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Papa Francesco un po’ stanco tra vestigia kemaliste e fuochi dell’islam

Messaggio per la Turchia di Erdogan: “Musulmani, ebrei e cristiani godano dei medesimi diritti e rispettino i medesimi doveri”.

29 Novembre 2014 alle 06:27

Papa Francesco un po’ stanco tra vestigia kemaliste e fuochi dell’islam

Papa Francesco (foto LaPresse)

Roma. Era visibilmente stanco, il Papa, al termine della prima giornata del viaggio in Turchia, quella cui avrebbe volentieri rinunciato se non fosse stato per le pressanti richieste di Ankara, assai poco contente che Francesco mettesse piede sul suolo già ottomano soltanto per abbracciare il fratello Bartolomeo I. Così, dopo la deposizione dei fiori nel mausoleo di Atatürk e la parata, scortato da cavalieri e fanfare, fino al palazzo presidenziale nuovo di zecca, il Pontefice – e dopo aver ascoltato il lungo discorso di Recep Tayyip Erdogan – ha preso la parola. Un intervento in cui ha sottolineato quanto sia “fondamentale che i cittadini musulmani, ebrei e cristiani godano dei medesimi diritti e rispettino i medesimi doveri”. Solo così “essi si riconosceranno come fratelli e compagni di strada, allontanando sempre più le incomprensioni e favorendo la collaborazione e l’intesa”. E questo perché “la libertà religiosa e la libertà di espressione, efficacemente garantite a tutti, stimoleranno il fiorire dell’amicizia, diventando un eloquente segno di pace”.

 

Chiede, il Pontefice, di andare avanti sulla strada del “dialogo interreligioso e interculturale”, un dialogo che auspica “creativo” e non meramente teorico, così da bandire ogni forma di fondamentalismo e di terrorismo, che umilia gravemente la dignità di tutti gli uomini e strumentalizza la religione”. La ricetta per vincere la sfida è quella di “contrapporre al fanatismo e al fondamentalismo la solidarietà di tutti i credenti, che abbia come pilastri il rispetto della via umana, della libertà religiosa, che è libertà del culto e libertà di vivere secondo l’etica religiosa, lo sforzo di garantire a tutti il necessario per una vita dignitosa, e la cura dell’ambiente naturale”. Quindi, la condanna delle violenze perpetrate dagli sgherri del cosiddetto Califfato: “La violenza terroristica non accenna a placarsi. Si registra la violazione delle più elementari leggi umanitarie nei confronti dei prigionieri e di interi gruppi etnici”. Centinaia di migliaia di persone “sono state costrette ad abbandonare le loro case e la loro patria per poter salvare la propria vita e rimanere fedeli al proprio credo”. Tasto, questo, che il Papa sarebbe tornato a calcare poco dopo, intervenendo alla Diyanet, il dipartimento per gli Affari religiosi, la più alta autorità religiosa islamica sunnita in Turchia presieduta dal professor Mehmet Görmez, colui che mesi fa accusò il Pontefice di organizzare partite di calcio e di non condannare gli attentati contro le moschee in Europa. Görmez ha denunciato l’islamofobia che sta assumendo proporzioni sempre più evidenti, mentre Francesco ha messo al centro del suo intervento la “tragica situazione in medio oriente” che ha dato luogo a una realtà umanitaria “angosciante”.

 

[**Video_box_2**]E’ a causa “di un gruppo estremista e fondamentalista”, ha osservato Bergoglio, che “intere comunità hanno patito e tuttora soffrono violenze disumane a causa della loro identità etnica e religiosa”. Popoli “cacciati con forza dalle loro case, che hanno dovuto abbandonare ogni cosa per salvare la propria vita e non rinnegare la fede”. La violenza, ha aggiunto, “ha colpito anche edifici sacri, monumenti, simboli religiosi e il patrimonio culturale, quasi a voler cancellare ogni traccia, ogni memoria dell’altro”. E “l’obbligo dei capi religiosi” è di denunciare “tutte le violazioni della dignità e dei diritti umani”. Ma alla denuncia, ha detto il Papa, “occorre far seguire il comune lavoro per trovare adeguate soluzioni”, e “ciò richiede la collaborazione di tutte le parti”. Oggi Francesco sarà a Istanbul, dove visiterà il museo di Santa Sofia e la moschea Sultan Ahmet. Nel pomeriggio, celebrerà la messa nella cattedrale dello Spirito Santo, al termine della quale avrà luogo la preghiera ecumenica con Bartolomeo I.

Matteo Matzuzzi

Matteo Matzuzzi

E' nato a Udine nel 1986. Si è laureato per convinzione in diplomazia e per combinazione si è trovato a fare il giornalista. Ha sperimentato la follia di fare l'arbitro di calcio, prendendosi pioggia e insulti a ogni weekend. Milanista critico e ormai poco sentimentale, ama leggere Roth (Joseph, non Philip) e McCarthy (Cormac). Ha la comune passione per le serie tv americane che valuta con riconosciuto spirito polemico. Al Foglio si occupa di libri, chiesa, religioni.

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