Ansa
“Per sempre sì” è un manifesto
Ma quale kitsch. Sal Da Vinci sa giocare coi luoghi comuni del romanticismo
Ma quale colonna per la camorra, la canzone del vincitore di Sanremo è alla fine un gioco riuscito su un luogo comune. L'hanno adottato tutti, e tutti fanno coreografie e meme ironici. Anzi, "Io e te per sempre" è perlomeno una dichiarazione di intenti iniziale
D’accordo, nemmeno a me piace il romanticismo, e “io e te per sempre” è una di quelle frasi tanto suggestive, desiderabili, umane e auspicabili quanto sotto sotto pericolose e micidiali, una frase che è motore primario, cioè attiva desiderio e sofferenza, ma del resto così è l’amore romantico (quello basato sulla dote era ancora più osceno, ma perlomeno chiaro nei suoi intenti). Ma, detto questo, veramente siete d’accordo con Aldo Cazzullo quando dice che “Per sempre sì”, di Sal Da Vinci, è la colonna sonora di un matrimonio della camorra? Veramente fate? Ci rendiamo conto, vero, che Sal Da Vinci è camp, non certo kitsch? Che uno come Sal con pluridecennale carriera che varia dagli sceneggiati ad album come “Non si fanno prigionieri”, dove c’è una canzone “Bella Italia” che è la risposta più nobile e raffinata a l’“Italiano” di Toto Cutugno. Un cantante con una tecnica vocale che ad avercene, insomma. Uno come Sal è molto consapevole di giocare con il classico luogo comune del romanticismo. Un gioco riuscito, visto che l’hanno adottato tutti, e tutti fanno coreografie e meme ironici. Dobbiamo dunque tornare al buon e dimenticato Dwight Macdonald con suo “Masscult e Midcult”? Il critico che distrusse l’Hemingway del “Vecchio e il mare”, che con i suoi toni biblici e retorici che tanto piacevano alle élite aveva fatto dimenticare l’Hemingway dei racconti basati sul non detto, più raffinati e innovativi. Perché scusate, parlando d’amore, perché elogiamo tanto “La cura” di Battiato e disprezziamo “Per sempre sì” di Sal Da Vinci? Perché il concetto di cura va tanto di moda, e non c’è convegno dove un intellettuale non faccia riferimento alle virtù dell’ascolto dell’altro (in genere dopo aver fatto un monologo tronfio e retorico per un’ora).
Ma è un concetto pericoloso. Anzi, le io e te per sempre, perlomeno è una dichiarazione di intenti iniziale, una specie di discorso da fare allo spogliatoio per affrontare la gara (in realtà, il matrimonio andrebbe festeggiato alla fine di una vita insieme non all’inizio), invece la cura così come espressa da Battiato è un programma a lungo termine che prevede la presenza di due persone: uno che conosce le leggi del volo e tante altre ancora, e uno che invece non sa niente. Presuppone un rapporto dove, non solo c’è uno che dice: tu senza la mia cura non ce la puoi fare, ma prevede un rapporto dove si viola continuamente lo spazio della responsabilità individuale (grande invenzione dell’occidente). Per non parlare dell’insopportabile tasso di retorica e di sofismi tipici di chi Cura, qualcosa che assomiglia davvero a un rapporto patriarcale. Secondo la definizione di Macdonald la cura è Midcult, finge di essere cultura alta ma è solo banalità, ma si oppone al Masscult di per “Sempre sì”, che appunto è una dichiarazione esagerata ma perlomeno contiene in sé l’ironia e non quella terribile serietà argomentativa che “La Cura” porta con sé. A parte che bisognerebbe sostituire la parola cura con manutenzione, che comunque prevede uno sguardo di attenzione, ma non retorico, a parte che i caregiver soffrono le pene dell’inferno per l’impegno di curare (altro che canzone), ma come in ultima analisi, ma veramente credete che Sal da Vinci abbia scritto una canzone per i matrimoni camorristi? Che poi in termini di dichiarazione davanti all’altare, sono così diversi da quelli borghesi? Veramente fate?
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