Il “silenzio umanitario” su Hamas

Giovanni Matteo Quer

Le dichiarazioni delle ONG internazionali e italiane sul recente conflitto armato a Gaza contribuiscono alla demonizzazione di Israele attraverso la distorsione della realtà e l’uso politico del diritto per avanzare il boicottaggio anti-israeliano. Studioso racconta come.

Al direttore - Le dichiarazioni delle ONG internazionali e italiane sul recente conflitto armato a Gaza contribuiscono alla demonizzazione di Israele attraverso la distorsione della realtà e l’uso politico del diritto per avanzare il boicottaggio anti-israeliano. L’ossessiva attenzione verso Israele e le false accuse di violazione del diritto internazionale umanitario sono accompagnate da un totale silenzio sulla condotta di Hamas, che viola i diritti umani dei palestinesi, sistematicamente usati come scudi umani, e sulla situazione della popolazione civile israeliana, oggetto di indiscriminati attacchi da Gaza.

 

Già prima dell’operazione militare israeliana “Protective Edge” lanciata l’8 luglio, le ONG hanno condannato l’intervento militare israeliano finalizzato al ritrovamento dei tre ragazzi israeliani rapiti e ritrovati morti, come “punizione collettiva”. Secondo l’ONG “Nexus”, legata alla CGIL, la distruzione di Hamas comporterebbe anche la distruzione “di ogni speranza di soluzione politica tra le parti”. Sulla stessa linea anche Pax Christi Italia, associazione cattolica che sostiene di avanzare la pace, condannando Israele per presunte devastazioni e non esprimendosi sulle attività terroristiche di Hamas.

 

Come dimostrano gli studi del centro di ricerca NGO Monitor, l’uso politico delle espressioni giuridiche è la tecnica più comune nella demonizzazione di Israele, che distorce i concetti del diritto internazionale, omettendo di evidenziare l’illegalità delle azioni compiute da Hamas e la legittimità degli attacchi a obiettivi civili usati a fini militari. Su una base ideologica anti-israeliana, le ONG politicizzate spesso formulano accuse di attacchi indiscriminati sui civili e sui luoghi di culto, ignorando che nel momento in cui Hamas li usa come basi di lancio di missili su Israele, divengono obiettivi militari legittimi. Al Mezan, ONG palestinese, B’Tselem, ONG israeliana estremamente politicizzata, accusano Israele di colpire obiettivi militari illegittimi; Amnesty International riporta una serie di accuse infondate su sistematiche violazioni del diritto internazionale umanitario; Human Rights Watch accusa Israele di gravi violazioni del diritto internazionale. Queste false accuse ignorano il diritto alla difesa di Israele così come il complicato processo decisionale dell’esercito, che nella pianificazione di un attacco include anche la consultazione di un esperto di diritto internazionale proprio sulla legittimità di un obiettivo.

 

Alle accuse rivolte a Israele segue il completo silenzio sulla condotta di Hamas, che viola sistematicamente le norme internazionali sui conflitti armati e i diritti dei palestinesi. Il lancio di missili da aree civili densamente popolate e l’uso dei civili come scudi umani sono gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra e dei diritti umani della popolazione palestinese, esposta alle controffensive militari israeliane, che le ONG non considerano. Il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, esorta la popolazione a ignorare gli avvisi israeliani di un imminente attacco per impedirne le operazioni militari. Si ignora anche che gli incessanti attacchi missilistici costituiscono una chiara violazione delle norme sui conflitti armati.

 

La parzialità delle dichiarazioni delle ONG è palese considerando il completo silenzio sulla situazione israeliana. Da residente a Tel Aviv e recandomi al lavoro a Gerusalemme, vivo ogni giorno l’esperienza delle sirene che annunciano l’imminente arrivo di un missile da Gaza. Così come amici e colleghi che vivono nel sud di Israele, la zona più colpita, con ormai oltre 2000 missili lanciati in tre settimane. Ma la visione ideologica del conflitto spinge attivisti pro-palestinesi, come Samantha Comizzoli dell’International Solidarity Movement, a definire i razzi – “missili della resistenza” – e Israele – “un mostro nazista”.

 

Infine, il conflitto armato pare essere l’occasione per molte ONG di avanzare l’agenda politica del boicottaggio contro Israele. Molte organizzazioni firmatarie della campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni), come l’italiana “Un Ponte Per...”, hanno lanciato un appello per imporre un embargo a Israele, invitando il governo italiano a ritirarsi dall’accordo militare con Israele che comprende la fornitura di sistemi militari all’aviazione israeliana, considerata una violazione degli accordi internazionali e della legislazione interna. Queste stesse ONG hanno esortato Israele a terminare l’embargo imposto a Gaza, il cui scopo è proprio impedire che Hamas si armi per attaccare le città israeliane. Definendo “l’occupazione” come la fonte principale della crisi umanitaria palestinese, nonostante Israele si sia ritirata da Gaza nel 2005, gli attivisti dei diritti umani omettono di ricordare che Israele, pur conducendo un’operazione militare a Gaza, non ha interrotto il flusso di aiuti umanitari in una zona “nemica”.

 

L’uso politico del diritto internazionale da parte delle ONG internazionali e italiane è funzionale all’avanzamento dell’agenda politica anti-israeliana che dipinge Israele come la causa del conflitto armato. Inoltre, dall’apparente neutralità dei diritti umani e della cooperazione internazionale, che sottace le violazioni di Hamas contro israeliani e palestinesi, emerge una chiara proiezione ideologica che demonizza e incita al boicottaggio di Israele. L'obiettivo politico delle ONG è di riportare all'adozione di un secondo "rapporto Goldstone", che nel 2009 ha falsamente accusato Israele di crimini di guerra, come dimostra la rettifica dello stesso giudice Goldstone allora presidente della commissione ONU. Il Consiglio dei Diritti Umani ha votato la settimana scorsa un'altra risoluzione per l'ennesima commissione di indagine che, esposta alla faziosità delle ONG, rischia di arrivare a conclusioni anti-israeliane.

 

La distorsione dei fatti, la falsificazione giuridica e l’omissione di una parte del conflitto testimoniano un invertimento del giudizio politico, che equipara la violenza di Hamas, volta a distruggere Israele come da sua carta costitutiva e come più volte dichiarato dai suoi leader, attaccando indiscriminatamente i cittadini israeliani, e il ricorso alla forza di Israele, che è l’esercizio dell’autodifesa e del dovere di difendere i propri cittadini volto a neutralizzare la forza militare di un’organizzazione terroristica.

 

Il governo italiano e l’Unione Europea pagano gran parte di questa propaganda, attraverso il finanziamento pubblico alle ONG politicizzate, il che conferma la necessità di fermare il flusso di denaro che finanzia la propaganda anti-israeliana.

 

L'autore è fellow presso il centro di ricerca NGO Monitor e fellow al Forum Europa, Università Ebraica di Gerusalemme

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