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Se coi cessi dei McDonald’s di Mosca si chiude anche l’èra post sovietica

Gli ufficiali della salute pubblica dicono che è solo un problema di igiene, ma parecchi osservatori credono che i sigilli sulla catena di fast food siano l’ultimo colpetto agli interessi stranieri in Russia nel momento peggiore per i rapporti fra il Cremlino e l’occidente.

22 Agosto 2014 alle 15:10

Se coi cessi dei McDonald’s di Mosca si chiude anche l’èra post sovietica

Una fila di avventori davanti a un McDonald di Mosca nel 1991 (Foto Ap)

Chi è entrato almeno una volta nei cessi di un McDonald’s a Mosca sa che le autorità russe non si possono biasimare per avere chiuso alcuni ristoranti della catena americana nel centro della capitale. La decisione è arrivata mercoledì, gli ufficiali della salute pubblica dicono che è solo un problema di igiene, ma parecchi osservatori credono che i sigilli sui McDonald’s siano l’ultimo colpetto agli interessi stranieri in Russia nel momento peggiore per i rapporti fra il Cremlino e l’occidente. A marzo gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno dato il via libera al primo round di sanzioni contro Vladimir Putin per la crisi nella parte orientale dell’Ucraina. Putin ha risposto solo dieci giorni fa, ma gli effetti si fanno già sentire sull’economia europea: gli analisti tedeschi credono che la guerra commerciale sia la prima causa nella battuta d’arresto del pil (le stime parlano di un calo pari allo 0,2 per cento nel secondo semestre dell’anno); in Italia la Sace, la società pubblica che si occupa di assicurazioni ed export, mette in conto una perdita netta di due miliardi e mezzo di euro entro la fine dell’anno. Numeri che potrebbero salire se il Cremlino – come pare possibile – allungherà le sue sanzioni dal settore agricolo al mercato delle auto. McDonald’s controlla più di 400 punti vendita in tutta la Russia, a Mosca ce ne sono un centinaio e fra i quattro costretti a chiudere dall’ufficio igiene uno ha una storia particolare.

 

Il fastfood di Piazza Pushkin è stato il primo ad aprire in Russia ed è considerato un simbolo della città: era il gennaio del 1990, l’Unione sovietica s’avvicinava rapidamente al punto di collasso, mentre bambini e donne impellicciate aspettavano in fila all’ingresso del ristorante per sentire nello stomaco il sapore del capitalismo sotto forma di cheeseburger. Il pranzo da McDonald’s era il viaggio premio per gli studenti di Vladimir o Nizhny Novgorod alla fine dell’anno scolastico, ogni giovane di Mosca fra i venti e i trent’anni ha una fotografia di fronte al Cremlino fra sorrisi e palloncini con la maschera del clown Ronald (magari la nasconde, ma quasi sicuramente ne conserva una). Per questo molti sentono di essere di fronte a un altro momento storico nelle vicende del paese. “L’èra post sovietica cominciata nel 1991 se n’è completamente andata – scrive il blogger russo Leonid Ragozin – forse ci riderete su, ma è stata proprio la chiusura dei McDonald’s a farmi riflettere. Quelli che sono stati in coda per ore il giorno dell’inaugurazione possono capire che cosa intendo: certamente quella Russia non era uno stato efficiente, ma il periodo di semilibertà e prosperità relativa che abbiamo vissuto allora è stato il migliore negli ultimi cento anni di vita della nazione più traumatizzata e più pericolosa d’Europa”. Insomma, da goodbye Lenin, come il titolo del film sulla fine del socialismo nelle strade di Berlino est, a goodbye Eltsin, l’uomo che più di ogni altro rappresenta il passaggio dall’Unione sovietica alla Russia moderna.

 

Il dibattito è più serio di quanto possa sembrare. Nei giorni scorsi anche Fedor Lukyanov, il direttore della rivista Rossiya v Globalnoy Politike (La Russia negli Affari Globali) ha scritto un lungo editoriale per spiegare la svolta nella vita russa all’epoca di Putin – e il suo punto di vista pare decisamente autorevole rispetto a quanti, in Europa, ancora si definiscono “cremlinologi”. Ormai l’identità sovietica è scomparsa del tutto, ma nulla di convincente è ancora emerso al suo posto, dice Lukyanov: “Non è stato proposto alcun progetto di sviluppo nazionale su larga scala, nonostante le richieste legittime in arrivo dalla popolazione. E la guerra in Ucraina, cominciata come un battibecco geopolitico, è diventata oggi un punto decisivo per decidere il futuro della Russia. Putin ha avuto successo quando è stato il momento di raggiungere gli obiettivi che aveva fissato 15 anni fa. Ma ora dovremmo stabilire nuovi traguardi, ed è proprio questo che ci manca adesso”.

Luigi De Biase

Giornalista, trentadue anni, si occupa di cose russe e cose turche. Da quando scrive per il Foglio ha dormito in alcuni degli alberghi peggiori d’oriente, come l’Absheron di Baku (Azerbaijan), il Samegrelo di Zugdidi (Georgia), il Saray di Antakya (Turchia) e il Sarawi di Karachi (Pakistan). Nel dicembre del 2012 è uscito il suo libro pachistano, "Il cuore nero di Islamabad", per Silvy Edizioni.

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