Giorgio Napolitano (foto LaPresse)

Trattativa bluff

Riccardo Arena

Giuseppe Di Lello la considera “una ricostruzione giornalistica”, un processo che più che essere celebrato “va in onda”. Lo stesso ex procuratore di Palermo, Francesco Messineo, prima di andare davanti alla Corte costituzionale contro il capo dello stato, si rifiutò di vistare l’avviso di conclusione delle indagini.

Palermo. Giuseppe Di Lello la considera “una ricostruzione giornalistica”, un processo che più che essere celebrato “va in onda”. Lo stesso ex procuratore di Palermo, Francesco Messineo, prima di essere folgorato sulla via di Damasco e di andare personalmente davanti alla Corte costituzionale contro il capo dello stato, si rifiutò di vistare l’avviso di conclusione delle indagini sulla trattativa stato-mafia. Non senza avere confidato a uno dei magistrati del suo ufficio che in quel modo, chiedendo il processo, la procura sarebbe “andata a sbattere”. Non perché avrebbe toccato i “poteri forti”, ma perché lui stesso – lo disse apertamente in una riunione di ufficio – aveva “dubbi su alcuni imputati”.

 

Uno dei sostituti titolari del processo, Paolo Guido, andò oltre: dopo una sfibrante trattativa sulla trattativa, restituì la delega, dichiarandosi del tutto contrario all’ipotesi di celebrare un dibattimento sui presunti accordi tra stato e mafia nel periodo delle stragi del ’92-’93. Per lui, che non ha mai rilasciato un’intervista sul procedimento di cui era titolare (cosa che peraltro sarebbe vietata dall’ordinamento giudiziario, e che molti suoi colleghi invece fanno), gli elementi per andare in aula non c’erano. E che dire dei giudici del processo Mori, che – poveri loro – osarono scrivere che la trattativa potrebbe non esserci stata?

 

Sì, una manica di giuristi per caso affolla i palazzi di giustizia, non solo a Palermo ma anche nel resto d’Italia, dove più di una voce critica si è levata contro l’ipotesi accusatoria che mette sullo stesso piano (“sullo stesso palcoscenico”, per dirla con l’ex giudice istruttore Di Lello, uno che con Giovanni Falcone ci lavorò sul serio) “mafiosi, esponenti delle istituzioni, esponenti politici di Forza Italia, della Dc, del Psi. Sembra una commedia pirandelliana”.

 

In questo clima, stamattina, la madre di tutte le udienze, in programma al Quirinale. Il presidente della Repubblica è stato ascoltato a domicilio. Si badi bene: Giorgio Napolitano è stato “ascoltato”, “sentito”, “esaminato”. Perché l’“interrogatorio”, nel processo, lo rendono gli imputati.

 

E più d’uno, tra i magistrati, gli avvocati, i giornalisti-giuristi, hanno parlato – forse non a caso – di interrogatorio. Scalpitava in particolare l’avvocato di Totò Riina, Luca Cianferoni, mai così presente sui giornali come in questi giorni: “La trattativa c’è stata – afferma – e Riina ne è stato una vittima”. E lo zio Totò, ovviamente, dice il difensore, è dispiaciuto di non poter partecipare all’udienza.

 

Quando qualcuno dice qualcosa fuori dal coro, sul processo stato-mafia, arrivano immediati i fulmini. Di Lello, ad esempio, non conosce il processo, replicano a Palermo i componenti del pool. E a sentire loro e qualche giornalista loro amico nessuno lo conosce, questo processo, anche se gli atti pubblici, via via depositati (prima su certi giornali, poi sugli altri), le testimonianze, le udienze consentono a chiunque di farsi un’idea di quel che avviene. Secondo i giuristi non per caso, non conoscevano il processo nemmeno i giudici del processo Mori, bacchettati dal pm Vittorio Teresi con un voto severo (4 meno) per una sentenza in cui, dopo cinque anni di dibattimento, almeno tre dei quali dedicati agli stessi identici argomenti oggi riversati nel giudizio in corso in Corte d’assise, hanno espresso una serie di perplessità sulle tesi dell’accusa. Sono stati ovviamente crocifissi e messi, anche loro, sul banco di coloro che non solo non conoscono le carte, ma nemmeno vogliono l’accertamento della verità.

 

[**Video_box_2**]Nemmeno lo stesso Messineo conosceva gli atti: l’ex procuratore, che dal primo novembre sarà in pensione, li conobbe evidentemente solo dopo la conclusione dell’inchiesta, quando cambiò repentinamente idea, siglando la richiesta di rinvio a giudizio e poi andando – oltre che alla Consulta, per il conflitto di attribuzione sollevato da Giorgio Napolitano – anche in aula, a rappresentare l’accusa, al fianco dei colleghi. Una vera folgorazione, la sua. Messineo, più o meno nello stesso periodo, finì pure sotto accusa al Csm, per via di una (per carità, presunta e poi archiviata) fuga di notizie a favore di un importante manager bancario, convocato dal procuratore per un colloquio riservato, dopo che lo stesso capo dell’ufficio si era fatto riferire le ipotesi investigative dal sostituto titolare dell’indagine. Nessun reato, certo: ma l’episodio fu tutt’altro che edificante. Da quella contestazione specifica, poi, si passò a una serie di addebiti sulla (anche questa presunta) lacerante gestione di un ufficio di per sé lacerato, in cui il procuratore avrebbe consentito – ad esempio – ad Antonio Ingroia di fare da “procuratore-ombra” (parole del Csm, nella prima fase dell’indagine). Ma tutto fu poi archiviato, non senza dubbi, dopo che Messineo disse che i colleghi non inseriti nel pool sulla trattativa nutrivano “rabbiosa ostilità” verso i pm titolari del processo, assieme a “livore, invidia, accanimento”. Parole che hanno ulteriormente spaccato l’ufficio, fino alle divisioni dei giorni scorsi e alle nuove tensioni tra gli assai presunti invidiosi e i pm del pool. Parole che non spiegano ad esempio perché Paolo Guido decise di restituire la delega, dissociandosi apertamente da un’inchiesta così importante e fondamentale per l’ufficio e per la storia del paese.

 

Oggi finalmente l’audizione di Napolitano, che ha deciso di non far sentire la propria voce ai cronisti, mettendo al bando – nonostante il nulla osta dei giudici – telefonini, computer e “strumenti atti alla registrazione”. Dando la stura a nuove voci e indiscrezioni su quel che è avvenuto al Quirinale, tra una domanda dell’avvocato di Riina e una menata e l’altra di Beppe Grillo, che del processo non sa una mazza, come i tre quarti dei suoi militanti, ma pontifica un giorno sì e l’altro pure. Senza prendersi però le bacchettate dei giornalisti-giuristi. Chissà perché.

 

Alcuni passaggi dell'articolo di Riccardo Arena sono stati modificato per la versione online il 29 ottobre.