Emil Michael, vicepresidente di Uber

Il disruptor con la vista di un Dio

Redazione

Uber è sempre più aggressivo, ma rischia grosso con il suo bullismo

Uber ha un problema di bastardi”, titolava ieri il sito Vox per descrivere quello che sta succedendo alla start-up di macchine con autista di Travis Kalanick, che da qualche giorno (ma sarebbe più corretto dire da mesi) è nei guai perché per la gran voglia di travolgere il mercato sta facendo qualche vittima di troppo. L’ultimo scandalo l’ha provocato Emil Michael, il vicepresidente, quando ha detto a BuzzFeed che vorrebbe formare una squadra di investigatori per rimestare nel torbido delle vite private dei giornalisti che criticano la compagnia, il che è suonata come una minaccia, e ha fatto anche i nomi e i cognomi della prima vittima.

 

Michael ha detto che la sua era una boutade, si è scusato, ma nel frattempo un altro dirigente di Uber, il capo della compagnia a New York, faceva capire sempre a BuzzFeed che i dipendenti hanno a disposizione uno strumento per spiare senza permesso i movimenti dei clienti sulle automobili, anche quando per esempio vanno a trovare l’amante. Si chiama “vista di Dio”, e dentro Uber lo usano allegramente – anche sui giornalisti, e poi è difficile lamentarsi delle campagne stampa negative. Si aggiungano le pratiche di concorrenza sleale contro Lyft, gli autisti che si lamentano dei guadagni che non sono quelli promessi e la gran strafottenza di Kalanick, e si capisce perché tutti dicono a Uber, che vale 18 miliardi di dollari, che “deve crescere”, non nei dividendi ma nell’atteggiamento da bullo. I bastardi ci piacciono, soprattutto quando usano il pungolo della concorrenza con i vecchi taxi, ma Kalanick – che non punirà Michael, ma ha messo sotto inchiesta i manager della “vista di Dio”  – si trova così bene nei panni del disruptor che a forza di sentirsi invincibile ogni tanto esagera.

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