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Galizia

Martin Pollack
Keller, 256 pp., 18 euro

8 Giugno 2017 alle 09:46

Come scrive Martin Pollack in apertura, “per un’ironia della storia, il mondo che viene descritto in questo libro ha risvegliato l’interesse degli occidentali solo dopo la sua distruzione”. Tra Sette e Ottocento, la Galizia “era un mondo sconosciuto e lontano, si sapeva che vi regnavano sporcizia e povertà, alcolismo e analfabetismo, proprietari terrieri crudeli che trattavano i loro contadini come servi della gleba e picchiavano gli ebrei, e ottusi burocrati che oziavano e si riempivano le tasche”. Ma oggi, mentre “la regione è scomparsa dalle carte geografiche, il suo fascino è addirittura aumentato”. E Martin Pollack, austriaco, studioso appassionato di quel mondo tra Europa e Russia che un autore di fine Ottocento chiamava “Mezza Asia”, conduce il lettore in un viaggio nel tempo e nello spazio alla scoperta della vita e della cultura – insospettabilmente vivace – di quella terra intorno all’anno 1900. Nell’anno 1900, la Galizia e la Bucovina sono remote province dell’imperial-regia monarchia. Per un funzionario asburgico, essere trasferito in quelle regioni è una punizione. Si attraversano con strade ferrate dai nomi evocativi, la Carl-Ludwig Bahn, dal nome del fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe, o la Erste ungarisch-galizische Eisenbahn, Prima ferrovia ungaro-galiziana. Conducono in città come Przemyśl, dove “c’erano due licei polacchi, uno ruteno, una scuola femminile rutena e una scuola militare di lingua tedesca, un vescovo cattolico romano (polacco) e uno cattolico di rito greco (ruteno), pastori evangelici (tedeschi) e rabbini ebrei”, dove “gli ufficiali erano padroni delle strade” e da dove Helene Rosenbach partì per studiare a Vienna con Sigmund Freud e per finire a fare la psicoanalista negli Stati Uniti, o come Stryj, con “una mezza dozzina di caffè in cui si trovavano giornali polacchi, ruteni, yiddisch, tedeschi e stranieri, e novantasei associazioni o organizzazioni benefiche per tutte le religioni, nazionalità, classi sociali presenti in quella cittadina di soli ventisettemila abitanti”. Da lì si poteva andare in “un villaggio galiziano qualsiasi. Da lontano – la descrizione è di Ivan Franko – appare pittoresco e delizioso. Avvicinandosi però si vede che le casette idilliache che spuntano qua e là in mezzo al verde in realtà sono baracche sporche, con il tetto in vecchia paglia mezza marcia, e spesso semidiroccate”. Da qui i contadini sognano di partire per l’America, dove – si dice – l’arciduca Rodolfo è andato a stabilirsi – non è vero che è morto a Mayerling – per fondare nel lontano Brasile un regno da popolare con i suoi amati ruteni. E così via: tra cronache di quotidiani dell’epoca, poesie di glorie locali, pagine di autori che hanno raggiunto una fama universale –- primi fra tutti Joseph Roth e Bruno Schulz (per tacere di Paul Celan) –, Pollack fa rivivere “un luogo letterario indimenticabile, in cui, al di là di tutti gli eccidi e i conflitti, si era giunti a una feconda interazione fra popoli e culture”. 

 

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Martin Pollack
Keller, 256 pp., 18 euro

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