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Verso la terza Roma

Aggiornare l’iconografia della chiesa, con Papa Francesco, è uno sport facilotto. Ma dopo il viaggio in Turchia sarà impossibile non aggiornare quella del dialogo ecumenico con gli ortodossi, bloccata sul fermo immagine dell’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora in Terra Santa, cinquant’anni fa.

2 Dicembre 2014 alle 06:30

Verso la terza Roma

Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo (foto AP)

Roma. Aggiornare l’iconografia della chiesa, con Papa Francesco, è uno sport facilotto. Ma dopo il viaggio in Turchia sarà impossibile non aggiornare quella del dialogo ecumenico con gli ortodossi, bloccata sul fermo immagine dell’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora in Terra Santa, cinquant’anni fa. La fotografia ora sarà quella del capo del vescovo di Roma chinato in richiesta di benedizione sul petto del Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli, che quella testa ha baciato. Il simbolo è forte, la sostanza non è da meno. “L’unica cosa che la chiesa cattolica desidera e che io ricerco come Vescovo di Roma è la comunione con le chiese ortodosse”, ha detto Bergoglio dopo aver celebrato con il patriarca nella cattedrale di San Giorgio la divina Liturgia per la festa di Sant’Andrea. Bartolomeo gli ha risposto ribadendo la speranza dei fratelli ortodossi che questo sia il tempo per “l’avvicinamento delle nostre due grandi antiche chiese, che continuerà a edificarsi sulle solide fondamenta  della nostra comune tradizione”, e tra i due i riferimenti alla chiesa del Primo millennio come modello non mancano. Nel suo intervento, Bergoglio ha detto cose impegnative per un vescovo di Roma: il patrimonio delle chiese d’oriente va custodito non solo per la ricchezza liturgica e spirituale, ma anche per “le discipline canoniche, sancite dai santi padri e dai concili, che regolano la vita di tali chiese”. E che “per giungere alla meta sospirata” la chiesa cattolica non vuole “imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune”. Quasi spingere a un limite tendente a zero le richieste di parte cattolica, nella consapevolezza che non tutti apprezzeranno.

 

Dietro le parole di Bergoglio c’è senza dubbio una specifica sensibilità. Chiacchierando in aereo con la stampa (parlava in realtà di dialogo interreligioso) ha ad esempio detto di reputare “bello” che il dialogo interreligioso possa essere sostituito con “un salto di qualità, un dialogo tra persone religiose”. Sia lui che Bartolomeo hanno nel proprio stile questo gettare il cuore oltre l’ostacolo, appellandosi più alla “esperienza religiosa” di ognuno che al dettaglio. In più c’è “l’ecumenismo del sangue” (Bergoglio) dei nuovi martiri più volte evocato come un nuovo collante di fratellanza. Ma quanto lungo sia il salto, per portare il cuore alla meta, è tutto da misurare. Andrebbe ricordato che solo a fine settembre 2014, ad Amman, l’ennesimo round negoziale della commissione mista creata nel 2006 per verificare se esistano una definizione e un esercizio del primato del Vescovo di Roma accettabili anche dagli ortodossi (23 delegati cattolici e due delegati per ognuna delle quattordici chiese ortodosse autocefale), che doveva portare a un’intesa su un documento di lavoro intitolato “Sinodalità e Primato”, s’era chiuso con un nulla di fatto. A frenare, soprattutto ma non è una novità, era stato il Patriarcato di Mosca, pronto a snocciolare “una quantità di obiezioni di fondo”. Le discussioni “hanno svelato seri disaccordi sulla questione del primato nella chiesa”. E per quanto il cardinale Kurt Koch, presidente del pontificio consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani, abbia manifestato prudente ottimismo, le cose si sono arenate, e il punto del contendere è sempre il primato petrino esattamente come all’inizio del pontificato di Benedetto XVI, che disse di volersi “assumere come impegno fondamentale quello di lavorare con tutte le energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo”. Per ora se ne riparlerà nel 2015. Francesco ha lanciato l’ennesimo messaggio al patriarca Kirill, “ci incontriamo dove vuoi, tu chiami e io vengo”. Ma il contenzioso con la Terza Roma resta più complicato, anche per spessore politico, di quello con il fratello di Costantinopoli.

 

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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