Elaborazione grafica Enrico Cicchetti da William-Adolphe Bouguereau, Omero e la sua guida, 1874 

una fogliata di libri

Il più grande mistero e la più grande verità nella vita d'ogni uomo

Michele Silenzi

Il libro di Matteo Nucci, “Le lacrime degli eroi” (Einaudi), segue i personaggi di Omero attraverso il loro pianto e illumina una prospettiva in contrasto con quella del lamento costante del nostro mondo, che rifiuta nella maniera più assoluta il dolore

È un pensare mitologico che l’uomo sia stato creato da terra e lacrime. Ma se la materia grezza è ciò che compone la struttura, le lacrime, altrettanto reali, stanno lì a suggerire che quella terra modellata sia qualcosa di comprensibile come altro rispetto al resto, che vi sia una comunanza assoluta e allo stesso tempo una distanza incolmabile tra tutte le cose e questa materia capace di piangere. 

 
Il libro di Matteo Nucci, “Le lacrime degli eroi” (Einaudi), segue i personaggi di Omero attraverso il loro pianto. Tutti piangono, nessuno è immune dalla disperazione. Anzi, spesso tanto più grande e forte è un animo tanto più dirompente il dolore che lo travolge. Il dolore, di cui il pianto è l’immagine plastica, è ciò che rompe un ordine, che trae l’uomo fuori da una stasi: come Achille che viene riportato alla battaglia dall’insopportabile dolore per la morte di Patroclo, tratto fuori dall’autoesilio della sua tenda. L’idea che “la guerra è bella anche se fa male” sta, da sempre, tutta qui. Non certo in una forma di militarismo, quanto nella consapevolezza della necessità di spezzare l’ordine delle cose, dolorosamente, per far fluire la vita. 

 
Eschilo parla di “pathei mathos”, ossia “di conoscenza attraverso la sofferenza, l’idea che non sia possibile conoscere senza vedere e patire”. Ma questo significa che il dolore, inteso come qualcosa che spezza il dato, è condizione indispensabile della conoscenza ma non è esso stesso la conoscenza. Solo per un superficiale soggettivismo addolorato e romanticheggiante la sofferenza coincide con la conoscenza. La conoscenza sta, invece, nell’intero percorso: la rottura dell’ordine, il soggiorno nel mondo infranto dal dolore, la ricomposizione di un altro ordine. Questo è il movimento della vita. 


Il “thuamazein”, a cui si fa risalire l’inizio del filosofare, non è un semplice meravigliarsi dinanzi alle cose ma è un sentimento di radicale angoscia, di terrore per ciò che la vita ci presenta, il turbamento profondo che nasce dal comprendere la vita ovvero la morte e la sua presenza. Lo stupore non è il momento meramente estatico, ma è lo sconvolgimento della fine, l’immagina miniaturizzata della morte che si avverte in ogni momento doloroso. E’, questa, una prospettiva del tutto in contrasto con quella del lamento costante di un periodo storico che rifiuta nella maniera più assoluta il dolore facendo della sua cancellazione la sua nuova missione metafisica e insieme politica. E il lamento piagnucoloso cantato da Eliot profetizzando la fine del mondo, “this is the way the world ends / not with a bang but a whimper”, è l’esatto opposto delle lacrime degli eroi. 


L’eccedenza che è la vita ha la sua realtà nel suo debordare, nel suo bisogno di uscire dalla forma compiuta e quindi nel dolore che porta sempre con sé, “non esiste eroe che voglia sottrarsi alla propria vitalità”. Un atto di vitale libertà sempre doloroso. Ma l’amore per la libertà dell’azione e per la sua forza non deve escludere l’amor fati, l’adesione a ciò che è destinale, per quanto questi due concetti siano a prima vista in contraddizione. Se è vero che bisogna infuriarsi contro la luce che muore e infuriarsi contro la notte che sopraggiunge non per questo non dobbiamo amare la necessità di quella stessa notte che ci permette di rivoltarci contro di essa evitandoci la “non-vita” di un Eden sonnacchioso, di un’Ogigia lucente e desolante.  

 

Nei poemi omerici non c’è suspense intesa come incertezza del destino ma la suspense sta nel come si arriva al destino ineluttabile che è il materializzarsi della verità rappresentata dalla vita di ciascuno. Nella vita di ciascuno vi è infatti insieme il più grande mistero (perché siamo identità che si vanno formando) e la più indiscutibile verità, data e autoevidente nell’azione e nella storia che è quella vita stessa una volta compiuta.

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