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Una fogliata di libri
All'ultimo, gli uomini ritornano uomini. Lettera da una parata sul web
Prima che la Russia invadesse l’Ucraina avevo osservato con inquietudine la parata del Giorno della Vittoria. Il messaggio era: siamo una moltitudine compatta e inarrestabile. Ma io so come vanno le cose quando le trombe e gli inni tacciono, e nelle trincee guerra si fa vera
Scivola sul pc, fra un lancio su Sinner e un altro Sinner, una parata a Teheran delle Guardie della Rivoluzione, il braccio armato della Guida Suprema Ali Khamenei. Mi fermo a osservare come migliaia di uomini procedano in sincronia perfetta, il pugno levato alla medesima inclinazione, i fucili paralleli. E sotto i berretti, quasi uguali anche le facce. Mille uomini trasformati in una macchina – in una “cosa” unica, governabile a un semplice comando. Ciò che si ripete da secoli. La guerra, o già l’idea della guerra, cancella l’individuo. Esige moltitudini sottomesse, che rispondano – semmai un giorno interrogate: “Ho obbedito agli ordini”.
Prima che la Russia invadesse l’Ucraina avevo osservato con inquietudine la parata del Giorno della Vittoria del 2021, a Mosca. Sgomentava la processione di carri armati e di missili: dormienti, neri, terribili. E gli uomini: cloni nei plotoni geometricamente perfetti, non uno che sbagliasse la cadenza rigorosa del passo. Come se negli addestramenti si lavorasse fondamentalmente a sopprimere quell’unicum, che ogni uomo è.
Anche i nostri padri e nonni arruolati dal fascismo marciavano così. Il messaggio era ed è: siamo una moltitudine compatta e inarrestabile, una macchina che vi annienterà.
Ma so da mio padre Egisto, alpino con la Julia sul Don, come vanno poi realmente le cose, quando le trombe e gli inni tacciono, e nelle trincee guerra si fa vera. Quando i feriti si aggrappano alle slitte stracariche e ne vengono respinti, quando nelle notti a trenta gradi sottozero le porte delle isbe non aprono ai congelati: chi è dentro si barrica. Quando un colonnello, nella disfatta, si punta una pistola alla tempia, e un suo ufficiale con pietà lo ferma: “Lasci stare, signor comandante”. Quando i moribondi pregano, e i più giovani, vent’anni, invocano la mamma. Sono tornati figli: ciascuno unico. Da figli, pregano di non morire. Le parate, gli inni minacciosi: l’inganno ora è disfatto. All’ultimo, da moltitudine gli uomini tornano uomini.
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Questa caligine che mi rallegra. Lettera dalla nebbia
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