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Renzi e Camusso: due conservatorismi a confronto sulla scuola

La riforma della scuola, riforma assai necessaria, è stata impostata dal governo partendo da un aspetto particolare, quello della stabilizzazione dei supplenti. Cominciare da lì è stato un errore

4 Maggio 2015 alle 13:52

Renzi e Camusso: due conservatorismi a confronto sulla scuola

Susanna Camusso (foto LaPresse)

La riforma della scuola, riforma assai necessaria, è stata impostata dal governo partendo da un aspetto particolare, quello della stabilizzazione dei supplenti, che ha un aspetto funzionale, quello di dare maggiore stabilità alle classi, ma rappresenta anche un cedimento un po’ demagogico alla campagna sul “precariato” scolastico. Cominciare da lì è stato un errore, che le affermazioni successive sul fatto che la scuola deve servire agli studenti e non solo agli insegnanti, non sono riuscite a correggere. Gli elementi di modernizzazione, a cominciare dall’autonomia scolastica e dalla valutazione del lavoro dei docenti, sono stati annunciati ma poi sottoposti a troppe revisioni, con l’effetto di dare l’impressione che la riforma potesse essere rimodellata progressivamente fino a garantire la conservazione dell’attuale paralisi determinata dalla prevalenza degli interessi corporativi, ed è proprio perché nel mondo della scuola prevale questa convinzione che le reazioni sono così estese e polemiche. Gli argomenti della critica sono ridicoli, a cominciare da quello avanzato dalla segretaria della Cgil Susanna Camusso che vede un “privilegio per i ricchi” nell’autonomia degli istituti e che invece di lavorare perché anche nelle zone socialmente devastate si crei una scuola capace di offrire una speranza e un prospettiva professionale ai giovani, vorrebbe ridurre tutto il sistema come quello di Scampia, secondo uno schema di egualitarismo al ribasso recuperato da ideologie obsolete e fallite.

 

Se è giusto condannare agitazioni antiriformiste, che in sostanza nascondono dietro slogan demagogici, egualitari o utopistici, obiettivi concreti di conservazione di poteri corporativi, è anche ragionevole chiedersi perché queste fanfaluche siano diventate senso comune nel mondo della scuola, mentre l’idea centrale delal riforma governativa non trova sostegno esplicito da nessuna parte. E’ vero che bisogna agire dall’alto e senza farsi condizionare troppo dalle antiche pratiche consociative per togliere le incrostazioni di un sistema scolastico che si è allontanato dalla realtà della vita e della società attraverso il dogma ideologico della impermeabilità della scuola “disinteressata” alle esigenze concrete dell’evoluzione produttiva, tecnologica e culturale. Ma una rivoluzione scolastica, seppure promossa dall’alto, non può essere solo quella che Antonio Gramsci chiamava una “rivoluzione passiva”. Per essere applicata concretamente richiede che almeno una minoranza la comprenda e la sostenga, diventi il motore interno della trasformazione. Pochi o tanti, esistono certamente docenti interessati alla buona scuola, ma l’errore del governo è quello di non essere riuscito a mobilitare alcuna forza interna alla scuola, con l’effetto paradossale di una estensione invece che di un isolamento delle concezioni e delle pratiche corporative e paralizzanti.

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