Donna che legge un giornale in spiaggia, Georges Van Houten

Cari nativi digitali, non potete capire cos'erano le riviste

Daniele Mencarelli

La carta era un luogo di dialogo, informazione e gesti, che partendo da una specifica disciplina riverberava a 360 gradi il sentire dell’epoca

Le riviste, patrimonio letterario e civile disperso. La pandemia che ci ha travolti è la prima dell’èra digitale, la prima di questo nostro tempo mediadipendente che fa delle narrazioni un consumo incessante e rabbioso, privo spesso di qualsiasi collegamento alla verità dei fatti. Postverità digitale. Il flusso di informazioni è talmente veloce che il senso stesso di cronaca ha perso gran parte del suo significato originario, perché mentre leggiamo, nei pochi minuti che servono, spesso secondi, quello che abbiamo sotto gli occhi rischia di essere già vecchio, sorpassato. 

 

La nostalgia è un sentimento da prendere a piccole dosi, da guardare sempre in tralice, perché confonde, irretisce, ci offre un racconto del passato spesso più seducente di quel che è stato in realtà. Ma un paragone va fatto. La storia non insegna nulla, Flaiano non si discute, ma almeno può servire a trovare le differenze tra il nostro passato e questo presente, le migliorie raggiunte, tantissime, ma anche i difetti nuovi, spesso imperdonabili. Per chi come il sottoscritto è nato a metà degli anni 70, e che ha vissuto quindi il crepuscolo dell’èra analogica e l’irruzione di quella digitale, salta agli occhi un dato. Sino alla fine degli anni 90, in pratica fino alla fine del Novecento, resisteva uno strumento straordinario, un luogo di dialogo, informazione e gesti, che partendo da una specifica disciplina riverberava a 360 gradi il sentire dell’epoca. Il luogo era di carta. Lo strumento era la rivista.

 

Ogni forma d’arte aveva le sue riviste d’eccellenza, così come ogni professione, vocazione, settore e mestiere. Per carità, qualcuno obietterà che ci sono riviste anche oggi, ma è sinceramente innegabile il fatto che la loro stagione d’oro, mi riferisco in particolare a quelle legate al mondo delle discipline artistiche, sia terminata col finire del secolo scorso. Diciamolo, le riviste sono andate a finire in quel grande calderone che si chiama storia. Non è un caso che molti universitari trattino il tema in sede di tesi di laurea, da un punto di vista, quindi, più che altro storicistico, documentale.

 

L’avvento della rete, all’inizio in molti la pensavano così, doveva rappresentare una specie di moltiplicatore per questo tipo di pubblicazione, il digitale sembrava il luogo perfetto per le riviste. Invece il passaggio di pelle, da carta a bit, ne ha decretato la morte, lenta e docile, ma pur sempre morte. Da anni in tanti si chiedono cosa non abbia funzionato, perché sia avvenuto questo. Le teorie si sprecano. Semplicemente, ogni epoca si dà in pasto qualcosa da sacrificare. Forse, è mutato proprio il nostro rapporto con il tempo, la percezione che abbiamo di esso. Alcune riviste erano trimestrali, perché richiedevano grande cura e altrettanto lavoro. Oggi tre mesi non si concedono a nulla. In tre mesi si archiviano leader politici, saltano governi, implodono intere economie, ciò che ieri era indispensabile oggi non serve. Figuriamoci attendere tre mesi per un numero di rivista. Sembra un racconto di un’altra epoca. Appunto.

 

Io le riviste, nel mio caso letterarie, le ho conosciute quando erano ancora vive. Aspettavo la loro uscita con ansia, me le andavo a comprare nella grande Feltrinelli di Piazza Esedra, dopo un viaggio in treno dai Castelli romani. Riviste che leggevo famelicamente, che mi facevano sentire parte di qualcosa di più grande, e importante, da leggere quasi a memoria, in un dialogo fantastico e infinito con gli autori presenti. Riviste in cui speravo un giorno di pubblicare le mie poesie.

 

Perché erano anche questo. Un luogo da aspirare, una pagina da guadagnare con il proprio lavoro, una pagina di carta, non digitale. Arrivare a una pubblicazione su rivista era il primo fondamentale passo per chi voleva avviarsi al mestiere, quasi sempre senza pecunia, del letterato. Era il primo mattone, la prova provata che detta la differenza tra realtà e sogno.

 

La rivista era il contenitore dove convogliare i propri desideri, dove attingere alla maestria di scrittori già noti, dove trovare idee e proposte, manifesti di un sentire che poteva essere accolto o furiosamente avversato. La cronaca, i fatti, tutto diventava materia di studio e disciplina, sublimava nelle lingue dell’arte, in tutte quelle parlate dall’uomo. Forse è proprio questo che le ha rese via via più desuete: la loro vocazione all’approfondimento. Qualcosa che oggi non interessa, semplicemente perché non ne abbiamo il tempo, perché il flusso di narrazioni che ci spariamo in vena e ci domina non lo concede più. La rivista era la prova che l’uomo sapeva far germogliare il proprio tempo in altre forme, per eternarlo, almeno nelle ambizioni. Alcune voci si rivelavano mode, tramontate in fretta, sparite senza lasciare traccia, altre si sono guadagnate l’onore della storia, voci di poeti e narratori che riempivano a ogni lettura gli occhi di lacrime.

 

Mi dispiace per loro, ma i nativi digitali non possono capire.

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