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Renzi e la non riforma della giustizia. Cronaca di una sorte annunciata

Se c’è un passaggio che consentirà di misurare come un termometro il grado di coraggio che avrà Matteo Renzi nell’affrontare i prossimi mesi di governo quel termometro coincide con tre parole sulle quali l’allegra banda della Leopolda non sembra al momento avere le idee particolarmente chiare: riforma della giustizia.

22 Febbraio 2015 alle 06:30

Renzi e la non riforma della giustizia. Cronaca di una sorte annunciata

Terzietà non datur. Più della riforma del lavoro. Più del taglio alla spesa. Più della riforma del fisco. Più della revisione dell’Irap. Più degli ottanta euro. Più della pubblica amministrazione. Più delle banche popolari. Se c’è un passaggio che consentirà di misurare come un termometro il grado di coraggio che avrà Matteo Renzi nell’affrontare i prossimi mesi di governo quel termometro coincide con tre parole sulle quali l’allegra banda della Leopolda non sembra al momento avere le idee particolarmente chiare: riforma della giustizia. Lo confessiamo: siamo preoccupati, e lo siamo per una ragione semplice, perché la riforma promessa dal governo si avvicina, forse, le scadenze sono sempre meno lontane, gli obiettivi sono sempre più chiari, e giorno dopo giorno, annuncio dopo annuncio, indiscrezione dopo indiscrezione, colloquio dopo colloquio, appare piuttosto evidente che la riforma che ha in mente Matteo Renzi non affronterà il cuore dei problemi della giustizia italiana. Un problema che non è soltanto di carattere giuridico ma che costituisce un elemento di fragilità decisivo all’interno del nostro sistema culturale: la prevalenza del processo mediatico sul processo ordinario; il potere di un giudice di giocare con la giustizia in modo non oggettivo ma discrezionale; la politicizzazione estrema, assoluta, innegabile di una parte forse non maggioritaria ma comunque importante della magistratura; la permanenza di un sistema di correnti ultra politicizzate che costituisce da troppi anni un’insostenibile anomalia della nostra magistratura; la persistenza di una serie di reati che danno al magistrato il potere di sbattere in prigione chiunque sulla base di un teorema e non sulla base di prove (citofonare per credere al professor Fiandaca); l’uso strumentale di un sistema spesso ingiustificato e di cui si abusa allegramente come la custodia cautelare, che alcuni magistrati e alcuni giudici spesso trasformano in uno strumento di ricatto nei confronti degli indagati; la tendenza a dare in pasto all’opinione pubblica delle risposte penali a problemi che spesso con il penale non c’entrano nulla e un dato di fondo che potremmo definire così: la non terzietà del giudice.

 

Siamo molto preoccupati perché Renzi dice da anni con convinzione di voler rivoluzionare la giustizia italiana, di voler evitare che il nostro paese si ritrovi a fare i conti con vergognosi casi come quello di Silvio (non lui, ahinoi, Silvio nel senso di Scaglia), di voler affermare in modo definitivo un modello Montesquieu, di netta separazione di poteri, dove il potere politico deve essere indipendente da quello giudiziario ma dove il potere giudiziario non deve essere messo nelle condizioni di dare la linea alla politica, di influenzare l’azione del governo, di poter giocare a quelli che provano a trasformare un processo in un surrogato di una battaglia parlamentare. A parole (vedi il caso Eni, vedi il caso Errani, vedi meno altri casi come quello di Orsoni o come quelli di Roma, di Buzzi e compagnia) Renzi ha mostrato di sapere giudicare il mondo senza occhialoni a cinque stelle, con un occhio abbastanza garantista (abbastanza, senza esagerare).

 

Nei fatti, purtroppo, all’orizzonte si intravede una riforma che non riflette questa pulsione e che, ci pare, non risolverà nessuno dei problemi culturali con cui si ritrova a fare i conti il nostro sistema giudiziario. Non verrà risolto il processo mediatico, perché sulle intercettazioni, pur avendo buone intenzioni, Renzi farà poco o nulla – e chissà per quanto tempo continueremo, a causa di una legge che esiste e non viene applicata, a leggere sui giornali notizie che non dovremmo leggere e che riguardano persone di cui non dovremmo conoscere i cazzi e di cui invece sappiamo tutto, anche se quelle persone non sono indagate, solo perché qualche magistrato o giudice burlone ha scelto di inserire un qualche bignè in un qualche fascicolo giudiziario. Non verrà risolto il tema chiave, cruciale, centrale nel ragionamento della terzietà del magistrato, che riguarda la separazione dei poteri e delle carriere dei magistrati – e oggi solo un matto che ha passato gli ultimi anni della vita a leggere le gazzette delle procure può dire con serietà che un magistrato che lavora negli stessi uffici di un giudice ha nei confronti del giudice la stessa posizione che ha un avvocato: scemenze. Non verrà risolto, ancora, il tema chiave, cruciale e drammatico della politicizzazione della magistratura, che non è soltanto un concetto astratto di propaganda politica, ma è un tema certificato dalla permanenza delle correnti della magistratura, che costituiscono il miglior terreno per fertilizzare anche nel futuro nuove simpatiche esperienze di dipietrismo e ingroismo chiodato. Aborro. Non verrà toccata, temiamo, e neppure rivista, neanche quella barzelletta che è diventata l’obbligatorietà dell’azione penale – perché ogni notizia di reato che sceglie di istruire un magistrato non è frutto della sua volontà, non diciamo stupidaggini, ma è frutto di un processo di selezione, perché ogni magistrato decide sempre, in modo del tutto soggettivo, cosa vale la pena affrontare, su cosa vale la pena indagare, e su cosa no, ed esercita l’azione penale in modo discrezionale.

 

[**Video_box_2**]Tutto questo temiamo che non accadrà, temiamo che sul processo penale, che poi è il cuore della nostra giustizia ingiusta, dello squilibrio dei poteri, verrà toccato poco o nulla. Temiano che la distanza tra enunciazione e rottamazione anche su questo terreno sarà molto forte, perché a parole Renzi i magistrati li fa stare sempre al suo posto (e in Italia sono tanti i magistrati che dopo aver passato una vita a inseguire Berlusconi non vedono l’ora di poterlo fare con gli amici di Renzi) ma con le riforme poi non osa più di tanto. Lo diciamo, questo, con rammarico e con tristezza perché Renzi ha le caratteristiche per essere la persona giusta per fare queste riforme. E va bene la responsabilità civile dei magistrati (applausi, bravo) e vanno bene le riforme sulle ferie (sbadigli, che noia) ma se proprio Renzi vuole ristabilire un po’ di principio di Montesquieu in Italia, se proprio vuole sfidare l’Anm, dovrebbe combattere non solo con le parole il processo mediatico e dovrebbe impegnarsi per far sì che la nostra giustizia torni a essere quella che non è oggi: sempre indipendente, sempre imparziale e soprattutto sempre terza. E invece oggi, niente, terzietà non datur. E non lo dice il Foglio, lo dice il codice di procedura penale: articoli 25, 101, 102, 104, 107, 108, 111. Chissà che ne pensa Renzi. Chissà che ne pensa il ministro Orlando.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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