Militari sciiti nella provincia di Salahuddin (foto LaPresse)

Da Tikrit in giù, tre colpi alla politica di Obama

Daniele Raineri

La politica estera americana ha incassato tre bocciature in pochi giorni. L’Iraq ha cominciato lunedì la più grande offensiva militare tentata finora contro lo Stato islamico e non ha avvertito il Pentagono, che sta contribuendo alla campagna con una copertura aerea che costa milioni di dollari al giorno e con centinaia di consiglieri americani a terra. 

Roma. La politica estera americana ha incassato tre bocciature in pochi giorni. L’Iraq ha cominciato lunedì la più grande offensiva militare tentata finora contro lo Stato islamico e non ha avvertito il Pentagono, che sta contribuendo alla campagna con una copertura aerea che costa milioni di dollari al giorno e con centinaia di consiglieri americani a terra.  Il portavoce americano del Centcom dice che l’avvertimento è stato notificato lunedì, quindi in contemporanea con i notiziari tv e in pratica non c’è stato. L’offensiva irachena sta investendo Tikrit, città natale di Saddam Hussein. Si tratta di un’operazione militare ambiziosa, c’è da cacciare gli uomini dello Stato islamico da una vasta zona urbana  che s’allunga verso nord su entrambe le sponde del fiume Tigri e agli americani è stato fatto uno sgarbo eloquente – forse come risposta a un briefing tenuto dal Pentagono ai giornalisti due settimane fa, in cui si parlava dell’operazione per riprendere Mosul come se la regia e le decisioni fossero completamente americane. L’Iran è invece stato avvertito in anticipo, considerato che sabato sera il generale delle Guardie rivoluzionarie Qassem Suleimani è sbarcato all’aeroporto della città con le sue guardie del corpo per dirigere le manovre degli almeno diecimila uomini delle milizie sciite da lui create per tenere una forte presa sul paese. Suleimani atterra all’aeroporto, le sue milizie sventolano molte bandiere gialle (e qualcuna irachena ) e gli americani sono tenuti all’oscuro: uno scenario che lascia intendere che l’Amministrazione non è in controllo della situazione, o il poco che ha è minimo rispetto a quello di Teheran.

 

Sulla rivista specializzata del Centro antiterrorismo di West Point, un ex ufficiale dei Navy Seal – le forze speciali della Marina americana – che comandava le operazioni in Yemen dice che l’approccio al apese dell’Amministrazione è “una fantasia”. Pensare che raid sporadici delle forze speciali e droni armati possano contenere la crisi di sicurezza in Yemen è una pericolosa illusione, dice l’ufficiale – “è come pensare di usare un tagliaerba per tenere indietro la giungla”. Il mese scorso il dipartimento di stato ha ordinato la chiusura dell’ambasciata americana nella capitale Sana’a e l’evacuazione del personale.

 

[**Video_box_2**]Il terzo smacco arriva dalla Siria, dove l’unica brigata di ribelli che aveva un legame di aperta collaborazione con gli americani, l’Harakat al Hazm, si è ufficialmente sciolta domenica con una nota pubblicata su Internet. Per mesi al Hazm ha ricevuto missili controcarro Tow di produzione americana. Ora però i capi dicono che è troppo pericoloso sfidare al Qaida – che nell’area è presente con il nome di Jabhat al Nusra – e che è come girare con un bersaglio dipinto sulla schiena, perdipiù dovendo fare affidamento su un rivolo troppo esiguo di soldi e aiuti. I soldati del gruppo allo sbando si sono uniti al Jabhat al Shammiya, il fronte della Siria, una reincarnazione del Fronte islamico di cui gli americani non si fidano per nulla. E pensare che l’Amministrazione ha annunciato la settimana scorsa che comincerà ad addestrare ribelli siriani così chiameranno strike aerei contro lo Stato islamico – solo che ora non si capisce più quali. Quelli che c’erano prima e sono fuggiti? Quelli che sono fuori nei campi profughi?

 

Nel frattempo il nuovo re saudita Salman bin Abdulaziz ha incontrato nello spazio di una settimana giorni il re giordano, il presidente turco e quello egiziano, forse per  mettere a punto un’alternativa più efficace all’impasse strategica americana.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)