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Fabrizio Corona, lo scarface del giornalismo
Col suo talento per l’affabulazione, fa l’eroe contro il sistema di cui un tempo era ingranaggio. “Falsissimo” è un minestrone che mette insieme il trash, Report e la televendita, perfetto per la caciara da social
Il nome, prima di tutto. Un format che promette scoop, rivelazioni, smascheramenti del Potere - che si chiama però “Falsissimo”. Parodia di “Verissimo”, certo, ma anche confessione preventiva, disclaimer che sta già nel marchio. Fossi l’avvocato di Fabrizio Corona partirei sempre da qui: ci avete creduto? Bene. Non era vero? Aho, si chiama “Falsissimo”. Che vi aspettavate? Se siete appena tornati da Marte, “Falsissimo” è il format che Corona ha avviato un annetto fa con puntate spalmate in più episodi che trovate su YouTube e di rimbalzo su Instagram, TikTok, Telegram. Dentro c’è di tutto: Garlasco, Gaza, le trombate extraconiugali di Fedez, il calcioscommesse, le baby-gang, la curva dell’Inter, Totti & Ilary, la gintoneria di Davide Lacerenza, ecc. Ora è diventato un caso nazionale per via della puntata sull’affaire Signorini – presunti favori sessuali per entrare al “GF” – e un più generale “sistema Mediaset”, come lo chiama Corona. Il business model di “Falsissimo” è il solito di Internet, dal porno a Substack: fino a un certo punto gratis, poi no. Per vedere Claudio Lippi “in videochiamata dalla terapia intensiva”, in un letto d’ospedale, intubato, che racconta “le sue verità”, devi pagare. Per amore di questo giornale ho versato i miei cinque euro (4.99 l’abbonamento mensile) e mi sono visto la fatidica puntata vietata dal giudice ma ancora visibile su YouTube - come il video di Barbero sul referendum censurato da Meta ma che hanno visto e commentato tutti, come la censura del monologo di Scurati sul 25 di aprile che poi diventò virale. Va da sé che questa puntata di “Falsissimo” ha fatto il botto. Numeri da record, milioni di visualizzazioni, come in una versione Corona dei fatidici “190 paesi” di Netflix. L’universo Mediaset è il nostro “The Crown”, appunto.
La puntata s’intitola, “Il prezzo del successo”. Non proprio originale – ma i titoli delle puntate di “Falsissimo” sono quelli dei servizi di “Chi”: “La grande menzogna”, sulle corna dei Totti’s, “Il vero amore di Chiara Ferragni”, roba così. Corona parte alto: Weinstein, Epstein, “le gerarchie sociali che si basano tutte anche su scambi sessuali”, col piglio di un Erving Goffman, di un Bourdieu. Poi plana sullo sputtanamento di Signorini e a cascata dei reali di Mediaset, da Pier Silvio a Gerry Scotti. “Il sistema Mediaset non ve lo raccontiamo per i reati”, dice Corona, “ve lo raccontiamo perché siamo stufi di narrazioni false, della supponenza del potere, di una verità che non è quella”. Già proclamatosi eroe antisistema, Fabrizio Corona si trasforma in un Roberto Saviano del gossip. Un vendicatore postumo di quel berlusconismo di cui – secondo la vulgata – sarebbe stato il prodotto di punta, l’interprete più virtuoso. (“Il mio ex-forse-amico Silvio Berlusconi”, dice ora Corona). Adesso spiega “l’editto bulgaro” ai suoi follower che forse non se lo ricordano, o non sanno proprio cos’è. Si paragona a Biagi, Santoro, Luttazzi. Parla del “potere totalitario che voleva prendere Berlusconi”, come un Asor Rosa, un D’Avanzo, un Santoro. Manca solo la benedizione di “Repubblica”. A un certo punto, Corona fa vedere Biagi quando rispondeva per le rime al Cav. e in preda a un transfert micidiale urla: “Quali sono i reati che abbiamo commessoooo? Denunciateciii!” – e quel “noi” significa: io, Santoro, Biagi. Poi allunga l’editto bulgaro fino a Barbara D’Urso: esclusa da Mediaset, dalla Rai, da tutto, con lo stesso metodo inquisitorio. “Falsissimo” andrebbe preso sul serio. Non per quello che dice, ma perché incarna bene l’ultimo approdo dell’“inchiesta” nell’epoca degli algoritmi, della caciara social, della mitomania di massa, dell’iperstimolazione di contenuti e della nostra bassissima attenzione.
Dal punto di vista drammaturgico è un miscuglione di cose televisive. Un crossover tra il trash, “Report”, la televendita, la serialità, con le puntate divise in episodi. Ci sono i silenzi pensosi à la Santoro, gli sbrocchi à la Giletti, lo sgabello e il nero di “Belve”, le telefonate e le ricostruzioni tipo “Le Iene”. Ci sono le urla di Mario Giordano (col regista di “Falsissimo” trattato come il povero Donato, “mettimi lo screenshot, dammi la chat, fammi vedere WhatsApp!...no più su…più giù”). Lo sponsor di “Falsissimo” è Betsson Sport - società svedese di casinò, poker online, bingo, gratta e vinci. Così mentre Corona denuncia il “sistema Signorini”, ogni tanto in un riquadro spunta un altro Corona che gioca a calcetto contro una squadra che indossa la maglietta “Circolino”, e naturalmente segna. Nelle sue arringhe è incorniciato in uno sfondo nero con una luce tagliente che arriva da sinistra – una penombra alla “House of Cards” che suggerisce: sto per dirti qualcosa che non dovresti sapere. E poi stacchi rapidi, zoom improvvisi, pause teatrali seguite da “ora vi faccio vedere una cosa”. E la cosa, in genere, è uno screenshot. Una chat. Una foto rubata. Un vocale. Un video. Prove, le chiama Corona. Il sistema, lo chiama Corona.
Corona, che di quei sistemi è stato per vent’anni cinghia di trasmissione, si presenta ora come loro nemico giurato. Però, visivamente, è un altro Corona.
La paura di sentirsi superati, tagliati fuori, porta in genere i cinquantenni a sfoggiare montature di occhiali colorate, pedalini con gli orsetti, orripilanti giacche fantasia e gadget high-tech tipo cuffie bluetooth – insomma, qualsiasi cosa pur di restare a galla. Ma se da giovani siete stati Fabrizio Corona, dopo i cinquanta sarà il contrario. E così Corona è migliorato rispetto al gran coatto che era negli anni Zero. Migliorato nel lessico, che ora include parole come “ossessione” e “meccanismi” e “costruzione del personaggio”. Migliorato nell’accento, ripulito, meno catamilanese, anche se con una parlata un po’ strana, come un navigatore GPS che fa il personal trainer. Migliorato anche nell’aspetto (filler? malar implants?): mascella più squadrata, pelle più tesa, e soprattutto un paio di occhiali con montatura scura, spessa, rettangolare, vagamente anni Cinquanta, da regista indipendente americano o scrittore intervistato sul “New Yorker”. Non occhiali da re dei paparazzi. Corona a cinquant’anni sembra finalmente a suo agio nel ruolo che ha costruito per tutta la vita: il cattivo consapevole, il manipolatore che confessa, e ora il vendicatore del gossip. “Io sono uno del popolo”, dice. “Quando vado nei locali scendo tra quelli del popolo, che mi chiedono: dicci di Gerry Scotti, di Maria, di Signorini…“
In effetti questo détournement di Corona rimescola le carte. Corona fa diventare garantista Selvaggia Lucarelli. Corona fa piangere Travaglio (nel documentario, parlando del padre Vittorio). Corona costringe Mediaset a scrivere un comunicato che, prendendolo alla lettera, squalificherebbe anche un po’ di palinsesto della rete. Selvaggia Lucarelli dice che Corona “non ha lo scopo di informare, ma di monetizzare”: ora, mi pare di poter dire che questo non riguarda solo “Falsissimo” e che di Corona tutto si possa dire tranne che nasconda quest’aspetto.
Gli va invece riconosciuto un certo talento per l’affabulazione ipnotica. Quella cosa per cui dopo un po’ non segui più cosa dice ma solo come lo dice. Entri in un flusso continuo di pubblicità egoriferita: “Falsissimo” lancia e promuove il documentario Netflix e il documentario lancia e promuove “Falsissimo”, in loop. E il prodotto è solo questo. Nient’altro. Corona usa la storia di suo padre per rafforzare la sua lotta personale al sistema-Mediaset, un po’ come quando andava in vacanza con Nina Moric o Belén ma si portava dietro anche il paparazzo nascosto tra le palme per fotografarli ignudi mentre se la spassavano, e poi vendeva il servizio ai rotocalchi. Il metodo è sempre quello.
Ma la forza di questo racconto ora è che lo capiscono tutti. L’eroe cacciato dal sistema che torna per vendicarsi di quel sistema stesso che conosce meglio di chiunque altro. Un remake della parabola di Grillo, cacciato dalla tv e tornato poi sui blog – Corona vuole dimostrare che social e algoritmi si mangiano ormai la vecchia tv generalista, e su questo ha vita facile. L’esilio, la traversata del deserto, la messa a punto della vendetta, l’attacco al Potere, la creazione di un consenso dal basso, dal nulla, la rete, YouTube, eccetera: tutta questa roba è di facile presa. Grillo fondò un movimento politico. Corona, per ora, si limita a fatturare. “Guarda che Corona entra in politica”, mi dicono in tanti, “lo so per certo”. E io già me lo vedo che è lì per vincere le elezioni, poi perde per un soffio e va col suo esercito di maranza sotto al Quirinale, come in un Capitol Hill all’italiana.
Corona ama le citazioni cinematografiche. Anche il suo documentario è modellato su “Scarface”, “Quei bravi ragazzi”, “Casinò”. “In questa battaglia non sono solo”, dice nel puntatone su Mediaset. “Ve lo ricordate il film ‘Gli Intoccabili’? Anche io ho formato la mia squadra”. E via con i ritagli in video: Corona-Kevin Costner coi suoi avvocati come tanti Sean Connery o Andy Garcia, “compagni di battaglia”. Oppure prende una scena di “Loro”, il film di Sorrentino su Berlusconi – censurato! boicottato! Fa vedere un estratto. Toni Servillo ed Elena Sofia Ricci, lei che gli chiede da dove ha origine la sua fortuna, lui che non risponde. E Corona lo tratta come una prova. “Avete visto?! Non risponde! E perché non risponde?!” E naturalmente in “Falsissimo” non c’è nessuno che alza la mano e dice: “Perché è un film”. No. Corona sa che là fuori c’è gente che potrebbe condividere il video e postarlo scrivendo “Fate girare!!! Ecco il video che hanno censurato…”. E Corona parla a quelli lì. Gli stessi che nel 2011 condividevano il monologo di Brignano alle “Iene” che sbandierava gli scontrini del Senato contro la Casta - un pezzo di varietà televisivo che su YouTube diventava “il monologo che non vogliono farti vedere”. Non era difficile capire che fosse una pillola delle “Iene” che se ne andava in giro sulla rete, eppure il racconto della censura funzionava lo stesso. Il populismo, in tv o in politica, ha sempre bisogno del paradigma complottista, della retorica del disvelamento: anche Brignano poteva diventare Pasolini che incrimina il Palazzo. Figuriamoci Corona.
Ma alla fine è vero o no quello che racconta sul “sistema” a suon di screenshot e vocali? E’ una domanda vecchia, sbagliata, novecentesca. Basterebbe poi riprendere in mano “Troppi paradisi” di Walter Siti. Nel 2006, nel climax dei reality, Siti scriveva uno dei migliori romanzi sull’aria del tempo. Un romanzo che andrebbe riletto oggi, vent’anni dopo. C’erano le carriere televisive costruite sul gossip, i ricatti, i casting pilotati, il sesso come moneta di scambio tra adulti consenzienti che non è mai solo sesso e non è mai solo scambio. Siti però non era schifato da quel mondo. Raccontava un processo generale di tutto l’occidente in cui realtà e televisione si rimescolavano in una nuova sintesi superiore – un processo che solo qualche sprovveduto continua a chiamare “berlusconismo”, come se tutto fosse riconducibile a noi, all’Italia, che a queste cose poi ci arriva sempre dopo. In “Troppi paradisi” c’è questo bellissimo culturista-borgataro, che potrebbe essere un qualsiasi Costantino Vitagliano o Taricone di quegli anni, e che – dice Siti – “appartiene alla prima generazione di maschi, in Italia, che hanno potuto costruirsi una carriera come uomini-oggetto”. Ma volendo potremmo risalire molto più indietro.
La potenza della maldicenza, la fascinazione per l’imboscata a tradimento, sono iscritte nel carattere italiano più che altrove – e non da ieri, non da Dagospia o da “Chi”, ma da sempre. Da quando esistono gli italiani. Guicciardini costruisce i “Ricordi” su un’antropologia del sospetto, la certezza che ogni uomo agisce per interesse e l’unico modo di sopravvivere è anticipare il tradimento altrui. L’Aretino inventa il ricatto mediatico: scrive sonetti infamanti sui potenti e poi si fa pagare per non pubblicarli, un Corona in calzamaglia. Machiavelli, si sa, era ossessionato da congiure, pugnalate alle spalle, veleni – e non perché fosse un pessimista cosmico, ma perché descriveva quello che vedeva. Casanova racconta le sue conquiste ma anche i suoi imbrogli, le truffe, le fughe rocambolesche – e con una tale mitomania che racconta come il vero piacere non fosse nel sesso ma nel racconto del sesso, nella costruzione della propria leggenda. E poi Leopardi, lo Zibaldone, quelle pagine feroci sull’invidia italiana, la gioia maligna per le disgrazie altrui, la “malignità nazionale” che non risparmia nessuno. L’italiano – scrive Leopardi – non sopporta che qualcun altro abbia successo, e se ce l’ha deve esserci sotto qualcosa, un imbroglio, un favore, una marchetta. Il gossip, insomma, non è un sottoprodotto della tv commerciale, ma forma d’arte italianissima. Genere letterario con i suoi maestri e i suoi epigoni. E Corona è quello che più lo adatta allo spirito del tempo. Ma non glielo diciamo, che poi si monta la testa.
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