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Chi ha paura del preside?

Figura sospesa tra l’inane burocrazia e l’abnegazione del missionario, potrebbe diventare la chiave di volta che fa correre la scuola. Ma tutti, forse anche Renzi, preferiscono rimanga un inutile “primus inter pares”.

7 Maggio 2015 alle 06:04

Chi ha paura del preside?

Il preside ha fatto al collegio dei docenti una mortale ‘comunicazione del preside’ della durata di un’ora e trentacinque minuti. Prima mezzora su questo concetto: l’anno scolastico volge alla fine, cari colleghi. Fuori s’irradiava radioattivo il maggio odoroso di pomeriggio”. E’ il perfetto schizzo dell’inane figura del preside, burocrate senza qualità – in questo primus inter pares tra i suoi demotivati “colleghi” – disegnato da Domenico Starnone quando ancora scriveva di scuola. Chi ha paura del preside, del suo possibile risveglio dai registri polverosi per diventare un manager, o almeno un attore vivo sulla scena della scuola? E’ un simbolo sciapo del nostro immaginario sociale, sospeso tra il volontarismo risibile – il preside del Liceo Marilyn Monroe di Nanni Moretti, che organizza gite in torpedone onde far socializzare i professori, come un prete dell’oratorio – e il funzionariato amorfo di cui chiunque abbia figli ha saggiato almeno una volta l’inafferrabilità. In mezzo, al massimo, rimane nei vecchi la nostalgia pre-sessantottina per dirigenti scolastici che usavano ancora il plurale maiestatis, come nel “Maestro di Vigevano” di Mastronardi: “Ho il figlio malato, potrei andare a casa mezzora? – domandai. Il direttore mi guardò scuotendo la testa. – Le voglio raccontare un aneddoto, signor maestro Mombelli. Quando noi eravamo ancora maestro, capitò che mio padre stava morendo. Noi andammo a scuola e ci dimenticammo che nostro padre stava morendo. Questo perché? Perché, signor maestro, le preoccupazioni personali non si devono portare nell’aula scolastica. Ma pensi, signor maestro Mombelli, ai missionari, pensi che la nostra è una missione”.

 

Cosa mette paura, oggi, di una (im)possibile figura così, responsabile fino all’abnegazione di un lavoro ben fatto, della propria scuola – che è di tutti proprio perché è propria e non “dello stato”? Ha notato ieri Marco Imarisio sul Corriere che “non c’è stato politico, docente, sindacalista contrario alla ‘Buona scuola’ che nel contestare l’eventuale eccesso di potere dei presidi non abbia sentito il dovere di lanciare severi moniti sulla minaccia incombente del familismo, dei favori agli amici degli amici”. Il potere decisionale non è mai responsabilità: è corruzione. Così la pensano i professori che difendono la collegialità, i sindacati che temono la managerialità e tutti quelli che temono la valutazione. Lo stesso Matteo Renzi, così attento a evocare per sé la figura dell’uomo che decide – nei manifesti dello sciopero la sovrapposizione tra il preside-manager e il premier-dittatore era palese – dopo aver lanciato la rivoluzione del preside forte pare ne abbia avuto lui stesso timore, e faccia marcia indietro. Il giorno dopo lo sciopero si riprende a “dialogare”, e la scuola a dolcemente viaggiare, evitando le buche più dure. Così il preside che per un attimo era uscito dalla sua bacheca di burocrate-missionario (sempre e comunque irresponsabile) per diventare decisore, manager del suo liceo-azienda e delle sue performance, ricade nella palude silenziosa della mediocrità, del cane non mangia cane. Anche il preside sarà sottoposto a valutazione, come i suoi professori. E a valutare sarà l’apposito comitato: genitori, studenti e insegnanti (è un emendamento targato Pd). Marcia indietro anche sul potere di scegliere i professori, che sarebbe poi la rivoluzione vera. Persino sul Piano dell’offerta formativa (il letale e onomatopeico Pof) il potere di riempire pagine di scartoffie torna al collegio dei docenti, con approvazione di quello d’istituto (il soviet di famiglie, prof, personale Ata e studenti).

 

Oltre a questo c’è la realtà: fatta di mediocri impiegati ma anche di capi responsabili che già oggi fanno correre la propria scuola. Maria Concetta Guerrera, preside dello scientifico Leonardo da Vinci, uno dei migliori di Milano, è diventata famosa due anni fa per aver impedito agli studenti di occupare la “sua” scuola: “Li ho chiamati fascisti, sì. E violenti. E squadristi. E figli di papà. Cantavo ‘Bella ciao’… Ma di qui non mi muovo. Difendo la mia scuola, anche a costo della vita. Sono al servizio dello stato”. Chi ha paura di un preside così?

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