Billy Bob Thornton in una scena di “Landman”. La serie è su Paramount+ e Apple tv 

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Via col vento del west. Con Taylor Sheridan l'America profonda ha trovato un nuovo cantore

Vittorio Bongiorno

Vorace lettore di grandi scrittori malinconici e violenti, si è buttatonella stesura della sua “moderna trilogia della frontiera” fino al grande successo di "Yellowstone". Chi è il creatore, produttore, sceneggiatore e regista di Landman che tutta Hollywood insegue

C’è un tizio incappucciato in un capannone sperduto nel deserto tra Texas e Messico. E’ stato rapito e malmenato da un gruppo di narcos che vuole fargli la pelle perché vuole costruire un pozzo per l’estrazione del petrolio su un terreno che usano per i loro traffici. Nonostante abbia una pistola puntata alla testa, il cowboy in jeans e stivali texani non si scompone e spiega alla gang che è lì per stipulare un normale contratto di leasing, l’affitto di quel terreno. Se loro non lo firmeranno, spiega serafico, la compagnia petrolifera per cui lavora sguinzaglierà un’agenzia privata di sicurezza che gli spaccherà la testa come una “fottuta pignatta”, farà saltare in aria con i droni le loro case con le famiglie dentro e piazzeranno una base della DEA dall’altra parte della strada del capannone. “Voi pensate al vostro prodotto e noi al nostro”, commenta il cowboy. Poi continua spiegando l’economia globale della droga e del petrolio in poche e semplici parole: “Voi vendete un prodotto da cui dipendono i vostri clienti. Lo stesso noi. Ma il nostro è più grande”. E i narcos firmano l’accordo. Comincia così la prima puntata di “Landman”, la fortunata serie tv (in Italia è su Paramount+ e Apple Tv) creata da Taylor Sheridan, sceneggiatore, produttore e anche regista che ha abbandonato una modesta carriera di attore hollywoodiano per diventare in pochi anni uno degli showrunner più prolifici e richiesti del momento. Cantore del neo-western, genere che ha rinnovato per il pubblico contemporaneo mescolando sapientemente storie di frontiera all’attualità, alla lotta di classe, alla corruzione morale, Sheridan è riuscito, con la forza e la raffinatezza della sua scrittura, a creare un universo narrativo di grande impatto, ma soprattutto a mantenere il totale controllo delle sue idee.

 

Lo showrunner è letteralmente quella figura chiave che corre dietro a ogni aspetto dello show, è lui che lo guida creativamente e produttivamente, sceglie perfino il regista e, in molti casi, dirige lui stesso uno o più episodi. Figura professionale pressoché sconosciuta all’arretrato e assistenzialista sistema televisivo italiano, lo showrunner si è sviluppato in America grazie alle brillanti intuizioni, alla solida scrittura e alla caparbietà di professionisti che hanno raccontato con coraggio storie appassionanti e con modalità spesso innovative. E che sempre hanno saputo dialogare da pari a pari con i network televisivi, senza soccombere di fronte a scelte politiche e facili scorciatoie narrative. Il grande pubblico forse ignora i loro nomi, ma Shonda Rhimes ha forgiato l’immaginario collettivo mondiale con il suo dramma ospedaliero “Grey’s Anatomy”, J.J. Abrams e Damon Lindelof quello della fantascienza con “Lost”, Vince Gilligan il thriller-drama con “Breaking Bad” (in onda in questi giorni c’è il suo nuovo, imperdibile “Pluribus”), David Chase il gangster-movie con “The Sopranos”, per citare solo i più famosi.

 

“Volevo raccontare storie che per me contassero, e non raccontare quelle degli altri”, ha dichiarato Sheridan in un’intervista del 2020 per “Cowboys & Indians”, la rivista di Dallas che celebra lo stile di vita e la cultura del West Americano, “storie sulla mia vita, così che le persone potessero capire da dove vengo e il valore dell’educazione che ho avuto”. La leggenda narra che una quindicina di anni fa all’attore Sheridan, che pure aveva una buona parte nell’ottima serie di rudi motociclisti “Sons of Anarchy”, prima di mettersi a scrivere erano rimasti in tasca gli ultimi 800 dollari. “Ho imparato leggendo sceneggiature scadenti, praticamente lungo tutta la mia carriera”, ha dichiarato, “quando mi sono seduto a scrivere la mia prima sceneggiatura, ho detto: non ho assolutamente idea di come si fa. Ma per Dio, so come non farlo”. Concentratosi solo sulla forza della storia di “Mayor of Kingston”, un thriller-drama su criminalità e potere, nel 2011 era riuscito ad arrivare ai grandi network televisivi, ma l’accordo era saltato perché gli Studios volevano affidare lo sviluppo a un gruppo di sceneggiatori più esperti e farne un prodotto più tradizionale. Il cowboy sceneggiatore dagli occhi di ghiaccio però sentiva dentro di sé la forza e l’urgenza necessaria a portare a compimento da solo il progetto: il pilot della serie rimane nel cassetto, anche se per poco.

 

Vorace lettore di grandi scrittori malinconici e violenti come Cormac McCarthy, Elmore Leonard e Larry McMurtry, Sheridan si butta dunque a capofitto nella stesura dei tre eccellenti “Sicario” (2015), “Hell or High Water” (2016) e “Wind River” (2017), la sua “moderna trilogia della frontiera” americana, testi che diventeranno altrettanti film di successo. In breve un’altra sceneggiatura nata come film, “Yellowstone”, una sorta di “Il Padrino ambientato in Montana” a detta dell’autore, finisce in sviluppo alla celebre HBO, la società streaming che aveva creato, tra le altre, la serie drammatica più importante di tutti i tempi, “The Sopranos”. L’idea, proposta come un western moderno e ambientata nel ranch di finzione “Yellowstone”, attrae e spaventa contemporaneamente i produttori, che cercano la sicurezza di una grande star per interpretare lo spietato patriarca John Dutton. Sheridan propone immediatamente Kevin Costner ma i dirigenti HBO vogliono Robert Redford, e dopo che lo sceneggiatore contatta davvero Redford, la HBO si tira indietro perché non convinta da una storia che propone un mondo rurale in via di estinzione: errore clamoroso di cui qualche manager continua tutt’oggi a pentirsi. “Yellowstone” debutta nel 2018 sul canale via cavo di nicchia Paramount Network e gli ascolti esplodono immediatamente. Qualcuno pensa che si tratti solo di una storia di cowboy fuori dal tempo, quando invece in scena assistiamo allo scontro tra valori universali come la tradizione e l’innovazione, tra il rispetto per la radici e l’inarrestabile avanzata del progresso, visto con gli occhi impassibili di un Kevin Costner in ottima forma.

 

Sheridan era ovviamente felice per il successo, ma il suo obiettivo principale rimaneva sempre lo stesso: raccontare un mondo di uomini e donne vere nel modo più realistico di sempre. “Essere vivi significa avere delle cicatrici”, aveva del resto scritto il grande premio Nobel americano John Steinbeck, e Sheridan sembra proprio sentire addosso le cicatrici della sua terra. Per questo prima chiede all’anziana proprietaria del Four Six, il più vecchio ranch d’America, di poter girare alcune scene lì, poi, quando Anne Marion muore, gli eredi gli propongono addirittura di comprarlo per evitare il rischio della sua scomparsa, esattamente ciò contro cui combatte Kevin Costner/John Dutton. In rete circolano voci secondo cui il costo si sarebbe aggirato intorno ai 350 milioni di dollari e Sheridan, senza battere ciglio, avrebbe accettato (pur non avendoli). Chiese solo un paio di settimane per raggranellarli, periodo che gli servì per rivedere il suo contratto con Paramount Global e per trovare altri investitori per colmare la differenza mancante. “Sono stato davvero ricco per 45 minuti”, ha dichiarato lui, “Poi sono tornato povero. Questo è stato lo scambio”. Come uno scrittore biblico travestito da produttore esecutivo Sheridan costruisce il suo impero televisivo a partire dalla serie “Yellowstone”, ambientata oggi, che si sviluppa fino alla quinta e definitiva stagione, e da questa fa nascere una serie impressionante di prequel, ciò che accadde prima, di spin-off, derivati, e sequel, ciò che accadde dopo, tutti prodotti premiati e con picchi d’ascolto straordinari.

 

Prima va in onda la miniserie in 10 puntate “1883” ambientata durante la Guerra Civile americana, che racconta lo straziante viaggio del nucleo originario della famiglia Dutton dal Tennessee verso il Texas fino ad arrivare a Yellowstone nel Montana. Nelle 15 puntate di “1923”, invece, con la straordinaria coppia Harrison Ford e Helen Mirren, si narrano le vicende dei Dutton tra la Grande Depressione, il proibizionismo e l’arrivo della corrente elettrica e dei primi frigoriferi nella comunità rurale, scettica al cambiamento. Entrambi i progetti, come la serie “madre” da cui sono sbocciati, hanno una scrittura raffinata che fonde la mitologia del western con gli intrighi del noir moderno. La penna felice di Sheridan ha la capacità di tratteggiare personaggi principali e anche comprimari complessi e sorprendenti, moralmente ambigui o profondamente eroici, che siano uomini o donne. I dialoghi essenziali e taglienti, nello stile della grande letteratura noir americana, descrivono alla perfezione un mondo in cui la corruzione del potere ha permeato qualsiasi strato sociale, mentre la natura selvaggia rimane silenziosa a guardare gli abitanti di questo pianeta che si scannano a vicenda senza sosta.

 

“Il male vuole ciò che vuole e non si ferma finché... non vince o lo uccidi. L’unico modo per ucciderlo è essere più cattivo del male”, dice Kevin Costner, alias John Dutton, nell’episodio 9 della stagione 3 di “Yellowstone”. Non a caso il titolo della puntata è “Meaner Than Evil”, “più cattivi del male”, e sembra proprio citare il violento disincanto di Cormac McCarthy, che ai cowboy ha dedicato i suoi libri più belli.

 

Allo show, nonostante il successo trasversale, non sono mancate ovviamente le critiche per una visione vicina alla cultura conservatrice e popolare degli “stati rossi”. Ma se è innegabile che una grossa fetta di pubblico sia rappresentata dall’elettorato di Trump, Sheridan stesso ha risposto in modo deciso ai facili e banali schematismi di chi ha cercato di incasellarlo politicamente. Ha spesso sottolineato che affronta temi sociali complessi e le fratture profonde della società statunitense, non l’agenda politica del Governo, e che le sue storie spesso hanno smascherato le contraddizioni del politically correct, la falsità del greenwashing e l’ottusità di certi aspetti della cultura woke. Non racconta un’America che fu, ma un’America in perenne conflitto con se stessa e che, oggi più che mai, non si sente rappresentata dalla politica. I personaggi delle sue storie, siano ambientate nel passato o nel presente, non chiedono di essere compresi ma solo di essere lasciati in pace.

 

Non tutti i protagonisti della comédie humaine di Sheridan indossano però un cappello Stetson: contemporaneamente all’epopea dei Dutton lo scrittore ha creato altre serie di successo, come il noir sulla corruzione e il potere “Mayor of Kingston”, il thriller di spionaggio “Lioness” con Zoe Seldaña, Nicole Kidman e Morgan Freeman, e il fortunatissimo dramma criminale “Tulsa King”, dove giganteggia un Sylvester Stallone in gran forma. Le trame di tutte queste storie si confondono, gli attori secondari spesso compaiono di serie in serie, i piani temporali si sovrappongono, ma la scrittura di Taylor Sheridan è sempre ricca e piena di vita: tradimenti, lealtà, famiglia, corruzione, potere, il peso di una terra che è stata battezzata con il sangue. E personaggi femminili memorabili, come la Helen Mirren di “1923” che difende a mani nude il suo ranch, la risoluta petroliera Demi Moore in “Landman” o Zoe Seldaña, l’agente della Cia che si scontra con la figlia adolescente in “Lioness”. In un momento storico in cui anche Hollywood si affida all’intelligenza artificiale nella vana speranza di trovare la formula magica per costruire storie di successo, il successo della scrittura di Taylor Sheridan si riconosce da lontano, come i segnali di fumo dei nativi.

 

“Da texano doc e narratore visionario Taylor Sheridan ha ridefinito il genere western moderno rimanendo profondamente legato allo spirito e alla resilienza del nostro grande Stato”, ha affermato Jim Davis, presidente dell’Università del Texas ad Austin, “Il suo percorso verso il successo nel mondo dello spettacolo è una testimonianza del potere del duro lavoro, della creatività e della fedeltà alle proprie radici”.

 

In attesa dell’uscita dei nuovi attesissimi progetti di Sheridan “Empire of the Summer Moon”, sull’epica ascesa e caduta degli indiani Comanche, e “The Madison”, il sequel di “Yellowstone” (inizialmente avrebbe dovuto esserci Matthew McConaughey, ma l’accordo è saltato e al posto suo sono subentrati Michelle Pfeiffer e Kurt Russell) non ci resta che godere del cinico disincanto del petroliere Billy Bob Thornton, alias Tommy Norris, perennemente in jeans, stivali e cappello. Quello rapito dai narcos all’inizio di “Landman”, colui che ha scavato incessantemente sotto il sole cocente nella terra arida che millenni prima era un mare caldo e pescoso oggi diventato il prezioso olio nero. “I nostri bisnonni hanno costruito un mondo che funziona, con questa roba qui. Finché non funzionerà con qualcos’altro dobbiamo alimentarlo, o il mondo si fermerà”, dice il Landman alla giovane avvocatessa idealista che crede in un’alternativa al petrolio. “Getta il telefono e scambia la Mercedes con un cavallo, vai a caccia e vivi in una tenda, ma saresti l’unica e non farebbe alcuna differenza”, ribatte lui accendendosi l’ennesima sigaretta, “Poi, sull’altopiano della moralità c’è molto vento di notte”.

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