La mostra al Maxxi (Foto Ansa)

Terrazzo

Riccardo Dalisi, il radicale mediterraneo in mostra al Maxxi

Michele Masneri

Progetti, sculture, libri, “architettura poverissima” e le caffettiere dal volto umano. L'omaggio al Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma

Nell'opera di infinito rebranding di Napoli (cibo, calcio, cinema, documentari, tiktoker), è arrivato il momento dell’architettura. Se già c’era stato un fermento per “Napoli modern” alla riscoperta anche di grattacieli e manufatti di una specie di brutalismo mediterraneo, adesso è il tempo di celebrare anche una  archi-anti star partenopea da poco trapassata. Si tratta di Riccardo Dalisi (1931-2022), l’unico napoletano (seppur nato a Potenza) a far parte di quel momento molto rock e pop del radical design italiano negli anni Sessanta. Adesso una grande mostra al Maxxi di Roma gli rende omaggio, in nome della nuova visione mediterranea voluta dal nuovo presidente Alessandro Giuli e dalla direttrice per l’architettura Lorenza Baroncelli (ex Triennale di Milano) alla sua prima mostra romana. Dunque spostamento a sud: con un allestimento molto pubblicità del caffè Lavazza, con moquettona azzurro-nuvola e lenzuola stese a fare un po’ “quartieri”, nell'allestimento di Fabio Novembre, la mostra curata da Gabriele Neri racconta la figura poco nota agli addetti ai lavori di Dalisi.

 

Nasce architetto “serio” con lavori apprezzati pure da Bruno Zevi, il suo bel posto all’università, manufatti importanti come  la Borsa Merci di Napoli, realizzata con Michele Capobianco e Massimo Pica Ciamarra nel 1964, ma poi si stufa e passa a ricerche più fantasiose. Scopre il quartiere Traiano, oggi noto come primaria piazza di spaccio ma anche come quartiere che ha prodotto “il campione del mondo dei barbieri”, che sarebbe un fondale perfetto per un’Elena Ferrante ante litteram con palazzoni e disagio. Vorrebbe progettare un asilo, capisce l'antifona, e si mette con i baby abitanti del posto a creare invece delle architetture  di strada. Architettura “ultrapoverissima” e insegna ai bambini ad assemblare, producendo sculture urbane,  qui per la prima volta in mostra, e in foto (di Mimmo Jodice, a cui è dedicata l’altra nuova mostra del Maxxi).  “I ragazzi di Traiano disegnano meglio degli studenti di architettura” dirà in una dichiarazione simile a quella di Pasolini sui poliziotti. Mentre Enzo Mari a Milano lancia la sua sedia autoprogettuale, che però ci si immagina destinata a sciure con tempo da perdere nell’assemblaggio in area C che ancora non si chiamava così, Dalisi fa disegnare agli scugnizzi poltroncine e tronetti e strani totem, in una specie di “Signore delle mosche” però nonviolento, col quartiere in mano ai ragazzini. In poco tempo la voce si diffonde,  l’”architè” diventa noto anche fuori dal quartiere, così comincia a comparire sulle riviste dei poteri forti architettonici, Casabella in primis, e da fenomeno un po’ da baraccone comincia a esser visto e preso sul serio.

 

Mentre scrive più di cinquanta libri, dipinge, scolpisce le sue sculture mitologiche, diventa “il più radicale dei radicali”, in mostra alla Triennale nel ’73 e poi a Contemporanea di Bonito Oliva nello stesso anno a Roma (quella famosa nei sotterranei di villa Borghese e con la porta Pinciana impacchettata da Christo) dove appare come membro fondatore dei “Global Tools” insieme a tutti i radicali liberi (Archizoom, Superstudio, Ufo, eccetera). Si diverte e sfotte e filosofeggia come un Bellavista del design: mentre a Milano e in Brianza ci si interroga sulle possibilità del perspex, a Napoli lui ordina ai ragazzini di creare delle sedioline e una bambina gliene fa una con un cece sopra. Ed è subito  “cicerenella” e la principessa sul Pisello, diventa un manifesto, che Dalisi porta in giro alla Biennale di Venezia del '78 chiedendo e ottenendo dai massimi creativi una variazione sul tema (ecco le principesse di Umberto Eco, Aldo Rossi,  Gae Aulenti, Andy Warhol, e c’è pure un omino che fa pipì su una seduta di Magistretti).

 

Poi passa a ocuparsi di un altro topos napoletano come la caffettiera. Improvvidamente la Alessi gli commissiona uno studio sulla cuccuma e lui li impegna per dieci anni, producendo non solo una macchina oggi da super collezione e Compasso d’oro. Ma sforna una specie centinaia di oggetti a metà tra la caffettiera e la marionetta, in cui si fondono la ricerca funzionale, il design anonimo e la dimensione rituale del caffè, in forma di “Totocchi” (Totò + Pinocchio), con una serie di omini guerrieri, cavalieri, robot, Pulcinella e altri personaggi fiabeschi e mitologici che compongono un variegato presepe. “E' riuscito a intaccare la nostra sicurezza industriale” dirà il piemontese signor Alessi stravolto. Non contento fonda il Compasso di latta, e quando la Fiat lancerà un concorso per un prototipo lui, unico, non invia un modellino ma costruisce proprio una vettura, con cui si presenta al Lingotto. Alla guida della sua “Ciabatta”, gialla, destando scalpore ancora una volta tra i tra i nordici. Arriverà secondo.

Di più su questi argomenti:
  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).