”. E quello: “E’ fondamentalmente una vittoria…”. Fondamentalmente, apposta. A guardare bene. A fare attenzione. Quasi a lavorarci di fantasia. Fondamentalmente è parola istruttiva, a voler prendere esatte misure a quelli del cinquestellismo nazionale, che hanno ottime e buone ragioni per darsi arie e far mostra di contentezza (per proprio merito, per altrui coglionaggine) – essendo ormai istituzionalizzata al decimale l’esattezza della previsione che mezzo secolo faceva fa il sen. Bob Kennedy, di veltroniana memoria: “Il 20 per cento delle persone è comunque contrario a quasiasi cosa”. Fondamentalmente s’avanza, da casello a casello, ma sempre sul bordo autostradale ci si ferma. In solitudine. Pure lontani da qualsiasi autogrill. La solitudine dei numeri terzi.

 

L’altra parola – fondamentalmente fondamentale – è rivoluzione. “C’è una rivoluzione in atto”, dice Fico (parecchio più interessante e illuminante la sua intervista su Repubblica di qualunque proclama post urne di Beppe). Se la rivoluzione è in atto, chiaro che non c’è altro da fare che la rivoluzione stessa. S’avanza. Si marcia. Si lotta. Mica c’è tanto altro di cui discutere. Intese? Accordi? Assessorati (vade retro, come è successo in Puglia, ché il fantasma della “cozza pelosa” è lì che maligno rimira le chiappe della buona sorte)? Siam gente da simili cose, mentre facciamo simili sovvertimenti? Allonsa enfants – e non si accettino distrazioni d’altro tipo! Se volete, votateci il reddito di cittadinanza. Se volete, e a opportuna distanza. Sennò, non rompete le palle che noi andiamo, stiam rivoluzionando. Così, sempre guest star e mai star. E’ la solitudine dei numeri terzi.

 

Ormai quasi una vita politica a far rivoluzione, ad annunciare rivoluzione, a promettere rivoluzione, ma alla fine – a metter il capino fuori dell’onanismo della rete o dei baccanali in streaming – sempre da terzi si sta: come se si fosse mais rispetto al tonno (la famosa scatoletta), prezzemolo per l’ajo e ojo, dubbio tra trenette e fusilli per il pesto. Quesiti non disprezzabili, ma sempre non indispensabili. Come dice Fico (ma quante ne dice!), a conferma e a consolazione: “I nostri profili sono aumentati in follower”. Wow! E’ la solitudine dei numeri terzi.

 

[**Video_box_2**]Peraltro, è stata una campagna, quella cinquestelle, sempre con riferimenti diretti o indiretti a pizzerie e altri luogi di buonissima sosta (pure Beppe, a servire tra i tavoli del Veliero), “spesso gli attivisti ci hanno regalato i pranzi nei loro ristoranti o le notti nei loro B&B” (il beato Fico) – perciò la più consistente base politica, s’intuisce, posizionata tra la possibilità dell’antipasto e la pratica nobilissima dell’affittacamere. E la candidata ligure (terza) – dalla Stampa così titolata: “Alice, la Cenerentola di Grillo che si scopre quasi principessa” – che viene avvistata mentre “stava telefonando a chissà chi, e passeggiava nervosamente davanti al ristorante ‘La forchetta curiosa’, per una notte sede del Movimento 5 stelle”. Però, benedetta ragazza: entri e si accomodi. E mentre l’unico progetto pratico – a parte il reddito di cittadinanza, anzi Reddito con la maiuscola, se ce lo votate, pure l’acqua pubblica, pure la rinnovabile – è la felice transumanza del Maalox da Beppe annunciata: dallo stomaco suo allo stomaco altrui. Che sul blog – sovrastante una foto imperdibile di Casaleggio su sfondo di Venezia: come gondola dondolante sull’acqua – fa di conto: “Il M5s è la seconda, quasi la prima, forza del paese”. “Quasi” principessa era la Cenerentola loro. “Quasi” la prima forza, ma poi è seconda, ma quasi prima (va a capire), nella maggior parte delle regioni i candidati piazzati terzi. Fondamentalmente quasi. La solitudine dei (quasi) numeri terzi.

Stefano Di Michele

Diplomato in ragioneria, però con il minimo dei voti. Prima del Foglio, è stato per molti anni all’Unità. Ha studiato (con profitto) dalla suore, dove ha frequentato l’asilo e le elementari. E’ stato iscritto (non pentito) al Pci. Gli piace oziare, avere del tempo da perdere, leggere libri sui bizantini. Non viaggia, non sa l’inglese, non ha un blog, non capisce di calcio, non sa suonare nessun strumento musicale, non ha la patente. Ama appassionatamente i gatti, i papaveri e i cocomeri. Ne ha due (di gatti): Borges e Camilla. Detesta i cacciatori, la gente con la pelliccia, i toreri, i cristiani rinati (se non è venuta buona la prima ci sarà un motivo) e i Suv. Adora Elias Canetti, Borges (gatto e poeta), Brunella Gasperini, Pessoa, la Yourcenar, Cèchov, Kavafis, il suono della fisarmonica, il tenente Colombo, le strisce di Mafalda e andare la sera – a sentir racconti e a raccontare – dar filettaro. Da credente, è convinto che ci sia qualcosa di miracoloso e divino negli animali, negli alberi e nei versi di Emily Dickinson. In generale si fida della polizia, dei preti (a volte) e dei vecchi comunisti.

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