Giorgio Napolitano (foto LaPresse)

Napolitano: "Gli attentati del '93 furono un aut aut della mafia"

Redazione

"L'obiettivo era la destabilizzazione delle istituzioni". Depositata la testimonianza.

La trascrizione della testimonianza resa dal capo dello stato, Giorgio Napolitano nell'ambito del processo stato-mafia è stata depositata. Il presidente della Repubblica, rispondendo ai pubblici ministeri ha affermato che accolse la nota riservata del Sismi sul rischio di un possibile attentato nei suoi confronti "con assoluta imperturbabilità, perché", dice Napolitano, "avevo già vissuto tutti gli anni della stagione del terrorismo in cui di minacce ne fioccavano da tutte le parti e purtroppo non fioccavano solo minacce, ma anche pallottole". Lo dice lo stesso capo dello stato fu informato, senza vedere carte, senza sapere di note del Sismi o di chicchessia, che c'erano voci e che "erano state raccolte da confidenti notizie circa un possibile attentato alla mia persona o a quella del Senatore Spadolini". Da queste "voci", Napolitano venne a conoscenza "che avrebbe dovuto esserci prima un attentato stragista con il maggior numero possibile di vittime e a seguire si sarebbe dovuto colpire un rappresentante delle istituzioni politiche".

 

"Ne fui informato, adesso spiego un po' meglio, perché in quell'estate del 1993 io feci una brevissima vacanza, come da molti anni, nell'isola di Stromboli. Naturalmente ne era informata la polizia che predisponeva delle misure di protezione, io posso solo ricordare, ho una testimonianza di chi era allora capo della mia Segreteria alla Camera dei deputati, che io formalmente rifiutai - sottolinea Napolitano - un rafforzamento della scorta o comunque delle protezioni per questa mia breve tradizionale vacanza con la famiglia a Stromboli".

 

Le stragi mafiose del 1993, secondo il capo dello stato, "si susseguirono secondo una logica che apparve unica e incalzante, per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut aut, perché questi aut aut potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure soprattutto di custodia in carcere dei mafiosi o potessero avere per sbocco la destabilizzazione politico-istituzionale del paese e naturalmente era, ed è, materia opinabile".  "La valutazione comune alle autorità istituzionali in generale e di governo in particolare, fu che si trattava di nuovi sussulti di una strategia stragista dell'ala più aggressiva della mafia; si parlava allora in modo particolare dei corleonesi, e in realtà quegli attentati, che poi colpirono edifici di particolare valore religioso, artistico e così via". Napolitano ha aggiunto che "comunque non ci fu assolutamente sottovalutazione", anzi. Quando era presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi citò - continua Napolitano - come particolarmente inquietante l'episodio di un black aut a palazzo Chigi. In quel momento, Ciampi, confessa Napolitano, pensò a un "colpo di stato". Quindi c'era molta vigilanza, molta sensibilità e molta consapevolezza della gravità di questi fatti".

 

[**Video_box_2**]"Poteva considerarsi un classico ingrediente di colpo di stato anche del tipo verificatosi in altri paesi lontani dal nostro, questo tentativo di isolare diciamo il cervello operante delle forze dello stato, blocchiamo il governo, il capo del governo, l'edificio in cui vengono prese le decisioni del governo, dopo di che possono rimanere senza guida le Forze di polizia, le forze dell'Ordine e questo certamente è ciò che aveva in modo particolare impressionato Ciampi e che lo aveva indotto a parlare di qualcosa che poteva essere assimilato a un tentativo o un vago progetto di colpo di stato". "Penso che soprattutto ebbe modo di confrontarsi con il presidente del Consiglio Ciampi il Presidente della Repubblica Scalfaro. Poi noi presidenti delle Camere, io della Camera dei Deputati e Spadolini del Senato della Repubblica, sicuramente scambiammo opinioni, ma il da farsi era competenza esclusiva del governo, come dire. Il Parlamento poteva essere il luogo di dibattito, di interpretazione dei fatti e anche di convalida di decisioni del governo, ma diciamo il fulcro della responsabilità era senza alcun dubbio il governo".

 

Infine, Napolitano ha risposto a una domanda sul suicidio del suo consigliere giuridico, Loris D'Ambrosio. ""ra un magistrato di tale qualità", ha detto il presidente della Repubblica, "di tale sapienza giuridica e di tale lealtà istituzionale, che se lui avesse avuto in mano degli elementi che non fossero solo ipotesi, lui sapeva benissimo quale era il suo dovere, andare all'Autorità giudiziaria competente e fornire notizie di reato o elementi utili a fini processuali".

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