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Il royal baby è arcitaliano come l’altro, rassegnatevi ottimati!

Il puffo ha generato il putto. Poteva essere più fortunato all’uscita del libro il povero autore Rizzoli di un pamphlet sull’identità linguistica di Berlusconi e del suo erede? Non poteva.

18 Gennaio 2015 alle 12:00

Il royal baby è arcitaliano come l’altro, rassegnatevi ottimati!

Arrivare con un po’ di ritardo a Strasburgo, scusarsi educatamente col presidente tedesco del Parlamento, fare la giostra a favore di telecamere, stringere mani compassate e protocollari con fervore amichevole, fare cucù con un selfie, contaminare di allegria informale l’incontro al vertice che include a sorpresa una scolaresca in visita, e coinvolgere in tutto questo una volta la democristiana Merkel, una volta il socialdemocratico Martin Schulz. I video parlano. Non credo che Renzi potrà e saprà mai arrivare a quel culmine di noncuranza elegante che furono il celebre “Mr. Obamaaaaaaa!” gridato in presenza della regina Elisabetta II da Berlusconi in gita scolastica, per non dire la replica insanguinata alle critiche offensive del capogruppo Spd al Parlamento Europeo dallo scranno di premier italiano e tycoon (“Dirò alle mie televisioni di prenderla in un ruolo di kapò che le si attaglia alla perfezione”). Altissima scuola di cazzeggio e filosofia impunita, anche greve ma disinibita, spregiudicata, dei rapporti politici e istituzionali. Il Cav. resterà inarrivabile per decenni, forse per secoli, ma il suo erede gareggia in sorriso impunito, trotterella come lui, non sopporta l’andamento pubblico come sfida in lingua di legno al linguaggio privato, anche lui non è un lupo della politica, sebbene ne conosca il percorso molto da vicino, piuttosto un orsetto, un peluche disneyano che fa il presidente del Consiglio con portamento sbarazzino e scoutistico. Il puffo ha generato il putto. Poteva essere più fortunato all’uscita del libro il povero autore Rizzoli di un pamphlet sull’identità linguistica di Berlusconi e del suo erede? Non poteva.

 

Ma che c’è a spiegazione? Perché i due presidenti del Consiglio anomali che la storia ci ha regalato o rifilato, Berlusconi e Renzi, il re e il royal baby, praticano entrambi questa informalità che i ghiottoni di burocrazia protocollare vomitano come sugo alle vongole capace di sporcare la famosa immagine dell’Italia all’estero? Quando si dice “partito della nazione” si dice quasi niente, eppure lì c’è tutto. Se sei un leader trasversale e self made, italianissimo, se ti sei fatto largo contro l’establishment, vuoi Mediobanca vuoi il complesso d’apparato della vecchia politica ex Pci ed ex Dc, se incorpori il narcisismo tipico delle leadership personali, se sai valutare il pubblico televisivo e il pubblico femminile, fino a coinvolgere le donne tra la tua classe dirigente nelle forme a quota politica di Renzi o nell’immaginosa corte regale simil-harem di Berlusconi, se hai in bocca qualcosa di non medio, artefatto, solidamente burocratico, qualcosa di particolare, come l’accento fiorentino o milanese, e i vezzi conseguenti, se sei tutto questo poi non puoi far finta di niente, non ti puoi presentare come uno selezionato dalle istituzioni e dai partiti per servire le une e gli altri. E’ una questione di congruenza tra gioco di ruolo e funzione pubblica, tra assetto privato e carisma del comando legittimato dal consenso.

 

Che dire? Certo, ci siamo beccati le risate di Sarkozy, ma quanto fa ridere, e per di più senza volerlo, l’ex avvocato di Berlusconi nel ruolo di interprete napoleonico, ma alla de Funès, della grandeur? Il destino degli italiani, famosa sceneggiatura fantozziana, è di farsi riconoscere, in particolare quando girano il mondo. Ma nel fondo del loro cuore tutti gli italiani sono augustamente provinciali, da ex razza imperiale, e condividono il motto romanesco: mejo la galera che l’estero. E hanno la vena del comico, sono rappresentazioni itineranti, arrangiate come nella commedia dell’arte, sono artisti di circo ma furbi, capaci di far vedere i sorci verdi a chi è paludato più di loro, a chi ha scelto il destino della rassicurazione incolore, del grigio politico di stato.

 

[**Video_box_2**]Se non hai un vero stato per vocazione della storia, se la tua patria è un coacervo di terre, se vivi all’ombra del cupolone vaticano da secoli, allora è comprensibile che la politica ti faccia signore, aristocratico per caso o per avventura, piuttosto che statista con i segni della continuità e della contiguità europea. D’Alema fu uomo politico pubblico tradizionale anche nella seconda Repubblica e Craxi ne era il prototipo nella prima. Non poteva reggere, quello schema di serietà ingrugnita e inciprignita, gli italiani vogliono altro che non sia pompa e circostanza, vogliono le tarantelle del potere, il godimento anche allegro, pur in mezzo alla crisi, delle gioie della scena e del palcoscenico. Perciò rassegnatevi, azionisti e antitaliani di tutte le risme: l’arcitaliano resterà a lungo tra voi.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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