La serie
The Dinosaurs, la serie sull'ascesa e la caduta dei veri padroni del mondo
La docuserie prodotta da Spielberg in cgi e con la voce del premio Oscar Morgan Freeman racconta i 165 milioni di anni di vita sulla Terra dei dinosauri. E ci costringe a ridimensionare la nostra idea sulla vera portata del predominio umano sul pianeta
Ogni cosa ha un inizio, cresce fino a raggiungere un picco massimo e alla fine smette di esistere. Alba, conquista, impero e caduta sono infatti le diverse fasi della vita sia degli uomini sia delle civiltà. Ma sono anche i titoli delle quattro puntate di “The Dinosaurs: la vera storia”, la miniserie che racconta i 165 milioni di anni di vita dei dinosauri con la voce fuoricampo del premio Oscar Morgan Freeman. In onda dal 6 marzo su Netflix, il doc è prodotto da Steven Spielberg e mette insieme riprese di paesaggi reali e immagini generate al computer per i dinosauri (Cgi).
Quasi trent’anni dopo aver diretto i primi due film della saga di "Jurassic Park" (la prima pellicola e il suo sequel "Il mondo perduto"), il regista americano ritorna ai rettili preistorici, ma stavolta sul piccolo schermo. L’asse tra Spielberg, Netflix e Freeman però non è nuovo: nel 2023 era uscito “Life on our Planet”, miniserie sulla storia evolutiva degli esseri viventi, accolto in modo contrastante dalla critica e con un indice di gradimento del 50 per cento su Rotten Tomatoes, l’aggregatore di recensioni cinematografiche e televisive. Tre anni più tardi lo stesso sito ha assegnato a “The Dinosaurs” un gradimento del valore doppio: il 100 per cento, facendo rientrare la docuserie - anche se è uscita da pochi giorni - nella ristretta cerchia di prodotti cinematografici a cui Rt dà la stessa valutazione, come “Scandalo a Filadelfia” di George Cukor, “I sette samurai” di Akira Kurosawa e “20 giorni a Mariupol” di Mstyslav Černov.
La miniserie già dai titoli delle puntate richiama l’idea delle diverse fasi della vita: L’alba, La conquista, L’impero, La caduta. Perché lo scopo del documentario firmato Spielberg è quello di mostrare come gli antenati dei dinosauri, che passavano la vita fuggendo dai grandi rettili predatori, nell’arco di decine di milioni di anni abbiano sviluppato le caratteristiche per resistere ai cambiamenti climatici e per dominare su tutte le altre specie viventi fino a diventare i re indiscussi della Terra. Ma per quanto fossero imponenti e dominanti nulla hanno potuto contro l’impatto del meteorite che si èabbatttuto sul nostro pianeta 66 milioni di anni fa, dopo uno scontro fortuito con un’altra roccia spaziale che lo ha fatto uscire dalla sua orbita. E come ogni cosa, anche per i padroni del mondo è arrivata la fine. Non per tutti i dinosauri però: alcuni di loro sono sopravvissuti e vivono ancora tra noi. Stiamo parlando degli uccelli, del tutto simili ai piccoli carnivori bipedi progenitori del T-Rex. Nel momento cui, negli ultimi minuti della serie, Freeman racconta questo fatto, lo spettatore realizza qualcosa che fino a un momento prima era rimasta soltanto una suggestione: quando vedeva camminare i dinosauri, quando guardava la forma dei loro arti superiori e inferiori, il modo in cui nutrivano i loro piccoli, i rituali di corteggiamento, il piumaggio, stava in realtà vedendo gli antenati degli uccelli. E’ questa epifania a dare alla serie un significato che va oltre le grandi qualità e contenuti dei centosessanta minuti di documentario, perché costringe a ripensare al ruolo dell’uomo sulla Terra.
I dinosauri sono comparsi 165 milioni di anni fa, i primi esemplari di Australopiteco sono apparsi circa 2,5 milioni di anni fa, mentre quelli più simili a noi, l’homo sapiens, soltanto da 300 mila. Un arco di tempo di gran lunga inferiore se comparato a quello dei nostri predecessori. La serie di Spielberg ci fa guardare a un orizzonte temporale a cui di solito non siamo abituati, costringendoci a ridimensionare la nostra importanza nella storia della Terra. Ci guardiamo attorno senza pensare che anche le piante e i fiori sono organismi viventi presenti già al tempo dei dinosauri, quindi ben prima di noi, e che le forme in cui li vediamo adesso sono il risultato di centinaia di milioni di anni di evoluzione: alcuni di loro hanno dovuto sviluppare spine o veleni per non farsi mangiare dagli erbivori. Crediamo di essere le più importanti forme di vita del pianeta dimenticando che prima della nostra comparsa ci sono stati animali che hanno abitato gli stessi posti dove oggi viviamo - e che per giunta erano grandi quanto le nostre case - e che lo hanno fatto per un tempo molto più lungo. Forse anche loro credevano di essere i padroni del mondo. Fino all’arrivo dell’asteroide che li ha portati all'estinzione. E forse con qualche merito in più rispetto a noi, anche solo per diritto di anzianità.