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Allora tenetevi il Preside travicello

Marco Valerio Lo Prete
Lo spauracchio del dirigente scolastico-dittatore viene agitato per tutelare lo status quo della scuola. Così il preside è stato trasformato in un burocrate che non tocca palla su nulla. Analisi di Banca d’Italia e Ocse (e molto altro) - di Marco Valerio Lo Prete

Roma. Il pericolo è dietro l’angolo. Non c’è talk-show o manifestazione che si rispetti in cui non si diffonda l’allarme: il preside, grazie alla riforma della scuola targata Renzi che ieri veniva votata alla Camera, sta per diventare un dittatore. D’altronde, a voler dare retta a certi critici, fin d’ora basterebbe poco per trasformare il dirigente scolastico italiano in un autocrate. Eppure ci sarà un motivo se sul sito web di sopravvivenza scolastica Studenti.it, alla sezione “Diritti degli studenti a scuola”, accanto a una circolare ministeriale del 1969 che dimostra “l’illegalità dei compiti per il lunedì”, figura la voce “Il tuo professore è pazzo? Ecco cosa fare”, e invece non c’è traccia di manuali d’autodifesa dal preside. Perché quest’ultimo, oggi, nella scuola italiana assomiglia a un Re travicello, altro che “monarca incontrastato” prossimo venturo (lo sanno perfino gli studenti più scapestrati). Tutti concentrati a scongiurare il preside che non vorrebbero, i più accaniti avversari della riforma dovrebbero avere pure l’onestà di ricordarci lo status del preside che c’è, hic et nunc.

 

Questo status, in sintesi, lo descrive per esempio Paolo Sestito, dirigente della Banca d’Italia e per due anni presidente dell’Invalsi, autore per il Mulino de “La scuola imperfetta”: i presidi “ben poco sono stati chiamati a esercitare un ruolo di leadership all’interno della scuola, tanto da un punto di vista professionale, quanto da un punto di vista più propriamente manageriale. Questo è evidente quando li si compara coi loro omologhi in altri sistemi. Quelli italiani sono mediamente piuttosto anziani. Non hanno voce in capitolo nella scelta del loro personale, su cui non sono tenuti a esprimere giudizi, e nelle principali scelte”. Parole da ricordare quando, al primo talk-show utile, andrà in onda il servizio su quel grande liceo romano che non ha i soldi per riparare la caldaia (storia vera). Colpa dell’austerity, diranno, la riforma non serve a scaldarsi. Glissando sul fatto che il preside dello stesso istituto non ha nemmeno il potere di stornare i fondi da una voce qualsiasi per indirizzarli alla manutenzione straordinaria (storia vera).

 

[**Video_box_2**]Nella scuola odierna, quella della graduatoria centrale onnipotente e della valutazione decentralizzata assente, un preside responsabile di qualcosa diventa una figura da cui tenersi alla larga. Sestito (Banca d’Italia) nei suoi interventi ha ricordato per esempio “la logica di sanatoria” che ha sempre prevalso nella selezione dei presidi, e l’assenza di un cursus honorum prima di accedere alla dirigenza (perché se gli insegnanti devono essere tutti uguali, non possono esistere carriere differenziate, forme di mentorship o tutoraggio come altrove in Europa). Tutto questo non è il massimo per puntellare il prestigio di una leadership. D’altronde al preside italiano si chiede di consumare il 50 per cento del suo tempo in “gestione e amministrazione”, più di tutti i colleghi europei, e di dedicare quasi zero tempo all’insegnamento, meno di tutti i colleghi europei (dati Eurydice).

 

E nonostante tutto il tempo passato sulle scartoffie, l’Ocse certifica che il preside italiano è pure quello che ha minore autonomia nella stesura del bilancio finanziario della propria scuola, peggio di lui fanno solo il collega austriaco e quello polacco. Sempre secondo l’Ocse, la percentuale di dirigenti scolastici che ammette una certa autonomia di decisione nella determinazione dei salari degli insegnanti è pari all’80 per cento negli Stati Uniti, al 60 per cento in Svezia, e poco sopra lo zero in Italia. Su assunzioni e licenziamenti di insegnanti, poi, nemmeno a parlarne; nel nostro paese decide la solita graduatoria. I presidi al massimo incrociano le dita, sperando che a settembre non tocchi proprio a loro quel particolare insegnante lì. Qualche tempo fa l’Università di Cagliari, la Luiss e la Fondazione Agnelli hanno tentato di verificare, con laboriose indagini sul campo, fino a che punto i presidi adempiono ai loro compiti di leader e manager. Risultato? Personalizzazione della didattica, monitoraggio della vita scolastica, gestione delle risorse umane e infine leadership: in ogni campo la qualità delle pratiche manageriali dei presidi italiani si trova su “valori medi sostanzialmente inferiori” rispetto ai colleghi dei paesi sviluppati. Per i ricercatori, sono due le ragioni di tanta debolezza: i processi di selezione e formazione poco competitivi, e poi i troppi “vincoli istituzionali”. Ma fuori da Montecitorio, ieri, ci si scagliava comunque contro “il super preside inventato da Mussolini” e rianimato da Renzi. Contro il preside che non c’è.

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