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Premiata ditta Ghirri & Rossi

Una mostra in Triennale a Milano, basata sull’archivio della rivista Lotus. Dove il fotografo viene in contatto con l’opera di Aldo Rossi, il grande architetto metafisico

2 Settembre 2018 alle 06:00

Premiata ditta Ghirri & Rossi

Foto di Luigi Ghirri, Mantova, piazza Sordello, 1988, © Eredi di Luigi Ghirri

La marginalizzazione in vita dei talenti più vistosi e raffinati, alla base dello star system italiano, porta poi sempre a riscoperte postume proporzionalmente gloriose. Basta tenersi pronti. Ecco dunque un Ghirri ormai “classico”; il fotografo morto precocemente nel 1992, oggi è ormai celebrato ovunque con l’isteria delle grandi mode. Dopo la grande mostra al Maxxi del 2013, ecco ora quella in Triennale a Milano, basata sull’archivio della rivista Lotus diretta da Pierluigi Nicolin, cui Ghirri collaborò saltuariamente a partire dal 1983. Si tratta di una fase spartiacque perché proprio lavorando per Lotus Ghirri viene in contatto con l’opera di Aldo Rossi, il grande architetto metafisico che s’era espresso anche col cimitero più cool del pianeta, quello di Modena (immortalato da Ghirri sotto la neve).

  

Luigi Ghirri, Modena-Cimitero S.Cataldo,Arch.Aldo Rossi, 1985


 

Il sodalizio Ghirri-Rossi proseguì dando luogo a un tripudio di atmosfere lisergiche padane, enigmatiche e lontane dalla prima parte dell’opera del maestro di Scandiano, quella cioè più pop e pre-tondelliana fatta di distributori lungo la via Emilia, pubblicità, Italia in miniatura, borghetti e piazzette, e superfetazioni postmoderne. Dopo l’incontro con Rossi, Ghirri diventa più pensoso, meno lieve, quasi appiccicoso come un ghiacciolo sciolto: molto colorato e molto zuccherato (“Susanna è una bambina tutta colorata, che quando va a ballare sembra un'aranciata”, cantava un altro Rossi, Vasco, nel 1980, a pochi chilometri di distanza).

 

Che distretto, però, l’Appennino reggiano: a Scandiano operava anche Romano Prodi, con l’Iri che faceva le Autostrade e i panettoni di Stato come piacerebbe oggi; a Modena nasceva Massimo Bottura per future temperie masterchef; nel raggio di cinquanta chilometri si facevano le Ferrari e le Lamborghini e le Maserati e la pasta Barilla – con le Mercedes 560 che salivano sui colli sul ritmo di Vangelis – e la Parmalat non ancora divenuta la nostra Enron sbatteva Calisto Tanzi in copertina su Capital in Ferrari F40 (a New York). Da questa California italiana nella seconda metà degli anni’80 Ghirri con una specie di factory di fondamentali fotografi (Guido Guidi, Vincenzo Castella, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico) e scrittori (Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni e altri) partivano tipo Ramo d’oro per fare l’ultimo grand tour o Viaggio in Italia possibile.

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