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Leningrado. Memorie di un assedio

La recensione del libro di Lidija Ginzburg, Guerini e associati, 187 pp., 16 euro

4 Settembre 2019 alle 16:49

Leningrado. Memorie di un assedio

“È difficile ascrivere quest’opera a un genere letterario preciso, perché include le caratteristiche del diario, ma è anche un saggio letterario e filosofico”, scrive Francesca Gori nella prefazione. Più ancora, verrebbe da considerare queste Memorie alla stregua di uno studio di psicologia clinica, focalizzato sulle patologie derivanti dal vivere in continua lotta per la sopravvivenza.

 

L’assedio di Leningrado fu un fenomeno unico, nella storia della Seconda guerra mondiale, non solo per il numero effettivo delle vittime e per la spietata brutalità del nemico, ma anche per la gestione disumana della catastrofe da parte della leadership sovietica. Solo miracolosamente i leningradesi riuscirono a sopravvivere al terribile primo inverno di guerra (1941-’42); in seguito le cose migliorarono, ma non di molto.

  

Costretto in condizioni estreme, l’uomo dell’assedio mantiene il senso della morale e dell’altruismo. Negare un tozzo di pane a chi si ama, per garantirsi la sopravvivenza, è un’azione che brucia nell’anima. “Assalite dalla pietà o dalla rabbia, le persone dividevano il loro pane. Maledicendo, lo condividevano, e condividendolo, morivano”. Lidija Ginzburg descrive strade gelate, affollate di slittini che trasportano cadaveri di esseri umani simili a mummie, e androni di palazzi dove si ammucchiano i corpi senza vita.

 

“Le nostre mani erano in uno stato pietoso. Le dita tendevano a piegarsi e a congelarsi in qualche strana posizione e la mano perdeva la capacità di afferrare le cose. Allora poteva essere usata soltanto come fosse una zampa, un moncherino o un bastone”.

 

Protagonista degli episodi narrati è un intellettuale genericamente denominato “N”, alter ego maschile dell’autrice. N. è un giornalista radiofonico, esonerato dalla chiamata al fronte in quanto miope. Prima era emarginato e guardato con sospetto, ora invece la guerra gli consente di svolgere un ruolo cruciale, poiché la radio è l’unico legame che i cittadini isolati di Leningrado mantengono con il mondo esterno.

 

“Chiunque avesse le forze sufficienti per leggere, leggeva avidamente Guerra e pace, nella Leningrado assediata”. L’autrice cita anche Cechov e Dostoevskij, Pasternak e Remarque, Hamsun e molti altri.

 

Nella seconda parte del saggio, la Ginzburg ricostruisce, sulla base dei suoi appunti, varie tipologie di dialogo, incentrate sull’attività lavorativa, sulla routine quotidiana, e naturalmente sul cibo e sulla fame. L’autrice manda in scena un vero e proprio teatro dell’assurdo, degno di Beckett e Ionesco: sessanta pagine di situazioni paradossali, conversazioni surreali, frasi insensate, parole vuote e improvvise crisi isteriche. Le chiacchiere evanescenti, vaghe e ripetitive, testimoniano della nevrotica compulsività della vita di ogni giorno. Lidija Ginzburg, la cui madre morì di stenti durante l’assedio, prese molti appunti in quei 900 giorni, ma solo dopo la morte di Stalin decise di procedere alla stesura del testo, che vide la luce per la prima volta nel 1984. Questa di Guerini è la versione definitiva del 1990, l’autrice morì poco dopo.

 

LENINGRADO. MEMORIE DI UN ASSEDIO

Lidija Ginzburg,

Guerini e associati, 187 pp., 16 euro

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