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Appunti di un renziano per far cambiare verso alla giustizia (e a Renzi)

Bene il taglio alle ferie e agli stipendi d'oro dei magistrati. Ma è necessario anche avvicinare il sistema giudiziario ai cittadini: senza la fiducia e il sostegno della società, i togati resteranno sempre un corpo separato. Qualche ragionamento per una magistratura più professionale. Ci scrive Maran.

14 Marzo 2015 alle 06:18

Appunti di un renziano per far cambiare verso alla giustizia (e a Renzi)

Un momento della cerimonia d'inaugurazione della anno giudiziario 2015 (foto LaPresse)

Al direttore - Nei giorni scorsi Claudio Cerasa è tornato, giustamente, sulla “battaglia culturale” che si combatte attorno alla giustizia. Una concezione della giustizia premoderna e una casta di magistrati “che si è autocertificata come elemento salvifico di un tessuto sociale in sé corrotto”, da amministrare perciò in nome di superiori valori, é infatti uno degli elementi strutturali dell'odierno paesaggio italiano, del “liberale che non c'è”, per dirla con Corrado Ocone. Senza contare che fra le ragioni della “penalizzazione” crescente della nostra società, c'è anche la richiesta di capri espiatori alimentata continuamente dai mezzi di comunicazione di massa.

 

Ora, non è un mistero per nessuno che la nostra magistratura ha progressivamente accumulato una notevole dose di poteri. Le sue garanzie di indipendenza sono oggi fra le più elevate nell'ambito dei regimi democratici. Il fatto poi di esercitare anche le funzioni di accusa ne ha accresciuto ulteriormente la capacità di incidere sul sistema politico (specie se si considera che il principio di obbligatorietà rende di fatto irresponsabile il pubblico ministero). Ma nonostante questa posizione di forza, la magistratura presenta anche molti punti deboli. Il primo - quello che interessa più da vicino ai cittadini -  è la cattiva qualità del servizio che rende. Il che si riflette nel basso tasso di fiducia (e di gradimento) degli italiani nei confronti del nostro sistema giudiziario.

 

Il paradosso è che, stando così le cose, la magistratura richiede di continuo sostegno e legittimazione proprio alla politica. La delibera con la quale il Csm criticava (2003) alcune dichiarazioni roventi del presidente del Consiglio, faceva appello a tutte le istituzioni perché “sia ripristinato il rispetto dei singoli magistrati e dell'intera magistratura”. E ne ha bisogno perché svolge funzioni di forte impatto politico, senza disporre di un adeguato sostengo nella società. Infatti, come ha rilevato il prof. Carlo Guarnieri, “numerose analisi hanno messo in luce che una magistratura può essere realmente indipendente non solo quando dispone di adeguate garanzie ma soprattutto quando gode di un forte sostegno nella società, sia in generale sia presso specifici gruppi di interesse” (il riferimento è all'avvocatura e ai gruppi che, specie negli Stati Uniti, operano a difesa dei diritti civili). Ma “da questo punto di vista la nostra magistratura è ancora un corpo separato, che non ha relazioni istituzionali con la società - né con un corpo così importante come l'avvocatura - e le cui basi di consenso fanno sostanzialmente capo alla classe politica, oltre che ai mezzi di comunicazione di massa”. Per questo è difficile “separare le carriere” tra magistrati e giornalisti. Per questo, secondo Guarnieri, anche in Italia, il punto fondamentale della riforma è il reclutamento dei giudici: “E’ necessario superare progressivamente il reclutamento burocratico e creare canali che siano in grado non solo di selezionare i migliori ma anche di attirare verso la magistratura professionisti di qualità, aprendo così un canale di collegamento con l'avvocatura e l'università”. La magistratura inglese, ad esempio, può essere considerata un'emanazione dell'avvocatura e in particolare dei barristers. In questo modo, i valori predominanti nella magistratura sono sostanzialmente quelli dell'intera professione forense.

 

[**Video_box_2**]Insomma, i limiti dell'assetto che abbiamo ereditato dal passato sono sotto gli occhi di tutti. Perché stupirsi, allora, dei tagli alle ferie, del tetto agli “stipendi d’oro”, e ora, della riforma della responsabilità civile? La magistratura fa inevitabilmente parte del processo politico. E nel paese c'è un clima di diffidenza, quando non di aperta disapprovazione, nei confronti di chiunque occupi un ruolo pubblico. Renzi ha colto l'aria che tira (si pretendono regole e pene più severe per tutti) e vuole “cambiare verso” anche in questo campo. Ma per migliorare il funzionamento della nostra giustizia quel che davvero conta, insiste Guarnieri, è “curare meglio la professionalità – e l’etica – dei magistrati e, soprattutto, dare maggiori poteri e responsabilità ai capi degli uffici”. Di esempi ne potrei fare una montagna. Ne faccio uno solo: è trascorso un anno e mezzo dalla sentenza pronunciata il 15 ottobre 2013 dal tribunale di Gorizia, dopo 3 anni e mezzo e 89 udienze, in ordine alla vicenda dell'ex Italcantieri (ora Fincantieri), che ha inflitto ai vertici aziendali una pena complessiva di oltre 55 anni di reclusione per la morte causata dall'esposizione all'amianto di 85 operai del cantiere di Monfalcone. Ad oggi il giudice non ha ancora depositato la motivazione della sentenza. Il che comporta anche l'allungamento dei termini della presentazione del ricorso in appello da parte degli imputati. E l'imminente prescrizione potrebbe ledere il diritto processuale delle parti, nonché il diritto ad una giusta riparazione.

 

Che cosa aspetta il ministro ad attivare i poteri di ispezione di cui dispone per accertare per quali ragioni, ad oggi inspiegabili, le motivazioni della sentenza non siano state ancora depositate e, qualora ne ravvisi i presupposti e nei limiti di propria competenza, avviare la richiesta di indagini al procuratore generale?

 

Alessandro Maran è senatore del Partito democratico

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