Soldati italiani (foto LaPresse)

Why Italy is unfit to protect Italy

Claudio Cerasa

Parigi, Copenaghen, Belgio, Isis, Libia. L’Italia ha la forza culturale per combattere la guerra al terrore? La questione è complicata e complessa ed è figlia di una serie di problemi che vale la pena mettere insieme per inquadrare il punto di cui stiamo parlando. Ecco quali - di Claudio Cerasa

Non abbiamo le parole per dirlo e dunque non possiamo neanche farlo, e forse neanche immaginarlo e forse nemmeno capirlo. Diciamo missione di pace, noi, diciamo peacekeeping, diciamo foreign fighters, diciamo combattenti, qualche volta terroristi, e lo diciamo sotto voce, con timidezza, con garbo, terrorizzati dall’idea di dire la verità, dal dover dire le cose come stanno, dal dover ammettere che le tute arancioni della Libia, i video minacciosi dello Stato islamico, i blitz in Belgio, gli attentati di Parigi, gli scempi di Copenaghen, non sono mele avariate di un albero sano ma sono parte di uno stesso problema, di un unico fenomeno, di un’unica minaccia che ha un nome preciso: fascismo islamico. E più il fascismo si avvicina al nostro paese più il nostro paese mostra di non essere pronto ad affrontarlo. Per la sua storia, la sua cultura, persino la natura della sua Costituzione. We are unfit to protect our country. E il discorso non riguarda questo governo ma riguarda il dna del paese, il nostro voler nascondere le missioni di guerra dietro la rassicurante versione delle missioni di pace, la nostra incapacità di considerare gli eroi di guerra come eroi della nostra patria, la convinzione profonda che ci si possa difendere dalle bandiere nere dello Stato islamico con le bandiere colorate della pace, la nostra naturale propensione a definire un elemento di progresso, di grande acume politico il taglio alle spese per la nostra difesa – senza capire che tagliare la difesa può portarti uno zero virgola nei sondaggi ma alla lunga sulla pelle del paese ha lo stesso effetto che avrebbe sulla pelle di un malato l’abbassamento delle difese immunitarie.

 

Possiamo permettercelo? Per carità. D’accordo la diplomazia. D’accordo avere un ministro degli Esteri che utilizza in modo inusuale la parola “combattere”. D’accordo avere un ministro della Difesa che ipotizza la possibilità di inviare truppe (5.000) contro lo Stato islamico cresciuto sul nostro bagnasciuga. D’accordo provare a costruire una coalition of the willing con i paesi volenterosi che confinano con la Libia (god bless Mr Al Sisi). Ma se poi andiamo a “combattere” con le fionde e le cerbottane cosa possiamo ottenere? Se poi andiamo a combattere con l’idea di dover portare la pace laddove invece c’è la guerra, come potremmo mai spiegare, al nostro paese, le tute arancioni in cui potrebbero entrare anche i corpi dei nostri soldati? Come si fa? Cosa c’è che non fila?

 

[**Video_box_2**]La questione è complicata e complessa ed è figlia di una serie di problemi che vale la pena mettere insieme per inquadrare il punto di cui stiamo parlando. Problemi come l’incapacità di spiegare senza ipocrisia che un paese ha il dovere di combattere anche per difendere l’interesse nazionale. Problemi come l’incapacità di ricordare che l’Italia non è una penisola immersa in un oceano di pace ma è uno stato che per la sua configurazione è un target naturale all’interno di ogni conflitto che si avvicina al Mediterraneo. Problemi come l’incapacità della classe dirigente di spiegare che nell’era del peace and love l’Italia ripudia la guerra ma la guerra non ripudia l’Italia. Forse oggi non ha senso precipatarsi a combattere in Libia con un numero di persone che sono più o meno le stesse adottate nel 2001 al G8 di Genova. Ma in fondo è questione di tempo. La guerra arriverà. E quando arriverà bisognerà attrezzarsi per spiegare che la missione di pace non è una missione di pace e che per difendere un paese, e i suoi interessi, tocca accettare che qualcuno non ritorni. Funziona così. Andrà così. Bisogna trovare le parole per dirlo e dimostrare di non avere nulla a che fare con la parola scelta nel nostro titolo di oggi. Quella lì: semplicemente unfit.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.