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Lo “stato innovatore”, storia di un’ingannevole chimera

Il settore pubblico in Occidente gode di cattiva stampa, in realtà ha “inventato” Internet, l’iPhone e altro. Perciò la Mazzucato chiama lo stato alla riscossa. Aporìe di un tormentone.

18 Novembre 2014 alle 16:41

Lo “stato innovatore”, storia di un’ingannevole chimera

Lo Stato è un leone. Ecco la copertina della versione originale del libro della Mazzucato, uscito nel giugno 2013 con il titolo “The Entrepreneurial State”

Pubblichiamo ampi stralci di un saggio in uscita sulla Rivista di Politica diretta da Alessandro Campi, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia. L’ultimo numero del trimestrale, edito da Rubbettino, è da oggi in librerie ed edicole.
Al centro della rivista un dossier dedicato a “Verità e Politica”, con interventi tra gli altri di Cornelius Castoriadis, Pierre Manent ed Eric Voegelin.

 

La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far della sera”. E’ pressoché inevitabile che una crisi economica grave e complessa come quella che ha coinvolto prima gli Stati Uniti e poi l’Europa a partire dal 2007, chiami in causa la teoria economica. La domanda della Regina Elisabetta: “Perché nessuno aveva previsto la crisi?”, è la medesima che si sono fatti milioni di persone, abituatesi ormai a pensare all’economista come a una sorta di meteorologo delle scienze sociali.

 

Per migliorare la qualità delle previsioni, e ancor più per migliorare la qualità delle prescrizioni, è opportuno ripensare ai fondamentali. È questo il tentativo di due libri che, per il tema che trattano, avrebbero potuto essere pubblicati vent’anni fa oppure fra vent’anni: “Lo Stato innovatore” di Mariana Mazzucato (edito in Italia da Laterza) e “Mass Flourishing” di Edmund Phelps. Entrambi i volumi hanno un sottotitolo signi-ficativo: “Sfatare il mito del pubblico contro il privato” e “How Grassroots Innovation Created Jobs, Challenge, and Change” (come l’innovazione dal basso ha creato lavoro, sfide e cambiamento). Entrambi cercano di offrire una nuova prospettiva sul tema dell’innovazione, presentato dagli autori come questione cruciale, per disegnare un qualsiasi futuro dopo l’attuale crisi.

 

Stagnazione, crisi fiscale, ruolo dello stato

 

Premio Nobel per l’Economia nel 2006, Phelps scavalca i confini della sua disciplina in un saggio brillante, nel quale il nome di Richard Wagner (il compositore, non l’economista) è citato cinque volte e Paul Krugman una soltanto. Secondo Phelps, esiste una cultura del “moderno”, caratterizzata dalla scoperta della responsabilità e dell’iniziativa individuale, che si è andata offuscando negli ultimi anni. L’idea di “moderno” di Phelps somiglia molto a quella ricondotta alla formula di Henry Sumner Maine della transizione “dallo status al contratto”: nel “moderno”, l’individuo si emancipa dalle circostanze e prova a realizzare se stesso, entrando in relazione con altri sulla base di contratti sottoscritti liberamente e non della “lotteria naturale”.

 

Gli articoli di fede del modernismo comprendono alcune specifiche idee in merito a ciò che è giusto: è giusto competere con gli altri per il raggiungimento di posizioni di elevata responsabilità, è giusto ricevere un pagamento più alto per compensare una maggiore produttività o una maggiore responsabilità, è giusto ricevere ordini da chi occupa posizioni di responsabilità, ed è giusto che questi rispondano del proprio operato, il diritto delle persone di presentare nuove idee, e il diritto delle persone di offrire nuovi modi di fare le cose e nuove cose da fare.

 

Sarebbe eccessivo dire che per Phelps la crisi economica statunitense è il risultato esclusivamente di un arretramento culturale: dal suo punto di vista, l’eclissarsi di questa cultura “modernista” è però il fattore più importante per la ripresa economica. Per l’economista statunitense, la “crisi fiscale” in cui versano molti paesi può “essere fatta risalire alla stagnazione”. “Se le nazioni occidentali vorranno raggiungere nuovamente i livelli di occupazione, inclusione, soddisfazione dell’impiego precedenti alla stagnazione” dovranno “trovare politiche in grado di accelerare l’innovazione”. Ciò a sua volta “richiederà che ciascuna nazione comprenda quali sono le radici dell’innovazione nel corso della storia moderna”.

 

Anche il libro di Mazzucato, sul quale più ci soffermeremo in queste pagine, per tornare poi a un confronto fra le sue conclusioni e quelle di Phelps, ha origine dalla volontà di influire sul dibattito economico del “dopo crisi”. Lo Stato innovatore è la versione ampliata di una monografia pubblicata dal think tank britannico “Demos” nella quale lo scopo dell’autrice era “convincere il governo britannico a cambiare strategia, a non tagliare programmi pubblici per rendere l’economia ‘più competitiva’ e ‘più imprenditoriale’, ma a ripensare quello che lo Stato può e deve fare per garantire una ripresa sostenibile nel dopo crisi”. Il suo è dunque un saggio a tesi, che ambisce a proporre “una visione esaltante del ruolo dello Stato”, per evitare un suo ridimensionamento.

 

Le ragioni che stimolano la polemica dell’economista dell’Università del Sussex possono essere così riassunte. Nel “dopo crisi”, vi sono osservatori, commentatori politici ed economisti che suggeriscono di ridurre il perimetro pubblico (ridurre la spesa pubblica per abbassare le tasse) con l’obiettivo di ridare ossigeno all’economia privata. Tali posizioni fanno presa sull’opinione pubblica, perché lo Stato viene dipinto “come un corpaccione inefficiente, buono soltanto a rimediare ai ‘fallimenti del mercato’”. La crisi finanziaria non è una crisi fiscale. Pertanto, l’esaltazione della capacità delle imprese private di produrre innovazione da una parte, il costante sottolineare le inefficienze delle burocrazie dall’altra, sarebbero le due facce di un progetto ideologico. Secondo Mazzucato, “il problema è che lo Stato manca di un buon reparto marketing/comunicazione”.

 

Il libro consiste né più né meno in un ribaltamento di quel progetto ideologico. Lo Stato è il più affidabile investitore a lungo termine, e ha dalla sua il “coraggio”, l’“audacia”, la lungimiranza che consentono di puntare sullo sviluppo di tecnologie i cui benefici saranno evidenti soltanto anni, o decenni, dopo. In quella che per sua stessa definizione è “una battaglia discorsiva”, la strategia di Mazzucato è concentrarsi sugli Stati Uniti, il paese che – per essere stato l’antagonista storico dell’Unione sovietica – incarna agli occhi del mondo l’idea stessa di un’economia di mercato. In questo modo, l’autrice ambisce a liberarsi di una serie di “miti” che inquinano il dibattito europeo. Al contrario, Mazzucato si tiene rigorosamente alla larga dagli esempi più ovvi di politica industriale: per esempio, non una riga è spesa sulla storia del rapporto fra Stato e impresa privata in Italia nel secondo dopoguerra.

 

Lo Stato innovatore?

 

Mazzucato non si limita a sostenere che l’intervento pubblico può stimolare, direttamente o indirettamente, la capacità d’innovare delle persone: vorrebbe provare che l’intervento pubblico a favore dell’innovazione è necessario per avere un’economia che produce innovazione. L’autrice condivide un approccio per cui “l’innovazione (…) è un esempio concreto di incertezza di Knight, impossibile da modellizzare attraverso una distribuzione normale (o di qualsiasi altro tipo) di probabilità”. Nel suo lavoro, Mazzucato esamina precipuamente innovazioni di carattere tecnologico.

 

Se la tesi è chiara, l’argomentazione non è priva di ambiguità. Da una parte, Mazzucato vuole smentire alcuni “miti sull’origine dell’imprenditorialità e dell’innovazione”, ai quali attribuisce responsabilità ben precise: “E’ a causa di questi miti se le mi-sure adottate dai governi non sono riuscite a stimolare efficacemente quel tipo di innovazione che le imprese private non intraprendono spontaneamente”. Se un’affermazione di questo tipo tradisce una fede inossidabile nel ruolo delle idee in una società complessa (al punto da attribuire l’inefficacia di certe politiche pubbliche alla cattiva stampa: non a errori nella loro realizzazione, non a incentivi distorti, non al comportamento opportunistico degli attori coinvolti), nello stesso tempo ci fa pensare che lo Stato innovatore di cui parla Mazzucato appartenga a un “dover essere” ancora non compiutamente realizzato.

 

Dall’altra, Mazzucato sostiene che lo Stato ha già dimostrato di saper svolgere un ruolo “imprenditoriale”. A suo dire, “in quasi tutte le innovazioni più radicali e rivoluzionarie che hanno alimentato il dinamismo dell’economia capitalista, dalle ferrovie alla Rete fino alle nanotecnologie e alla farmaceutica dei nostri giorni, gli investimenti ‘imprenditoriali’ più coraggiosi, precoci e costosi sono riconducibili allo Stato”.

 

Il riferimento alle ferrovie è assieme sorprendente ed emblematico. Se è indubbio che i grandi progetti di treni ad alta velocità a trazione elettrica sono oggi finanziati dai governi, la ferrovia come “innovazione”, potremmo dire: la ferrovia quando era una innovazione, fu una creazione del settore privato. Non a caso, le ferrovie (in Italia, negli Stati Uniti, e anche laddove sono state inventate, cioè nel Regno Unito) furono a un certo punto nazionalizzate: il che parrebbe banalmente suggerire che in precedenza lo Stato non partecipava al capitale di quelle imprese. Ora, non è impossibile sostenere, circa lo sviluppo della strada ferrata, una versione “debole” della tesi di Mazzucato: in Inghilterra il Parlamento era attivo sin da principio, nel fornire right-of-way easements, consentendo il passaggio delle nuove linee, ma non diversamente da quanto acca-deva per la costruzione di una nuova strada o di un nuovo canale. Tuttavia, gestione e finanziamento furono privati sino alla nazionalizzazione, avvenuta dopo la Prima guerra mondiale, e gli unici due atti di regolamentazione riconducibili al governo inglese sono l’obbligo di offrire carrozze di terza classe (1844) e la standardizzazione dello scartamento ferroviario (1846).

 

Sul comodino del Presidente. Lo scorso agosto Filippo Sensi (alias @nomfup), su Twitter, fotografa quelle che saranno le letture estive di Matteo Renzi, presidente del Consiglio italiano

 

Questa digressione viene utile per mettere a fuoco il maggior problema del libro di Mazzucato. L’ambizione dell’autrice è quella di avere individuato una regolarità: serve uno Stato “forte”, per avere un’economia innovativa. E’ tuttavia difficile pretendere di avere individuato una regolarità, a fronte di esempi che riguardano sostanzialmente gli ultimi cinquant’anni.

 

Nel corso del Novecento, l’incidenza della spesa pubblica aumenta vistosamente. La spesa pubblica, negli Stati Uniti, passa dal 7,5 per cento del pil (1913) al 19,7 (1937) al 27 (1960) al 32,8 (1990). Oggi è il 41, per cento. Nel Regno Unito si va dal 9,4 per cento (1913) al 26,2 (1920) al 30 (1937) al 32,2 (1960) al 39,9 (1990) all’attuale 48,5. In Italia, siamo passati dal 17,1 per cento (1913) al 30,1 (1920) al 31,1 (1937), al 53,4 (1990), all’attuale 49. Sarebbe alquanto improbabile che, a fronte di un tale incremento della spesa pubblica, essa non avesse sfiorato realtà nelle quali si sono prodotte “innovazioni”, o ambiti ad esse contigui.

 

Chi voglia sostenere che l’intervento pubblico come “abilitatore” dell’innovazione è una regolarità, non può pretendere di farlo esaminando soltanto uno spicchio di storia, fra l’altro quello caratterizzato dalla maggiore pervasività della presenza dello Stato. Al contrario, Phelps ambisce a spiegare quella produzione di innovazioni “a getto continuo” che è diventata “normale” nelle economie occidentali dopo la Rivoluzione Industriale.

 

Perché la sua tesi sia plausibile, Mazzucato dovrebbe dimostrare che le innovazioni a vario titolo prodottesi “grazie” all’intervento pubblico sono l’esito di un “disegno intelligente”. “Sentiamo dire in continuazione che lo Stato non deve intromettersi troppo nell’economia perché non ha le capacità per decidere chi vince e chi perde, nel senso di scegliere le nuove tecnologie, settori economici o imprese specifiche su cui puntare”. Pertanto, dal suo lavoro ci si aspetterebbe la dimostrazione che la “politica industriale” (quell’insieme di politiche pubbliche attraverso le quali lo Stato prova a decidere chi deve vincere e chi deve perdere la gara competitiva) ha riscosso più successi che insuccessi.

 

Il libro di Mazzucato porta numerosi esempi del ruolo giocato dalle politiche pubbliche nel promuovere innovazioni: ma, molto spesso, quelle innovazioni possono essere considerate come esternalità dell’intervento pubblico, non come l’esito atteso di politiche industriali mirate. Il cuore del lavoro di Mazzucato sta nel quarto e nel quinto capitolo, rispettivamente dedicati a “Lo Stato innovatore negli Stati Uniti” e a “Lo Stato dietro l’iPhone”. È opportuno esaminare in dettaglio gli e-sempi che Mazzucato fornisce in questi capitoli.

 

Lo Stato ha inventato Internet?

 

Per argomentare che gli Stati Uniti sono uno “Stato innovatore”, Mazzucato porta quattro “esempi di successo”: la Darpa, il programma Sbir, la legge sui farmaci orfani e le nanotecnologie. L’elemento unificante è “l’approccio proattivo da parte dello Stato per dare forma a un mercato e incoraggiare l’innovazione”.

 

E’ un fatto che, dopo la Seconda guerra mondiale, la ricerca scientifica “di base” in America sia stata in larga misura nazionalizzata, a causa di quello “sforzo bellico permanente” in cui gli Stati Uniti erano impegnati. Per Mazzucato, dopo il progetto Manhattan “diventò affare del governo capire quali tecnologie potessero offrire applicazioni sia militari che commerciali”. In questo contesto, s’inserisce la creazione della “Defense Advanced Research Projects Agency” (Darpa), che l’autrice considera “ben più che un semplice erogatore di fondi per progetti di ricerca: finanziò la formazione di dipartimenti di scienza informatica, fornì il supporto iniziale alla ricerca per molte aziende di nuova formazione, contribuì alla ricerca sui semiconduttori e le interfacce uomo-computer, sovrintese alle prime fasi di internet”. La Darpa viene rappresentata come un modello di efficienza: essa aveva una “struttura dinamica e flessibile”; “incrementò il flusso di conoscenza fra gruppi di ricerca in competizione fra di loro”; “i funzionari della Darpa svolsero un’opera di mediazione tecnologica e imprenditoriale”. Sarebbe interessante comprenderne le ragioni di questi impressionanti successi.

 

Tuttavia, Mazzucato ci risparmia i grigi dettagli “amministrativi”. Il lettore de “Lo Stato innovatore” apprende che la Darpa aveva “una serie di uffici relativamente piccoli”, che erogava finanziamenti sia alla ricerca di base che a quella applicata, e che essa “si incarica anche di aiutare le imprese a rendere commerciabile un prodotto” e che offriva alle aziende “un’assistenza che va molto al di là del finanziamento alla ricerca”. Però, come avvenissero queste cose non è chiaro: come fossero organizzati tali uffici, su quali criteri e sulla base di quali requisiti venissero erogati i fondi, quale fosse il contenuto della “assistenza” offerta alle imprese. Insomma, Mazzucato vuole convincerci che “fondamentale in questo senso è la funzione di guida dello Stato” ma poi lascia al lettore immaginare come quella “funzione di guida” in concreto si esplichi.

 

La Darpa è nota per aver “generato” Internet: questa è anche una delle ragioni per le quali senza lo Stato l’iPhone non ci sarebbe. L’idea fondamentale che sta “dietro” Internet, cioè quella della “commutazione di pacchetto” (packet switching), ovvero di una tecnologia per il trasporto di dati, nella quale l’informazione da trasferire viene inserita in pacchetti trasmessi individualmente e in sequenza, si deve a due ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston, Joseph Carl Robnett Licklider e Leonard Kleinrock. Licklider e Kleinrock ebbero le loro intuizioni più rilevanti quand’ancora erano attivi in ambito esclusivamente accademico, venendo chiamati poi a lavorare ad Arpanet.

 

In questo caso, col senno di poi pare che davvero la Darpa abbia “puntato” sulle persone giuste. È però perlomeno semplicistico sostenere che lo Stato abbia “inventato il web”. Il funzionamento di Arpanet era gestito da alcuni grandi centri universitari, privati e pubblici. Se è innegabile, come ricorda Mazzucato, che il governo federale negli anni Sessanta e Settanta diede ampio sostegno alle università per sviluppare le idee e l’hardware dei “building blocs” di Internet, come gli standard Ftp (File transfer protocol) e Tcp/Ip (Transmission control protocol/Internet protocol), si può inci-dentalmente ricordare che il router Tcp/Ip fu ideato e commercializzato (per Arpanet) da un’impresa privata, Cisco, mentre le fibre ottiche che hanno reso possibile portare Internet in milioni di case sono state parimenti sviluppate da un’altra azienda privata, la Corning Glass Works.

 

Non vanno poi perse di vista due realtà di importanza non periferica: i finanziamenti pubblici di cui stiamo parlando sono essenzialmente finanziamenti alla difesa (più che “Lo Stato innovatore”, il libro di Mazzucato potrebbe intitolarsi “L’esercito innovatore”), e vennero in buona parte veicolati attraverso il sistema universitario americano.

 

Per lo storico dell’economia Price Fishback, mentre “sono innegabili le vaste ripercussioni delle attività motivate da considerazioni militari”, nel caso specifico di Internet “il ruolo dei militari è risultato chiaramente sufficiente a sviluppare le prime tecnologie, ma verosimilmente non può essere giudicato necessario. Il credito per aver sviluppato tali tecnologie dovrebbe essere ascritto alle persone che hanno effettivamente svolto le ricerche necessarie”. Come già anticipato, la questione rilevante – se si cerca conferma alla regolarità adombrata da Mazzucato – è se effettivamente lo sviluppo di Internet abbia rappresentato l’esito di un disegno mirato, oppure se invece è piuttosto considerabile alla stregua di un’esternalità positiva dell’intervento pubblico.

 

Secondo Price Fishback, “il finanziamento di fonte militare ha contribuito a creare effetti di spillover a favore dello sviluppo dell’Internet commerciale per diversi motivi. In primo luogo, i militari avevano solo un modesto controllo dei progetti. Nessuno aveva previ-sto che la vera ‘killer app’ di Arpanet sarebbe stata la posta elettronica, sviluppata nel 1972. La maggior parte dei messaggi inviati, già contraddistinti dallo stravagante simbolo @ nell’indirizzo, riguardavano discussioni di fantascienza, sesso, droga e rock-and-roll, comunicavano le mosse di partite di scacchi a di-stanza e occasionalmente la stampa di una dissertazione o di un paper. Bob Kahn, uno dei principali sviluppatori di Arpanet e di internet, ha osservato che la Arpa ‘non avrebbe mai finanziato una rete di computer allo scopo di agevolare le comunicazioni per e-mail’, giacché il telefono soddisfaceva già egregiamente le esigenze di comunicazione da persona a persona. In secondo luogo, i militari incoraggiarono i ricercatori a disseminare ampiamente il proprio lavoro, immaginando, nella migliore tradizione della teoria dei giochi, che se entrambe le parti [in conflitto] sapevano che l’avversario disponeva di solide comunicazioni in grado di sopravvivere a un attacco preventivo [nucleare], sarebbero sta-te meno propense ad adottare una postura di ‘distruzione reciproca assicurata’ (Mad). In terzo luogo, i militari erano disposti a finanziare piccole aziende, contribuendo ad una considerevole ondata di start-up”.

 

L’intenzionalità della “creazione di Internet” pare quantomeno dubbia. Se agli investimenti “militari” statunitensi dev’essere riconosciuto un ruolo, esso è un po’ quello di Cristoforo Colombo. Lo “Stato innovatore” arriva in America, ma è partito per le Indie.

 

Riguardo alla questione del rapporto “governo mecenate”/università, non è fuori luogo ricordare alcune caratteristiche peculiari del sistema universitario americano. Anche per Nathan Rosenberg, “le università americane producono prototipi”, ma il loro successo, in quest’ambito, non è riconducibile esclusivamente al sostegno alla ricerca tramite grants pubblici. Esse sono altamente “responsive” alle necessità dell’economia e del tessuto sociale, dimostrando per esempio grande duttilità rispetto ai percorsi d’insegnamento e all’offerta di formazione. Ciò è possibile, secondo Rosenberg, perché sono fortemente decentrate e strettamente interconnesse, e sono intensamente competitive. Pertanto la loro reattività economica deve essere considerata nel contesto di un ambiente estremamente concorrenziale. In effetti, storicamente un ambiente del genere è stato una delle principali cause di tale reattività.

 

Questa intensa concorrenzialità degli atenei americani può essere considerata ininfluente? Ovvero, è più rilevante il dato del finanziamento pubblico oppure il fatto che esso veniva veicolato attraverso istituzioni in concorrenza per recuperare capitali (grants pubblici e donazioni private), in concorrenza per attrarre i migliori fattori della produzione (docenti), in concorrenza per guadagnare il favore dei consumatori (gli studenti)? E se davvero il finanziatore pubblico esercitava “solo un modesto controllo dei progetti”, è al suo “approccio proattivo” che può essere ricondotta la paternità delle innovazioni prodottesi?

 

Una politica industriale “decentralizzata”?

 

Discutendo della Darpa, Mazzucato parla di una “forma decentralizzata di politica industriale”, ma delle due l’una: o è decentralizzata, o è politica industriale. Persino chi adotti una definizione di “politica industriale” la più lasca possibile, sostenendo che essa sia in buona sostanza una risposta ai “fallimenti del mercato” (il che per Mazzucato è insufficiente) afferma che essa consisterebbe in “deliberati tentativi di favorire l’industria da parte delle autorità di governo”. E’ possibile che, come ogni altra azione umana, una certa politica industriale abbia conseguenze inintenzionali che vengono reputate positive: tuttavia le conseguenze inintenzionali sono, per l’appunto, inintenzionali. (…) Lo Stato innovatore è un libro segnato da una visione della politica e del funzionamento degli organismi burocratici per cui lo Stato fa quello che è necessario e ogni sospetto sulla sua pretesa inefficienza è, nel migliore dei casi, una profezia che si autoavvera. Mentre Mazzucato è assai polemica verso la tendenza al breve termine e la fame di facili guadagni degli operatori privati, pare essere convinta che il comportamento dei decisori che allocano risorse per e all’interno dello “Stato” sia invece uniformemente intelligente e lungimirante.

 

È una lungimiranza vagamente post hoc propter hoc. Un caso emblematico viene dal capitolo in cui Mazzucato vorrebbe convincerci che l’iPhone è una creatura del governo federale americano. Per sostenere che gli schermi touch screen siano l’esito di una politica industriale, Mazzucato presenta al lettore la figura di Wayne Westerman: “Era un dottorando che studiava sistemi neuromorfici all’Università del Delaware (finanziata dallo Stato) (…) Dopo che Westerman ebbe completato il dottorato, lui ed Elias fondarono una società, la Finger-Works, e commercializzarono la nuova tecnologie. (...) Insomma, Westerman ed Elias, con finanziamenti di organismi pubblici, hanno prodotto una tecnologia che ha rivoluzionato la multimiliardaria industria dei dispositivi elettronici mobili”.

 

È possibile sostenere che la tesi di dottorato di uno studioso, che a un certo punto si trasforma in una idea imprenditoriale, sia l’esito di una politica industriale? E questo perché la sua università era “finanziata dallo Stato” e la sua tesi di dottorato è stata parzialmente finanziata da una borsa di studio della National Science Foundation, al pari di duemila altre ogni anno? Forse anche l’intervento salvifico dello Stato, come la bellezza, è negli occhi di chi guarda. Per esempio, che “le scuole pubbliche rappresentarono un mercato di vitale importanza per la società fondata da Steve Jobs dopo i drammatici flop dell’Apple III e del Lisa, alla fine degli anni Ottanta” davvero segnala una politica industriale ben concepita? (…)

 

[**Video_box_2**]Da ultimo, Mazzucato cita, come esito positivo dell’interventismo, le nanotecnologie per quanto il loro impatto sia “ancora trascurabile, perché le nuove tecnologie non sono ancora arrivate alla fase di commercializzazione”. L’economista dell’università del Sussex si appoggia a uno studio di Motoyama, Appelbaum e Parker, i quali “sostengono che la ragione sta in un eccesso di investimenti per la ricerca a fronte degli investimenti per la commercializzazione e invocano un ruolo più attivo del governo in questo secondo ambito”. Al che, Mazzucato si chiede: “Se lo Stato deve fare la ricerca, sostenere gli investimenti per le infrastrutture principali e anche intraprendere lo sforzo di commercializzazione, qual è esattamente il ruolo del settore privato?”.

 

È difficile, perlomeno per chi scrive, ragionare su scoperte la cui portata è ancora tutta da verificare, ma questa domanda retorica è una sorta di manifesto dell’approccio di Mazzucato. Pare quasi che, per l’economista, l’innovazione tecnologica sia qualcosa da considerare “di per sé”, e non rispetto ai benefici concreti che produce per i consumatori.

 

E’ emblematico il confronto che l’autrice traccia fra “l’esperienza del Giappone e dell’Unione sovietica negli anni Settanta e Ottanta”, basandosi su un paper di Chris Freeman. La spiegazione dell’ascesa economica del Giappone starebbe “nel flusso di nuova conoscenza garantito da una struttura economica orizzontale, composta dal ministero dell’Industria e del commercio internazionale (…) e dalla ricerca e sviluppo condotta all’interno delle università e delle imprese”. Per quanto negli anni Settanta il Giappone investisse in ricerca e sviluppo il 2,5 per cento del suo pil contro il 4 per cento dell’Unione sovietica, esso “registrò una crescita molto più rapida (…) perché i finanziamenti per la R&S erano spalmati su più settori economici, mentre in Unione sovietica si concentravano sul comparto militare e quello spaziale [sic]”. Nonostante Mazzucato riconosca che “l’Unione sovietica non aveva imprese che commercializzassero le tecnologie sviluppate dallo Stato (o non glielo permetteva)” e che “il Giappone aveva collegamenti solidi tra utente e produttore”, altrimenti detto: una economia di mercato nella quale l’offerta di beni e servizi non può prescindere dalla domanda, considera questa differenza “strutturale” tutto sommato di poco rilievo, rispetto all’ipotetica capacità di regia del set-tore pubblico giapponese.

 

Per inciso, si potrebbe ricordare che il governo giapponese, fino al 1991, “finanziava meno del 20 per cento delle proprie attività di ricerca e sviluppo e (…) meno di metà delle ricerche scientifiche accademiche”, come ha scritto il commentatore di politiche della scienza e professore di Biochimica Terence Kealey, rappresentando “una straordinaria eccezione tra gli Stati dell’Ocse, che in media finanziavano circa il 50 per cento delle proprie attività di ricerca e sviluppo e l’85 per cento delle ricerche scientifiche accademiche”.

 

Più importante ancora, però, andrebbe considerata la differenza di allocazione dei finanziamenti fra Giappone e Unione sovietica, che pure Mazzucato riconosce. Nel secondo caso, oltre il 70 per cento della ricerca e sviluppo spettava al comparto militare e aerospaziale. Nel primo caso, a quei settori andava meno del 2 per cento della R&S. Proporzioni tanto diverse, dovranno qualcosa anche al fatto che i beneficiari in Giappone erano imprese private, dipendenti prim’ancora che dal finanziamento pubblico dal giudizio dei consumatori, e in Unione sovietica no?

 

L’enfasi che Mazzucato pone sulle innovazioni “di rottura” serve a minimizzare il ruolo del privato, che nel migliore dei casi, come Steve Jobs e la Apple nel ritratto che ne traccia, “impacchetta” innovazioni già esistenti, facendone un prodotto commerciale. Ma questo “ultimo miglio” è tutt’altro che banale.

 

Lo Stato innovatore segnala al lettore tutta una serie d’istanze, nelle quali lo sviluppo di innovazioni poi confluite nei dispositivi Apple ha incrociato il grande fiume della spesa pubblica. Ma tanto basta a dire che “il governo americano ha ‘scelto’ l’iPod”? La risposta dovrebbe essere un secco “no”. Da una parte, quelle tecnologie sono state sovente l’esito inintenzionale di programmi di ricerca pubblici. “Fortuna” e “progetto” non sono sinonimi, e non lo diventano se si parla di politica industriale. Dall’altra, Mazzucato non dimostra – perché non lo si potrebbe dimostrare – che lo sviluppo di certe tecnologie (l’esempio emblematico è il Gps) fosse stato intrapreso avendo già presente il loro punto d’arrivo attuale.

 

Ciò che fanno le aziende private, in una economia di mercato, è precisamente ordinare i fattori della produzione anticipando le domande dei consumatori. In modo molto efficace, Friedrich von Hayek notò che “rispetto al lavoro dell’ingegnere, quello del mercante è in un certo senso molto più ‘sociale’, cioè intrecciato alle libere attività di altre persone”. Il ruolo dell’imprenditore non è quello di realizzare nuove invenzioni, semmai quello di provare ad anticipare le domande dei consumatori. Le innovazioni, a loro volta, sono utili e interessanti o meno non di per sé, ma alla luce dei bisogni e delle necessità che vanno a soddisfare. Lo Stato è di norma un cattivo imprenditore a causa delle condizioni in cui opera, radicalmente diverse da quelle in cui operano gli imprenditori privati.

 

Vale appena la pena di notare, con Phelps, che “le economie socialiste erano contraddistinte da una fatale mancanza di dinamismo. La capacità di innovazione degli ex-manager statali venne messa alla prova una volta che, dopo il crollo dell’Unione sovietica, in Europa orientale venne avviata una imponente serie di privatizzazioni. Questi manager, temendo di perdere la propria posizione a favore di un rivale o che la propria azienda avrebbe chiuso i battenti qualora non fossero riusciti a innovare, dettero vita a frenetici tentativi di creare e commercializzare nuovi prodotti, e tuttavia fallirono quasi tutti nel loro intento. Erano disposti a comportarsi da imprenditori o, quanto meno, avevano le spalle al muro, ma non dimostrarono di avere le doti necessarie. Il processo darwiniano nelle economie comuniste non aveva sele-zionato manager dotati di talento imprenditoriale e, quindi, erano pochissimi gli individui dotati di questo tratto”.

 

Come si fa a sostenere la tesi dell’indispensabilità dello Stato per l’innovazione, senza dimostrare che esso è in grado di nominare funzionari di spirito innovatore, a gestirne le risorse? (…)

 

Contro il “superomismo tecnologico”

 

Sarebbe ingeneroso non riconoscere al lavoro di Mazzucato alcuni aspetti d’interesse. Da una parte, laddove l’autrice attinge alle proprie ricerche anziché ammassare aneddoti di varia provenienza, cioè nella critica al ruolo dei brevetti come proxy della reale capacità d’innovazione di un’economia, fornisce interessanti argomenti al suo lettore.

 

Inoltre, il suo libro è un utile antidoto contro quella retorica che fissa l’attenzione sul contributo di alcuni, isolati individui all’innovazione, come se effettivamente essa dipendesse esclusivamente dalle brillanti intuizioni di qualche universitario fuori corso. Phelps mette a fuoco questa critica sul piano culturale, notando lo sviluppo di una “cultura adolescenziale” negli Stati Uniti, che sminuisce l’originalità e l’applicazione a vantaggio di un’eccessiva attenzione al breve termine.

 

Parimenti, Mazzucato ha indubbiamente ragione nel sottolineare l’incertezza con la quale si confrontano gli “innovatori economici”. Non si può davvero che procedere per tentativi ed errori: questo è paradossalmente un argomento utilizzato anche da coloro che invece parteggiano per una dra-stica limitazione della sfera pubblica. E’ davvero indifferente, quali soggetti debbano procedere “per tentativi ed errori”, o lo Stato ha davvero in quell’ambito un vantaggio specifico? L’unica cosa che serve è un portafoglio infinito, come la borsa di Mary Poppins? Il fatto che tali innovazioni vengano messe al servizio del consumatore è irrilevante?

 

Ciò che Mazzucato tenta, è una curiosa rielaborazione della teoria keynesiana. Nelle famose pagine in cui preconizza l’eutanasia del rentier, Keynes teorizza come un aumento dell’offerta monetaria possa essere attuato fino a che il capitale cessi di essere scarso. Ma, in Keynes, come ha scritto Sergio Ricossa, “una economia stazionaria ha il pregio di essere, per così dire, mezza morta”: la fine della scarsità di capitale coincide con la scomparsa delle turbolenze del ciclo economico.

 

Mazzucato sostiene al contrario la necessità di “un collegamento tra gli stimoli di bilancio propugnati da Keynes e gli investimenti in innovazione raccomandati da Schumpeter”. Alla fine della scarsità del capitale si affida non la possibilità di produrre una economia finalmente stabile, quanto la possibilità di produrre innovazione. Se tutti i progetti “innovativi” (o così definiti) venissero finanziati, indubitabilmente, a un certo punto, produrrebbero dei risultati. Se si potesse battere ogni possibile sentiero di ricerca, da qualche parte inevitabilmente si arriverebbe.

 

Venendo meno la scarsità di capitale, verrebbe meno la necessità di “prezzarlo” adeguatamente. E scomparirebbero i “giudici” dell’economia di mercato: gli investitori, che possono staccare la spina a progetti altrimenti promettenti.

 

Se non che il progresso “utile” non è necessariamente quello “tecnocratico”, come Phelps dimostra ripensando alla rivoluzione industriale. Ogni tanto, il progresso tecnologico “precede” la scienza: “Il motore a vapore è venuto prima della termodinamica. E se guardiamo alle invenzioni di quegli anni, dobbiamo accorgerci che “questi inventori non hanno creato conoscenza scientifica, così come un barista che inventa un nuovo drink non crea conoscenze chimiche: nessuno dei due disponeva della formazione necessaria”.

 

Se davvero, come ammette anche Mazzucato, “quello che conta non è lo ‘stock’ di R&S, ma la circolazione della conoscenza e la sua diffusione attraverso l’economia”, allora acquisisce importanza la riflessione di Phelps, per il quale un “capitalismo dinamico” è l’esito di una certa cultura. Per uti-lizzare una sua efficace espressione, “l’economia moderna è (…) un vasto, incessante progetto per concepire, sviluppare e mettere alla prova idee in merito a quanto può funzionare e a quello che può piacere alle persone”. Invenzioni, scoperte, innovazioni, non sono per Phelps forze esogene al processo tecnologico ma “esse nacquero in ragione delle percezione dei bisogni delle imprese o di un senso ispirato di che cosa imprese e consumatori desiderassero avere la aziende e i consumatori – il tutto derivato dall’esperienza degli innovatori e dalle loro congetture nel mondo degli affari”. In una società permeata da questo dinamismo, le imprese perseguono anche innovazioni incrementali, preziose dal momento che sono pensate in vista di bisogni e necessità dei consumatori.

 

Mazzucato parla di “ecosistemi simbiotici”, mentre in realtà è convinta che le innovazioni siano choc esogeni. Proprio per questo ne identifica la sorgente esterna al gioco del mercato. Al contrario, la visione di Phelps è quella sì di un processo di trial and error, ma il più decentrato e plurale possibile, per affrontare una realtà fatta di decisioni da prendersi in regime di scarsità, che è poi il mondo come lo conosciamo, perlomeno dalla cacciata dal giardino dell’Eden.

 

Alberto Mingardi è direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni

Alberto Mingardi

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