cerca

Prigionieri collaterali nel sottosuolo che unisce Kiev e Mosca

L’artista ucraino rapito a Donetsk dalle milizie ribelli, il fotoreporter russo sequestrato dai duri di Maidan.

27 Agosto 2014 alle 10:51

Prigionieri collaterali nel sottosuolo che unisce Kiev e Mosca

Un ribelle filorusso in un vicolo del distretto di Petrovskiy, a Donetsk (Foto Ap)

Due prigionieri, due testimoni costretti al silenzio, due storie parallele che aiutano a capire quel che accade nelle strade dell’Ucraina mentre si tratta e si combatte per risolvere la crisi. Il primo è Sergiy Zakharov, 47 anni, artista di Donetsk, chiuso da tre settimane in una galera dei separatisti. La sua opera più conosciuta è il ritratto di un comandante filorusso, Igor Strelkin, che tiene gli occhi socchiusi e la pistola poggiata sulla tempia. Un messaggio in inglese a metà del busto dice: “Just do it”, fallo e basta. Quel ritratto dev’essere il motivo della prigionia. “Oggi Donetsk è un luogo deserto e surreale con uomini in armi dallo sguardo allucinato – ha detto Zakharov a un quotidiano ucraino all’inizio di agosto – La mia arte è la risposta diretta a quel che avviene nella nostra città, l’incapacità di tollerare questo incubo mi spinge a uscire in strada e mostrare a tutti il mio punto di vista”. Chi vive a Donetsk ha visto anche altri disegni di Zakharov: uomini della Repubblica popolare con il kalashnikov sul petto e il busto di un becco, la maschera di un clown o le sembianze di Sharikov, una specie di Frankenstein russo descritto da Bulgakov nel suo romanzo “Cuore di cane”. Zakharov si firmava “Collettivo Murzilka”, come la rivista per bambini pubblicata in Russia sin dagli anni Venti, ma in realtà non c’è mai stato alcun gruppo di lavoro a Donetsk, Zakharov lavorava da solo e l’idea del collettivo era il consiglio di un amico, un modo per farsi pubblicità senza svelare il suo vero nome. I ritratti spuntavano all’alba in ogni angolo della città, all’ingresso delle scuole, nei parchi pubblici, alle fermate degli autobus.

 

Sono spariti assieme all’artista fra il 4 e il 5 di agosto. Quella notte un vicino di casa ha visto un gruppo di uomini armati caricarlo su un’auto, ha domandato dove lo stessero portando e quelli hanno risposto di appartenere a un gruppo di intervento rapido, quindi azione senza risposte. “Ho saputo che si trova nell’edificio dei servizi segreti, ma nessuno sa dirmi come stia – dice Andrei, uno dei fratelli di Zakharov – I ribelli non gli permettono di comunicare con l’esterno, tutto quel che mi dicono è che è ancora vivo”. Nessuno nel governo della Repubblica popolare di Donetsk ha mai commentato il caso dell’artista Zakharov: evidentemente pensano che il suo lavoro rappresenti un pericolo, oltre che un insulto, per i leader separatisti.

 

“Catturato da uomini di Pravyi Sektor”

 

Altro fronte e altro testimone, la prigione è diversa ma il sistema è lo stesso. Proprio come Zakharov, anche Andrei Stenin è scomparso il 5 agosto dalle parti di Donetsk, probabilmente sulla strada fra la capitale dei ribelli e la cittadina di Slovyansk. Stenin è un fotoreporter russo dell’agenzia Rossiya Segodnya, quella che pochi mesi fa ancora si chiamava Ria Novosti. Ha lavorato in Iraq, in Siria, in Egitto, ha attraversato il medio oriente prima di raccontare la guerra civile in Ucraina con la sua macchina fotografica. In un primo momento il governo di Kiev ha mostrato di avere informazioni precise sulla sorte di Stenin: “Lo hanno catturato uomini di Pravyi Sektor, ora si trova in una stazione dei servizi segreti a Zaporizhia”, si è saputo da fonti ucraine riprese dalla stampa russa. Insomma, l’arresto di Stenin doveva essere un’operazione portata a termine dal gruppo di estrema destra con l’aiuto dell’esercito regolare. Più volte il governo di Kiev ha definito il lavoro della stampa russa pura propaganda, paragonando i reporter a sabotatori o terroristi: per decine di loro è diventato impossibile attraversare la frontiera che separa la Russia e l’Ucraina, chi ci riesce affronta rischi decisamente più alti rispetto ai colleghi europei o americani. Un consigliere del ministero dell’Interno, Anton Herashchenko, ha ribadito la versione dell’arresto in un’intervista a una radio lituana, ma da allora non è più filtrata alcuna notizia ufficiale su Stenin. Tanto che il governo russo ha inoltrato due note di protesta all’ambasciata ucraina per avere chiarimenti, mentre il portavoce della Duma, Sergei Naryshkin, ha domandato il sostegno delle cancellerie straniere. Il caso di Andrei Stenin è seguìto con enorme interesse a Mosca e non potrebbe essere diverso: a giugno un operatore esperto del Primo Canale, Anatoly Klya, è stato ucciso in un attacco dell’esercito ucraino mentre attraversava la provincia di Donetsk con decine di profughi; ancora prima, il reporter Igor Kornelyuk e il tecnico del suono Anton Voloshin della tv Vgtrk hanno perso la vita nei pressi di Lugansk, l’altra roccaforte dei separatisti. La scorsa settimana alcuni siti internet hanno pubblicato indiscrezioni sul ritrovamento dei resti di Stenin, voci poi smentite da fonti del governo. Oggi il sindacato dei fotoreporter russi pensa di organizzare una manifestazione davanti ai cancelli dell’ambasciata ucraina a Mosca per chiedere di rivelare almeno il luogo in cui Stenin è detenuto.

 

Arresti, sequestri, omicidi mirati: l’esercito ucraino e i guerriglieri filorussi usano metodi simili per portare avanti le loro guerre parallele dietro la linea del fronte. Le forze che si affrontano sul campo hanno molte più cose in comune di quanto si pensi, nonostante una reclami l’uso legittimo della forza (con il sostegno della comunità internazionale) e l’altra si muova oltre il bordo scivoloso del diritto internazionale. Lunedì, a Donetsk, i separatisti hanno costretto i prigionieri ucraini a marciare nel centro della città, mentre migliaia di persone radunate ai bordi della strada gridavano in coro “fascisti”. Scene praticamente uguali a quelle che si sono viste a Kiev lo scorso inverno, quando Praviy Sektor e gli altri movimenti di estrema destra costringevano i militari e gli agenti del ministero dell’Interno a salire sul palco allestito in piazza Indipendenza per ottenere il perdono del popolo dopo gli scontri che hanno portato alla caduta dell’ex presidente Yanukovich.

Luigi De Biase

Giornalista, trentadue anni, si occupa di cose russe e cose turche. Da quando scrive per il Foglio ha dormito in alcuni degli alberghi peggiori d’oriente, come l’Absheron di Baku (Azerbaijan), il Samegrelo di Zugdidi (Georgia), il Saray di Antakya (Turchia) e il Sarawi di Karachi (Pakistan). Nel dicembre del 2012 è uscito il suo libro pachistano, "Il cuore nero di Islamabad", per Silvy Edizioni.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi