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La guerra di Gerusalemme

La sinagoga della strage è piena anche di notte. Intanto gli ebrei salgono al Monte del Tempio. Israele si prepara al voto in un clima di silenzio e paura. La seconda puntata dell'inchiesta da Gerusalemme.

3 Dicembre 2014 alle 16:08

La guerra di Gerusalemme

La Spianata delle Moschee a Gerusalemme, il Monte del Tempio per gli ebrei. E’ al centro della nuova Intifada

Di notte, la sinagoga in via Agassi ad Har Nof è piena di insegnanti e di studenti. Gli sguardi degli ebrei ultraortodossi sono diffidenti. Non ci sono guardie all’ingresso dell’edificio. A memoria della strage di due settimane fa, costata la vita a quattro rabbini di Gerusalemme, ci sono soltanto tre fori di proiettile nella porta di ingresso. Si distribuiscono volantini per i memoriali. “Nella sedia dove lei è seduto ho studiato io per anni”, racconta al Foglio il rabbino Nadler Avraham, originario di New York, come tre delle vittime. “La sera della strage sono scampato soltanto perché ero in un’altra sinagoga. Noi vediamo la mano di Dio ovunque. Nell’attentato in particolare: i rabbini uccisi sono stati chiamati da Dio a nome della comunità e del mondo intero. Erano persone elevate, perché cadono sempre i migliori di noi”. E’ stato un pogrom, come quello in Polonia a Kielce nel 1946. “Come i massacri di ebrei in Lituania e Polonia, con asce e coltelli. I terroristi hanno colpito noi religiosi perché siamo simboli di unità e fratellanza. Dobbiamo crescere dopo l’attacco, il terrorismo ci rafforzerà”.

 

E mentre monta quella che Nahum Barnea su Yedioth Ahronoth ha definito “la guerra per Gerusalemme”, implode la coalizione di governo del premier Benjamin Netanyahu. Il paese potrebbe tornare a votare a marzo. Il primo ministro vaglia una nuova alleanza con gli ultraortodossi, esclusi dall’ultima compagine governativa a vantaggio dei laici di Yair Lapid, con cui il premier adesso è in rotta. La popolarità di “Bibi” è in declino e a destra l’astro in ascesa è quello di Naftali Bennett, leader di “Focolare Ebraico”. A sinistra non c’è nessuno, a parte il pallido laburista Yitzhak Herzog. 

 

“Io vedo l’Intifada negli occhi dei gerusalemitani, nell’ansia con cui salutano i figli che vanno a scuola, nella scomparsa degli arabi dai quartieri ebraici e degli ebrei dai quartieri arabi”, scrive Barnea. “La sento nella quiete depressiva discesa sulla città”. Barnea ha ragione. A visitare Gerusalemme ci si accorge subito che se la parte occidentale è robusta, piena di vita e in smaniosa costruzione, nelle strade della vecchia Gerusalemme e dei quartieri misti resta impressa nella memoria la visione desolante delle scritte sui negozi, le stelle di Davide, “ebrei al gas”, e poi gli occhi di militari, appena ragazzi che hanno accettato di vivere alla giornata, la tristezza di quei “good luck” pronunciati forse più per se stessi, in un’atmosfera grave, quale non avevamo mai vissuto, nemmeno negli anni alla vigilia di eventi gravissimi. In questi giorni i quartieri più a rischio di Gerusalemme sono sorvolati da tre palloni aerostatici. Servono a monitorare le violenze palestinesi.

 

Il capo della polizia, Yohanan Danino, ha chiesto ai turisti di tornare nella Città Vecchia. Ma per le strade non c’è nessuno. Troppi accoltellamenti. Tutte le ultime vittime erano ebrei religiosi. Soltanto tre o quattro pellegrini che cercano la via giusta per raggiungere la chiesa del Santo Sepolcro che una volta non era necessario cercare perché ti ci portava il flusso della folla. Ogni tanto un gattino spaurito fruga nelle immondizie agli angoli delle viuzze, un tempo piene di mistica suggestione, e di colore. L’inquietudine più grande viene dai militari che pattugliano ogni isolato. L’esercito israeliano ne ha dislocati a centinaia in questo lento e periclitante inizio di Terza Intifada.

 

In città capita di vedere militari israeliani in abiti civili e col volto coperto. Sono i membri della Duvdevan e della Yamas, le unità dell’esercito e della polizia israeliana che si servono di uomini mimetizzati nella società araba, al fine di catturare i terroristi “prima che possano colpire”. La loro esistenza venne resa nota al mondo nel 1991, quando l’allora capo di stato maggiore dell’esercito, Ehud Barak, disse: “Sia chiaro ai palestinesi che partecipano al terrorismo contro Israele che nulla è sicuro, non l’automobile che vedono nella strada e non la persona che cammina accanto a loro”. In ebraico sono noti come “mistaarvim”, in arabo “musta’rabeen”. Il motto dell’unità è preso dai Proverbi biblici 24:6, “E’ con gli stratagemmi che andrai alla guerra”. Duvdevan vuol dire ciliegia. Un tipo particolare di ciliegia, bella fuori ma velenosa dentro.

 

L’unità venne fondata da Uri Bar Lev, che aveva perso la gamba sotto il ginocchio nella guerra del Libano degli anni Ottanta. Stava guidando verso casa con la moglie e i quattro figli, quando d’improvviso arrivò una telefonata. Una cellula di terroristi era in viaggio per colpire una sinagoga di Gerusalemme. L’ordine è chiaro: “Intercetta la macchina”. Bar Lev va verso Gerusalemme, conoscendo soltanto il colore dell’auto e le ultime tre cifre della targa. Si ferma a un semaforo vicino alla sinagoga, che sa essere l’obiettivo dell’attentato. L’arresto dei tre palestinesi avviene con successo, c’era davvero una bomba nell’auto e Bar Lev salvò decine di persone quel giorno. Però gli venne una idea: perché non creare una unità speciale che si occupa di questo, di antiterrorismo ai livelli più alti e arditi? Rami Gershon testimoniò così pubblicamente dell’esistenza di questa unità. “Sì, liquidiamo. Sì, noi li liquidiamo. Se non liquidiamo, se io non elimino chiunque mi si chieda di liquidare attraverso l’unità Duvdevan, allora mi ritrovo con un autobus che esplode e con diciassette ragazzini israeliani liquidati”. Sono stati loro a liquidare i terroristi di Jabel Mukaber che hanno ucciso i quattro rabbini di Har Nof.

 

La linea ferroviaria che arriva a Gerusalemme, da simbolo di pace e fratellanza interreligiosa, è diventata una linea fantasma. Appena si arriva alla “Collina delle munizioni”, gli ebrei scendono dal treno. Restano solo gli arabi. Nessuna confidenza, prego. Il convoglio è preso a sassate e molotov quasi ogni sera. In tutto, sono stati danneggiati 150 vagoni. C’è il venti per cento in meno di passeggeri rispetto a prima dell’estate, quando tre studenti israeliani furono uccisi e il paese discese nella paura. Tutti gli ultimi attentati sono stati compiuti da palestinesi con cittadinanza israeliana: avevano un lavoro, non dovevano chiedere permessi, né attraversare checkpoint. Nessuna organizzazione terroristica aveva  loro chiesto di agire. “Soltanto” Allah.

 

E’ cupa l’atmosfera verso il muro “del Pianto”. Quella che una volta era una bella piazza che si apriva agli occhi come uno spettacolo indimenticabile, ora è protetta come un aeroporto e a malapena ci sono venti fedeli alle quattro del pomeriggio. I palazzi attorno emanano il brusio di migliaia di radio e di televisioni: resteranno accese per ore. Non lontano c’è il Temple Institute, l’organizzazione ebraica dell’ascesa alla Spianata delle Moschee, che gli ebrei chiamano Monte del Tempio. E’ il fazzoletto di terra più conteso e santo del mondo. In questo istituto sono custoditi i corredi per il servizio rituale nel Monte. Ci sono le vesti del sommo sacerdote, il “tavolo del pani” (Esodo 25:30), gli strumenti musicali, un grande lampadario, e un piccolo altare.

 

I vasi sono conservati in teche di vetro, insieme a dipinti a olio che raffigurano scene di vita del Tempio. Mancano l’Arca dell’Alleanza, che non può essere ricostruita perché conteneva la tavole di pietra del monte Sinai, e l’enorme altare esterno, su cui venivano eseguiti i sacrifici. Nel frattempo, l’istituto sta cercando di costruire un altare mobile. Ma il lavoro è complicato, perché l’altare deve essere fatto di pietre speciali e gli esperti dell’istituto stanno raschiando il mar Morto in cerca di materiale per il progetto. La ricostruzione dei vasi, alcuni dei quali sono fatti di oro, costa milioni di dollari. Il denaro arriva tutto da filantropi. In attesa del Tempio si accontenterebbero di poter pregare nel Monte. Un mese fa un rabbino di questa organizzazione, Yehuda Glick, stava per pagare con la vita per questo sogno. Un arabo di Gerusalemme lo ha quasi ucciso mentre Glick teneva una conferenza al Begin Center. Tre colpi di pistola. Glick era un ebreo tipicamente gerusalemitano, con la barba rossa, l’empatia personale e la passione fanatica per una singola idea. Salire al Monte. Dopo l’attentato sono uscite fotografie di Glick sulla Spianata delle Moschee mentre prega assieme ad alcuni imam. Poi la sera tornava dagli otto figli nell’insediamento di Otniel, presso Hebron, l’altra città santa contesa.

 

Tempio? Nel XXI secolo? Un luogo talmente sacro che nel 1983 persino la compagnia di bandiera israeliana El Al diede ordine ai piloti di non sorvolare il Monte del Tempio perché la sacralità del luogo si proietta fino al cielo sovrastante. Ma i fatti per questi nuovi zeloti hanno l’indiscutibile consistenza della pietra. Anzi, sono pietra: la prima del Terzo Tempio, la pietra angolare della rinascita di Israele. Ogni anno salgono sempre più in alto, penetrando sempre più a fondo nella coscienza religiosa del paese. Ogni anno più vicini alla moschea della Roccia, costruita sulla cima del Monte Moriah, quello su cui Abramo stava per sacrificare Isacco prima che l’Altissimo lo fermasse. E fu proprio qui che nel 1951 un estremista islamico uccise il re di Giordania Abdallah, in un attentato cui sfuggì miracolosamente il figlio e successore re Hussein.

 

Nel 1967, durante la guerra dei Sei Giorni, dopo che la Legione Araba aveva piazzato sul Tempio le sue batterie, Israele riconquistò la Spianata, sulla Moschea sventolava la bandiera bianca e blu di Israele. Elettrizzanti arrivarono le grida del comandante Motta Gur: “Il monte del Tempio è in mano nostra! Il monte del Tempio è in mano nostra!”. Ma Moshe Dayan la fece ammainare, e restituì ai musulmani le chiavi: “Se lascio la bandiera sul Monte, domani verranno a pregarci, poi ci sarà una sinagoga, poi i sacrifici e in futuro vorranno costruire il tempio, che il cielo non voglia”. Dayan disse di averlo fatto per assicurare la libertà di culto: in realtà, con quella decisione deluse le aspettative dell’intero popolo ebraico. Abbandonò un obiettivo inseguito da milleottocento anni.

 

Si impose quello che oggi è considerato lo “status quo”: così che soltanto i musulmani possono pregare lassù e gli ebrei religiosi sono seguiti dalla polizia e arrestati anche se soltanto sillabano un Salmo a labbra socchiuse. Gli ebrei possono essere arrestati se sostano, se portano con sé libri religiosi, se piegano la testa in segno di umiltà di fronte a Dio, se tirano fuori un foglio di carta dal portafogli o persino se chiudono gli occhi, in segno di raccoglimento. Capostipite di questo movimento è un eroe delle teste di cuoio dell’esercito, Gershom Solomon. Per comprendere appieno la sua tenacia bisogna tornare a un episodio avvenuto nel 1958 alle pendici del Golan. Una piccola unità di Tsahal cadde in una imboscata siriana e Salomon rimase ferito gravemente. I compagni lo diedero per spacciato, ma i medici lo salvarono. Dopo un ricovero di un anno, chiese e ottenne di riprendere il servizio attivo. Tornò a guidare una unità di élite dopo aver scalato la rupe desertica della fortezza di Masada, puntandosi sulle sue stampelle. I giornali di allora gli dedicarono grandi titoli e sconfinata ammirazione.

 

[**Video_box_2**]Il don Chisciotte dell’estrema destra israeliana avrebbe perso tutte le battaglie giuridiche per pregare sulla Spianata, eppure la sua battaglia ha dato frutti. Se negli anni Settanta sembrava infatti un personaggio eccentrico, oggi le sue idee hanno messo radici in importanti settori politici e religiosi israeliani. Così nel Council for the Prevention of Destruction of Antiquities on the Temple Mount compaiono anche due icone della sinistra come gli scrittori Abraham B. Yehoshua e Amos Oz.

 

Il professor Hillel Weiss della Bar Ilan University, a capo dei “Friends of the Temple”, ci spiega che “l’obiettivo oggi è la liberalizzazione della preghiera sul Monte del Tempio. La guerra del 1967 ha dato significato a questo movimento, attraverso il ritorno in Israele delle settanta nazioni. Il 1967 ha dimostrato che Hashem (il nome di Dio per gli ebrei, ndr) mantiene la sua promessa. L’umanità e Israele non possono negare che siamo nel mezzo di un processo storico”.

 

Secondo questi ebrei, l’acqua mescolata con la cenere di una giovenca rossa può purificare gli ebrei dell’impurità e possono ascendere al Monte. La tradizione vuole che ci siano state soltanto nove giovenche rosse e che la decima apparirà alla venuta del Messia. Un grande esperto della mucca rossa è il rabbino Chaim Richman, che con la sua lunga barba oggi dirige il Temple Mount Institute. E’ il leader del movimento del ritorno alla montagna incantata di Gerusalemme. “Dal tempo della distruzione del Tempio, attraverso la conquista islamica e fino al dominio crociato, gli ebrei hanno sempre visitato il Monte del Tempio per pregarvi”, spiega Richman al Foglio. “Non al Muro del Pianto. Dalla liberazione del Monte e dall’unificazione di Gerusalemme nella guerra dei Sei Giorni, generazioni di israeliani hanno appreso che il Monte era un luogo santo islamico. Oggi la preghiera è concentrata al Muro, che non ha in realtà legami con il Tempio. Ma da tempo rabbini di importante personalità e levatura sostengono la pratica dell’ascesa al Monte. Quello che ieri era considerato ‘estremista’ ed ‘eccentrico’, oggi è mainstream”.

 

Appena vent’anni fa, era il 1993, il rabbino capo Mordechai Elyahu disse che era ridicolo pensare di ricostruire il tempio perché questo sarebbe “calato dal cielo”. “Negli anni scorsi c’è stato un incremento del 30 per cento di visitatori ebraici al Monte”, ci spiega Richman. “Perché il messaggio universale della Torah è ristabilire il Sacro Tempio sul Monte Moriah, è questo l’elemento decisivo di ogni profezia ebraica. Nel frattempo, il fine immediato e pratico è correggere il bando discriminatorio della preghiera non islamica sul Monte”. Il rabbino Richman non vede questo come una provocazione incendiaria, ma come un messaggio di pace. “Il Monte del Tempio è l’àncora della storia e dell’identità ebraica. Sarebbe impensabile per Israele dare via questo luogo. Sarebbe come strappare il cuore di una nazione. Renderebbe privo di significato ogni sacrificio compiuto dal popolo ebraico. Da lì deve emanarsi il messaggio di compassione, speranza e unità di Israele al resto del mondo”.

 

Uno dei segreti di questa nuova guerra per Gerusalemme è custodito sotto terra. A pochi metri dal Muro del Pianto si scendono gli scalini dei “tunnel della santità”, quelli che in attesa messianica del Terzo Tempio più si avvicinano al Sancta Sanctorum, al quale poteva accedere soltanto il sommo sacerdote il giorno di Kippur. Ai tunnel si lavora in continuazione sin da quando, vent’anni fa, l’inizio degli scavi causò una mini Intifada con morti da entrambe le parti. La nostra guida è un giovane ebreo di New York di nome Gili. E’ arrivato in Israele quattro anni fa, ma sembra che sia di casa qui da sempre. Per impressionare i visitatori ogni tanto cantilena in ebraico, ispirato dalle Scritture.

 

Fra tralicci di ferro e scale improvvisate, rocce squarciate in fretta e improbabili ponteggi, è come se l’ultima parte dello scavo fosse stata condotta in accelerazione. Finisce su un bagno rituale, serviva per purificarsi prima di ascendere. L’ultimo tratto, quello che ha scatenato la reazione musulmana, si allontana dalle fondamenta del Tempio, le trascura quasi, si avventura lungo un percorso che dall’interno e difficile decifrare ma sembra tracciato da un ragno impazzito. Decine di donne ebree pregano agli angoli dei tunnel, il volto immerso nei Tehillim, i Salmi di Davide. C’è chi chiede un figlio, chi protezione, chi una cura per i malati. Un cartello informa: “E’ il posto più vicino al Sancta Sanctorum”, ossia al luogo più segreto di Gerusalemme. Questi scavi sono stati finanziati da Elias ed Emilia Cojab.

 

Sotto tutto sembra impennarsi, dirigersi frettoloso verso l’alto, come se il peso di quei massi imponesse un sollievo, una dantesca rincorsa verso le stelle momentaneamente sostituite dal cielo color cobalto di Gerusalemme. Un cielo bellissimo. Arrampicatisi lungo l’ultima ripida scala, bisogna passare attraverso una porta girevole fatta a sbarre, che a ogni quarto di giro emette un gemito, come in un censimento dei sopravvissuti.

 

Uscendo dal tunnel, avverti come una liberazione quasi fisica. Ma fuori c’è la guerra. Domani nuovo appuntamento a mezzogiorno per salire sulla montagna incantata di Israele. Il picco della metropoli della morte e della resurrezione.

 

La prima puntata dell’inchiesta di Giulio Meotti in Israele è uscita ieri ed è disponibile qui.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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