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Mattia Feltri, ritratto di cronista inconsueto, asintomatico dei birignao del mainstream

Sarà il nuovo direttore di Huffington Post e sarà una sfida vera

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

24 Aprile 2020 alle 06:13

Mattia Feltri, ritratto di cronista inconsueto, asintomatico dei birignao del mainstream

Mattia Feltri (foto LaPresse)

Una delle cose che devo a Mattia Feltri è di avermi fatto scoprire, molti anni fa, la Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf. Quella scrittura martellata come se fossero esametri. Le frasi corte chiuse per evitare la fuoriuscita scomposta di un sentimento o un’aggiunta di dolore non necessaria. Quanto di più distante dalla prosa giornalistica italiana, spesso piaciona e pleonastica, in bilico furbo tra notizia e pregiudizio. Mattia legge bei libri importanti perché pensa che bisogna leggere molto, possibilmente bei libri, prima di scrivere. Non per copiare, ma perché aiutano a pulire gli occhi e le parole dalle cose troppo ravvicinate. Ora ha cinquant’anni e fa il giornalista da trenta. Ha iniziato a Bergamo, la sua città. Ha iniziato dalla cronaca, la cronaca come si faceva prima che internet iniziasse ad arrivare sul posto sempre prima dei cronisti. E la città di provincia, dove il rispetto millimetrico dei fatti è la condizione primaria della sopravvivenza (dei giornali). Perché il metro di verifica dei lettori è ravvicinato. Mattia Feltri ha sempre amato i giornali, li rispetta. Sono il punto dove la credibilità del cronista e il poter credere del lettore si devono incontrare. Senza combaciare. Senza perdersi nel lezioso, o nel fanatico. Gli servirà, ora che andrà a dirigere l’HuffPost, che non è carta stampata ma un giornale online, anzi addirittura un aggregatore di blog e notizie, versione italiana del mitico (per un certo tempo) Huffington Post, un giornalismo tutto diverso persino dai giornali americani che sono in tutto diversi da quelli italiani. Huffington Post è nato nel 2005, un èra mediatica fa, l’anno in cui Mattia Feltri approdava alla Stampa, dopo i quasi dieci che avevano fatto di lui il miglior giornalista forgiato dalla scuola del Foglio di Giuliano Ferrara. Anni in cui il fiuto da talent scout del direttore di uno stringato quotidiano di news analysis aveva deciso di buttare il suo cronista di politica e giudiziaria nei lunghi racconti di inchiesta. Addirittura a puntate. Nei territori, spesso, del peggior male italiano: la giustizia. Il mostro di Firenze, il caso Marta Russo, un lungo ritratto di Adriano Sofri e una cronaca giorno per giorno, dieci anni dopo, del 1993, l’anno del terrore. Ma anche i giorni segreti di Lucio Battisti. Quelle cose che un giovane giornalista sogna di fare e che hanno forgiato, credo, anche una visione umanistica delle storie e delle persone – i suoi reportage per la Stampa dal terremoto di Amatrice riuscivano a commuovere senza dover essere commoventi – e un approccio garantista ai temi della giustizia, ma senza traccia del Dna di sinistra e dei suoi birignao.

 

Quindici anni romani alla Stampa, da inviato di politica, da capo della redazione romana e da editorialista lo hanno per così dire asciugato, non solo nella barba sale e pepe, ma nella precisione dei ritratti, del racconto equilibrato della melmosità politica, senza moraleggiare e senza indulgere nel cinismo del ventre molle, del dietroquintismo. Hanno fatto di Mattia Feltri l’inconsueta figura (in Italia e tanto più per la nostra generazione) di un giornalista liberale, o un conservatore nel senso che la parola possiede in paesi lontani dal nostro.

 

Ora l’inconsueta figura di un giornalista liberale o conservatore, ma per niente accigliato o atrabiliare (se non quando il Torino non vince, forse) dovrà misurarsi con il Dna ultraliberal dell’HuffPost costruito da Lucia Annunziata sulla piattaforma digitale di Repubblica, corazzata non soltanto del gruppo Gedi ma di un giornalismo-mondo di forte identità, che non somiglia troppo a Feltri. Sarà una bella sfida, vedremo soprattutto che idea di giornalismo online, quali novità, saprà portare. La buona notizia è che dovrebbe continuare il suo Buongiorno sulla Stampa (e ringraziamo le sinergie), il corsivo migliore delle nostre prime pagine, tagliente ma a volte capace di essere dolente, e mai indulgente con il mainstream di quel che i lettori pensano di sapere già. Buongiorno, buon viaggio.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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