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Che cinema, Rimini

Sommersi e salvati, gli architetti e le leggi razziali ricordati a Milano

30 Giugno 2019 alle 06:00

Che cinema, Rimini

Alessandro Rimini, Teatro-cinema Smeraldo, Milano

Giovedì sera a Milano il presidente dell’Ordine degli architetti Paolo Mazzoleni ha voluto ricordare i colleghi colpiti dalle leggi razziali del 1938 (ma attivate per gli architetti solo all’inizio dell’anno seguente). In ordine alfabetico: Andrea Benko, Giorgio Cavaglieri, Anatolio Dikanski, Manfredo D’Urbino, Giacomo Eugenio Faludi, Vito Latis, Arrigo Mieli, Michele Mosè Lkrikunetz, Berysz Opoczynski, Alessandro Rimini, Ernesto Nathan Rogers, Nina Livia Viterbo. A parte il triestino Rogers, leader dei Bbpr e futuro autore della Torre Velasca nonché direttore di Casabella e cugino del Pritzker Richard Rogers (emigrato a Londra con la famiglia per via delle stesse leggi), gli altri nomi non dicono molto. Alcuni continuarono a lavorare non accreditati per altri, alcuni se ne andarono, altri morirono in guerra. Fra chi resistette ci fu Alessandro Rimini, nato a Palermo da famiglia veneziana, specializzato in sale cinematografiche e teatrali moderne, realizzate cioè senza pilastri che dessero fastidio alla vista: suoi anche il cinema Colosseo, il cinema Teatro Massimo (attuale Auditorium), il Diana e poi l’Astra, il Mignon, l’Ariston, il Corso, ma soprattutto lo Smeraldo, che prima di essere riconvertito in Eataly ha ospitato la nascita ufficiale del Movimento 5 stelle esattamente dieci anni fa. Di Rimini è stato anche il primo grattacielo milanese, il palazzo Snia Viscosa in piazza San Babila dove collaborerà con Gio Ponti – che durante la guerra aiuterà altri artisti ebrei come Massimo Campigli, anche per l’adiacente Palazzo Donini. O ancora Vito Latis, esponente di quel “professionismo colto” del dopoguerra, categoria coniata per tutti gli architetti eleganti senza ambizioni teoriche o accademiche, come Caccia Dominioni, Giulio Minoletti o Asnago & Vender.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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