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Nessuno ci può giudicare

Ecco cosa unisce i cortei contro la riforma della scuola (già annacquata), l’opposizione alla nuova Pa e il rifiuto di responsabilizzare i giudici. Altro che “svolta autoritaria”, non si può toccare l’autotutela dei garantiti.

5 Maggio 2015 alle 20:51

Nessuno ci può giudicare

La manifestazione di martedì a Roma contro la riforma della scuola (foto LaPresse)

Roma. “Un podestà fascista”. O, nella versione più benevola, ma non nelle intenzioni, “un amministratore delegato di un’azienda da liquidare”. Sono due slogan tra i più gettonati delle manifestazioni di martedì contro la riforma della scuola. Invettive ripetute nei talk-show, in radio, negli striscioni, segno di un copyright unificante dell’umore della gran parte degli insegnanti. Oggetto degli strali, nel pur non esaltante disegno di legge renziano, sono i nuovi poteri attribuiti ai presidi delle scuole. Anzi, ai “superpresidi”: poteri già ridotti in verità, sulla scelta dei docenti e sulla loro valutazione. Anche qui tutto da verificare, visti i cedimenti sui precari, al termine dell’iter legislativo.

 

Chi giudicherà professori e maestri? Nessuno dovrà farlo, secondo Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl, che pure su altri terreni si è mostrata riformatrice e aliena dalla demagogia, ma che qui non ammette deroghe: “La riforma non tutela la collegialità dell’insegnamento, le figure dei dirigenti scolastici diventano vicine a quelle di sindaci o manager”. Collegialità, autonomia, democrazia: sono, in progressione logica, le parole magiche per dire che il merito è dato di per sé, al massimo affidato alla buona volontà dei singoli, e il preside deve rimanere un primus inter pares, “altrimenti rischia l’isolamento” e, s’intende “la deriva autoritaria”. E dunque, alla fine dei discorsi, anche le eventuali progressioni di stipendio restino collegate ai soli scatti di anzianità uguali per tutti. Questa, per dirla con la leader della Cgil Susanna Camusso, è la “vera trincea democratica di una scuola che il governo intende privatizzare e trasformare in una cosa per persone agiate”. Eccolo il fronte che, dopo sette anni, ha riunito sindacati e sigle che in passato, su questo o quel pezzetto di rappresentanza e potere, si erano sbranati: un “nessuno ci può giudicare” erga omnes; ammantato come sempre di difesa della libertà didattica, ma ora nientemeno anche di un classismo da tempo scomparso tra i metalmeccanici, tranne quando Maurizio Landini va ad accomodarsi nei talk-show. I dipendenti pubblici italiani sono – cifre 2012 della Ragioneria dello stato – 3,283 milioni. Nel 2014 hanno percepito uno stipendio medio di 34.500 euro, superiore ai privati nonostante il blocco contrattuale. L’assenteismo ha superato del 50 per cento quello del lavoro privato. Il comparto scuola ha guadagnato 29.500 euro nella media tra insegnanti, impiegati, bidelli. Assorbe 1,015 milioni di persone. I ministeri 167 mila. La magistratura 11 mila. Sono le tre punte di diamante degli “statali”, e hanno oggi come tratto comune proprio il rifiuto della valutazione del merito. Non la vogliono i professori; non si fa strada nella riforma della Pubblica amministrazione affidata a Marianna Madia; men che meno la accettano i magistrati. Per i quali la nuova legge sulla responsabilità civile, pur dando seguito al referendum popolare di 27 anni fa, resta oggetto di estenuanti trattative tra governo e Consiglio superiore della magistratura, e soprattutto tra governo e Anm, il sindacato delle toghe.

 

Il giudizio sui giudici è notoriamente affidato al Csm; il quale, forte del fregio di “organo costituzionalmente rilevante”, afferma di infliggere parecchie sanzioni. Uno studio del 2012 della rivista dell’Aic, Associazione italiana dei costituzionalisti, evidenzia però che la media di procedimenti esaminati è di 150 l’anno, e non più di un terzo finisce con una sanzione, per lo più minima. Il motivo è così sintetizzato: “Eletti che giudicano i loro elettori”. Quanto alle retribuzioni, i ricorsi alla Corte costituzionale dei magistrati contro i ticket sulle pensioni, o la rivolta contro la riduzione dei 45 giorni di ferie, sono stati motivati dalla tesi che l’autonomia giudiziaria sarebbe tutelata proprio dalla progressione dello stipendio nonché dalle vacanze. Finora ci si sono scornati tutti i ministri della Giustizia; auguri ad Andrea Orlando.

 

[**Video_box_2**]Ma anche la Madia ha avuto il suo daffare per limitare a 50 chilometri il raggio entro il quale spostare di ufficio gli impiegati pubblici, che restano comunque illicenziabili a dispetto del Jobs Act per i privati. E fieramente contrari a essere giudicati sul merito, benché nei ranghi della Pubblica amministrazione spicchino, a parte i 3,283 milioni, altri 249 mila “dirigenti e alte professionalità”: direttori generali, dirigenti di prima e seconda fascia, alti ufficiali, professori universitari, segretari comunali, direttori delle Asl. Non, finora, i presidi.  Tutti con molti poteri ma non quello, che magari neppure vogliono, di promuovere o sanzionare i sottoposti. Del resto ministri della Funzione pubblica sono quasi sempre stati proprio alti burocrati dello stato, normalmente in sintonia con il settore che dovevano amministrare. A differenza dei titolari dell’Istruzione, dove i caduti sul campo del cambiamento promesso vanno da Luigi Berlinguer a Letizia Moratti a Mariastella Gelmini. Ora tocca a Stefania Giannini. Renzi ha detto martedì che il governo ascolterà “nel merito le ragioni di questa manifestazione”. Ma il bersaglio di chi protesta pare uno in particolare: ottenere che nessuno li possa giudicare.

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