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Fenomenologia di Gerry Scotti, l'uomo del “pre-serale”
La tv generalista è data per morta, ma lui resta lì dov’è. Fa numeri da record, è venerato dalla generazione Z e con la sua Ruota vive una nuova, scoppiettante giovinezza. La fame di normalità ha il volto dello zio di Mediaset
Si narra che Berlusconi, vedendolo per la prima volta negli scantinati di DeeJay Television, si lasciò sfuggire un commento a voce alta (ma apposta, per farsi sentire): “Ma è quello lì? Se lo sapevo chiamavo anche il mio ragioniere della Brianza!”. Troppo normale. Troppo rotondo. Troppo poco televisivo. Gerry Scotti non aveva la criniera da surfista di Sandy Marton, non sfoggiava un cappellino da rapper come Jovanotti, non era Fiorello che già faceva Fiorello. Quale ragazza si sarebbe innamorata di lui? Passano gli anni. Il ragioniere accumula share su share. Un giorno, ai funerali di Raimondo Vianello, il Cav. lo prende da parte e gli dice: “Sa, signor Scotti, ovunque mi trovi nel mondo, quando accendo la televisione e sento la sua voce, io mi sento subito a casa”. Berlusconi riconosceva l’errore (cosa rara). Quel faccione qualunque era l’arma segreta di Gerry. Rotondo, morbido, familiare, un po’ come quella “G” – mentre uno penserebbe subito “Jerry” (all’inizio si faceva chiamare “Gary Scotti”: pretenzioso, da Dj di provincia che sogna Los Angeles, non avrebbe funzionato).
Oggi i tempi sono maturi per una statua di Gerry Scotti nella piazza di Camporinaldo, frazione di Miradolo Terme, Pavia: 553 anime, un cimitero, una chiesa, due strade principali, un vialone sterrato che si chiama “via dei Baratti” e che un domani, con un po’ di buona volontà amministrativa, sarebbe perfetto come “viale Gerry Scotti”. Augurandogli di vivere altri cento anni e invitandolo a tutti gli scongiuri del caso, io la statua la vedo già. Me l’immagino come quella all’inizio di “Fargo” dei fratelli Coen: un Gerry Scotti di bronzo, alto due metri, in blazer, su un piedistallo di marmo, braccia aperte, sorriso largo, come a dire “venite tutti, c’è posto per tutti”. Ai piedi, la fatidica targa: “A Virginio Scotti detto Gerry, cittadino di Camporinaldo, volto amato della televisione che seppe farsi ospite gradito nelle case degli italiani e presenza inscindibile dalla memoria collettiva del Paese”. Perché Sanremo sarà anche nazionalpopolare ma dura una settimana. Gerry invece c’è sempre.
La tv come pratica quotidiana e rumore di fondo delle nostre vite ha ormai la sua faccia – quel sorriso che è insieme benedizione episcopale, furberia e promessa di montepremi. Quando nel 2001 Mike Bongiorno lo definì “il mio erede”, disse una cosa che oggi pensano tutti (ma come i grandi visionari, Mike c’era arrivato prima). Qualche anno dopo, i due conducono insieme un’edizione di “Striscia”. “Guardate qui che coppia, settant’anni di televisione: cinquanta lui e venti io!”, diceva Gerry. Poi è arrivato il remake della “Ruota della Fortuna”, a cento anni esatti dalla nascita di Mike. Tutto torna. Come in una profezia televisiva.
A Capodanno la “Ruota” ha sfiorato il trenta per cento di share. Quasi cinque milioni di spettatori. Record stagionale, in una tv che i numeri giganteschi li fa ormai solo con Sanremo. Gerry Scotti ha chiuso il 2025 con una maxi-puntata diventata evento televisivo. Un successo che non era scontato (non ce ne sono mai in televisione). Parliamo di un format che ha mezzo secolo alle spalle. “Wheel of Fortune” nasce nel 1975 sulla Nbc, ma arriva in Italia negli anni Ottanta e diventa popolare con Mike che lo conduce tra il 1989 e il 2003, valletta Paola Barale, tremilacentoventicinque puntate. “Compro una vocale” è un tormentone che circola ancora oggi su TikTok: una delle poche cose della vecchia tv che conosce anche la Generazione Z. Poi il declino, due stagioni con Enrico Papi, la chiusura. Sembrava finita. Ma a Mediaset qualcuno ha avuto un’idea: affidare il cadavere a Gerry Scotti. E il cadavere si è alzato in piedi, come un Frankenstein dei quiz tornato per prendersi la rivincita. E’ partito il duello con “Affari Tuoi” su cui hanno scritto tutti. Un’Italia spaccata in due: al Nord Gerry, al Sud – isole comprese – Stefano De Martino. La sfida ha tenuto banco per mesi. Gerry Scotti, settant’anni compiuti, quarant’anni di carriera, che mette in difficoltà il conduttore più in voga del momento. “Gli invidio la bellezza”, dice del collega-competitor napoletano. Ma la bellezza in tv è sopravvalutata. Gerry lo sa. Della bellezza il pubblico si stanca presto. Conta altro: familiarità, credibilità, affetto, domesticità, autenticità, quelle cose lì. E’ questo il Gerry’s touch. E qui oggi ha pochi rivali. Neanche Carlo Conti. Neanche Bonolis. Gerry Scotti è il mobile del soggiorno che nessuno pensa più di spostare: quella dubbia poltrona finto “Chesterfield” reclinabile 90°, presa in un Leroy Merlin di Agrate Brianza che all’inizio volevi spostare nello studio ma poi hai scoperto essere molto comoda, l’hai lasciata lì e lì resta (ed è perfetta per vedere “La ruota della fortuna”). In un’epoca in cui la televisione generalista dovrebbe essere morta, uccisa dallo streaming e dai social e dall’idea stessa che esistano ancora momenti in cui milioni di persone guardano la stessa cosa nello stesso momento, Gerry e la sua Ruota dimostrano che esiste ancora una fame di normalità condivisa, di rituali collettivi che non richiedono di essere cool o engaging o qualunque altra cosa annaspi nella nuova economia dell’attenzione.
In un’epoca in cui la televisione generalista dovrebbe essere morta, Gerry e la sua Ruota dimostrano che esiste ancora una fame di normalità condivisa
Gerry Scotti aveva detto che si sarebbe ritirato a 60 anni, poi a 60 anni ha cambiato idea. Ora ne ha 69, è nonno di Virginia e Pietro, ha attraversato il Covid in terapia intensiva all’ospedale di Rozzano, e sta vivendo quel che si chiama “una sfolgorante seconda giovinezza”. In realtà è qualcosa di diverso: è la dimostrazione che in televisione, come in certe forme di amore, la stabilità conta più dell’intensità. “La Ruota della fortuna” è diventato il programma di punta di Mediaset. Ha modificato le strategie della rete. Per anni Cologno Monzese è stata defilippicentrica: Maria come stella polare, i suoi format come architrave del palinsesto, il suo metodo — drammoni, corna, paturnie parentali, adolescenze aspirazionali — come unico modello estetico. Oggi il faro è anche Gerry, l’uomo del “pre-serale”. La sua scalata ha cambiato l’immagine della rete e ha messo in un angolo la cagnara del retequattrismo, divorato anche da sé stesso per effetto di saturazione. L’access prime time di Canale 5 viaggia su ascolti record, ma il traino non si riflette, anzi: più forte la concorrenza interna, più fragile il canale minore. Anche Rete 4 dovrà reinventarsi. Porro, Del Debbio, Giordano, tutti a girare la ruota. Come Gerry.
L’elenco dei suoi programmi dà le vertigini delle genealogie bibliche. Un Antico testamento della tv commerciale in cui ogni format ne genera un altro. Qualche titolo a caso: “Smile”, “Candid Camera Show”, “Festivalbar”, “Azzurro”, “Il gioco dei 9”, “Sabato al circo”, “I tre moschettieri” (dove interpreta Porthos), “La grande sfida”, “Buona Domenica”, “Il Quizzone”, “La sai l’ultima?”, “Campionissimo”, “Passaparola” con Ilary Blasi e Silvia Toffanin “letterine”; e poi “Chi vuol essere milionario”, “La Corrida”, “La fabbrica del sorriso”, “Paperissima”, “Chi ha incastrato lo zio Gerry?”, “Italia’s Got Talent”, “The Wall”, infine “La ruota della fortuna”. Ottomila puntate. Quarant’anni. Un Abramo di Mediaset. Il fatto è che Gerry Scotti non è mai stato tentato dalla Rai, tantomeno da avventure spericolate à la Discovery. Anche questo effetto-fedeltà, questo “forte legame con l’azienda”, direbbe Pier Silvio, è un altro punto a favore agli occhi del pubblico.
La Rai lo ha sempre sottovalutato, con la tipica spocchia romanocentrica della Tv di stato. Gerry, d’altro canto, non è tipo da farsi sedurre dalla tv pubblica. Per lui la televisione non è gloria eterna. Non è costruzione di un fenomeno culturale. Non è lascito ai posteri. La televisione è fatturato. Lavoro. Intrattenimento fatto bene, anche col massimo dell’impegno, ci mancherebbe, ma senza crederci troppo — com’è giusto che sia. La Rai offre l’illusione dell’eternità, l’ingresso nel pantheon dei Padri della Patria, la prima serata come consacrazione, un editoriale di Cazzullo. Ma Gerry non ci casca. Meglio il contratto, il rinnovo, la certezza. Meglio quella Grande Provincia Italiana che è sempre stata la sua forza. La G.P.I., si capisce, non è un luogo geografico ma un habitus: l’Italia dei centri commerciali aperti la domenica, dei parcheggi del Bennet, delle tangenziali, dei capannoni, della pausa pranzo, delle villette a schiera, del bar sotto casa, della gita al Motorshow di Bologna, di fiere, sagre, DOC, DOP e Km Zero quando non si chiamava ancora Km Zero. Un’Italia che Mediaset ha sempre intercettato meglio della Rai. Non milanesizzato, non romanizzato, Gerry Scotti non ha mai rinnegato le origini pavesi, il suo radicamento nella G.P.I, anzi ci sguazza. Fosse per lui non si muoverebbe da lì. Il pavese, del resto, è l’epicentro segreto di questa Grande Provincia: lì cresce anche Maria De Filippi. A Pavia vengono su Max Pezzali e Mauro Repetto. Se esiste un’arca perduta che custodisce l’algoritmo del gusto nazionalpopolare, è sepolta da qualche parte tra Pavia e Camporinaldo. Gerry Scotti, la tv defilippica, gli 883 sono tre variazioni sullo stesso tema: la rabdomantica capacità di toccare le corde giuste dell’immedesimazione, di parlare a chi non si sente rappresentato, di muoversi in un universo mentale dove non si sentono echi di ideologie, di dire sono come voi senza che suoni finto.
Qui, in questa Grande Provincia Gerry Scotti si gioca anche le sue umili origini: famiglia operaia, nonno socialista, padre nei sotterranei del Corriere della Sera, tra le rotative e il piombo delle linotype e il figlio che sogna una scrivania al piano delle grandi firme ma poi la radio lo rapisce, lo porta altrove. Sul comodino tiene ancora la fede del padre. La guarda ogni sera prima di addormentarsi. Un dettaglio da romanzo neorealista, da film Ermanno Olmi, che Gerry Scotti consegna agli intervistatori con il tempismo perfetto di chi sa esattamente quando piazzare il colpo al cuore. E l’Italia di sempre lo venera. Coi suoi colori accesi, i jingle, le faccette di Gerry, “La ruota” è anche una grande macchina del tempo che sprizza anni Ottanta da ogni inquadratura. Solo che al posto di Paola Barale che girava i pannelli a mano, lettera per lettera, c’è Samira che sfiora un touch-screen. Non si pensi per questo che Gerry Scotti sia però un nostalgico. Uno à la Fazio o Carlo Conti o Amadeus quando fa “l’Arena Suzuki” con gli Europe, Tony Hadley, Samantah Fox e Sabrina Salerno che canta “Boys”. No. Gerry è radicato nel territorio ma guarda sempre avanti. E’ il primo presentatore del Novecento a cavalcare l’onda dei meme, celebrato come idolo della Gen. Z. Lo chiamano “Gerryverso”: una specie di realtà parallela in cui tutto ma proprio ha la faccia di Gerry: Sting, Harry Potter, gli attori di “Friends”, qualsiasi cosa. E’ come “Essere John Malkovich”, ma con Gerry Scotti al posto di John Cusack che scivola nelle nostre sinapsi. Gerry Scotti ha vinto anche i Meme Awards 2023 — sì, esistono. Poi è sbarcato su TikTok e ha aperto la “Bottega dello Zio Gerry” dove si vendono tazze e gadget in edizione limitata e pacchetti a tema, tipo “Gerry Christmas”, perché il Nostro è anche un formidabile copywriter. Il passaggio, signori, non è banale: dalla televisione generalista, dove il pubblico ti viene consegnato passivamente dall’inerzia del telecomando, alle piattaforme, dove devi conquistarti ogni singolo follower sgomitando coi ventenni. Mica male.
A Gerry Scotti non sono associati scandali, gossip pruriginosi, polemiche. Non lo vedrete mai umiliare concorrenti o al centro di corna, divorzi complicati, rivalse parentali, manovre finanziarie poco chiare. Di tutte le vallette-soubrette-veline-letterine che lo hanno circondato in quasi mezzo secolo di tv, le sue preferite non sono mai state le più attraenti, ma “quelle che si ricordano di dirgli buongiorno e buonasera”. La cosa più trasgressiva che ha fatto è firmare la prefazione di Dove andiamo a ballare questa sera?, mitologico volumetto di Gianni De Michelis sull’italodisco. Poi una legislatura da parlamentare col PSI, nel 1987. Nei manifesti elettorali sciorinava il suo sorriso furbastro sotto lo slogan, “forse un garofano starebbe bene anche a te”. Ma Gerry non è fatto per la politica: l’ha definita l’esperienza più brutta e inutile della sua vita. Ha rinunciato persino al vitalizio: Gerry Scotti non può stare antipatico neanche ai grillini.
Di tutte le vallette-soubrette-veline-letterine che lo hanno circondato in quasi mezzo secolo di tv, le sue preferite non sono mai state le più attraenti, ma “quelle che si ricordano di dirgli buongiorno e buonasera”
All’epoca indossava ancora un cravattino da pubblicitario milanese (“Mike teneva molto che avessi sempre la cravatta”). Poi, man mano che si avviava a diventare un pezzo di paesaggio televisivo, “l’equivalente del pino di Napoli o uno scorcio del Golfo del Tigullio” (copyright Aldo Grasso), quando insomma è pronto per la trasformazione in “Zio Gerry”, via la cravatta. L’Italia televisiva richiede un minimo di formalità, ma lui indossa la giacca sbottonata, rilassata, come a dire: sono uno di voi, ma seduto su un trono di spot, sponsorizzazioni e programmi dal 30 per cento di share. I suoi amici sono quelli delle medie, del ginnasio, della radio. Porta la stessa marca di mocassini, gli stessi jeans, le camicie Oxford azzurrine, gira su un’utilitaria, ama le scampagnate in moto sulle strade statali. Gerry Scotti mangia, ride, sponsorizza, fattura, stappa vini dell’Oltrepò Pavese. E non si nega nulla.