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La serie tv

In “Portobello” Marco Bellocchio ha unito la passione a un cast perfetto

Mariarosa Mancuso

L’assurdità della storia di Enzo Tortora, in una serie tv. Ma proprio l’assurdità fu considerata una prova a carico del presentatore, con il perverso ragionamento: “A nessuno verrebbe in mente una cosa del genere, se non fosse vera”

Per misurare l’assurdità del processo a Enzo Tortora, accusato di spacciare cocaina per conto della camorra – un “ci siamo capiti”, durante i sei episodi della serie, allude al fatto che il mondo dello spettacolo pullula di ricchi sniffatori – con il senno di poi basta dire che arrivò Renato Vallanzasca a scagionarlo. Non un omonimo, quel Renato Vallanzasca. Il capo della banda della Comasina nel 1986 testimoniò al processo d’appello dimostrando l’inattendibilità del pentito Gianni Melluso. Era costui il principale accusatore di Enzo Tortora, e fino a quel momento – interrogatori e processo che condannò il presentatore televisivo a dieci anni di reclusione, multa e interdizione dai pubblici uffici – aveva ripetuto, al netto di qualche contraddizione, che il presentatore era affiliato alla Nuova Camorra Organizzata e spacciava droga su incarico di Francis Turatello. In “Portobello” – la serie in sei puntate che vedremo dal 20 febbraio su Hbo Max – Marco Bellocchio ricostruisce il faccia a faccia tra il capobanda del nord e l’accusatore menzognero del sud. Assieme a tutta vicenda che conosciamo come “caso Tortora”, piatto forte delle cronache giudiziarie dopo l’arresto del presentatore, il 17 giugno 1983. In manette, con un codazzo di fotografi e giornalisti. Su tutti gli schermi tv.

 

Accusa clamorosa, per un uomo di spettacolo che stava sotto i riflettori e veniva riconosciuto per strada. Ma proprio l’assurdità fu considerata una prova a carico, con il perverso ragionamento: “A nessuno verrebbe in mente una cosa del genere, se non fosse vera”. “Portobello” era un programma tv di varia umanità con uso di pappagallo – quasi muto, solo Paola Borboni riuscì a fargli gracchiare qualcosa di simile a “portobello”. Record: 28 milioni di spettatori. Un paio d’anni prima Enzo Tortora su Antenna Tre aveva raccolto fondi per il disastroso terremoto dell’Irpinia – lì il più inaffidabile degli accusatori, appartato con la moglie che aveva un problema con l’elastico delle mutande, disse di averlo visto assaggiare e approvare una partita di polvere bianca. Per non parlare di certi “centrini” – gergo della malavita per “partita di droga”, si dirà – invece erano proprio cestini, lavorati a mano da un camorrista dissociato. Smarriti nella redazione di “Portobello” – e puntualmente risarciti. Ma il paranoico “centrinista” non volle sentire ragioni, giurò eterno odio a Enzo Tortora.

 

Marco Bellocchio ha ricostruito la vicenda con passione e gusto per i dettagli – si capisce che Hbo Max non ha lesinato denari e giornate di lavoro per sbarcare alla grande sul mercato italiano dello streaming. Ha dalla sua la fama guadagnata con le serie che hanno cambiato la televisione, dai “Soprano” a “True Detective” a “White Lotus”. Tra i suoi lavori recenti è sicuramente il più riuscito e appassionante: ottima sceneggiatura firmata dal regista con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore. Cast preciso al millimetro per tutti i ruoli, non solo i principali, Fabrizio Gifuni al comando nella parte di Enzo Tortora. Il Gianni Melluso impersonato da Giovanni Buselli è seduttivo e chiacchierone come deve essere un bugiardo che le spara grosse. Fausto Russo Alesi è impeccabile nel ruolo di Diego Marmo, il pubblico ministero che sostiene l’accusa nel processo di primo grado. Nel 2014 si scuserà con la famiglia del presentatore, assolto in Cassazione nel 1987 e morto nel 1988. Alessandro Preziosi è Giorgio Fontana, inflessibile giudice istruttore del primo processo che fa arrivare il presunto colpevole da Bergamo a Napoli con l’ambulanza: Enzo Tortora era malato, in infermeria. I ruoli negativi fanno brillare gli attori.

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