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“True detective” riparte dal trittico donne-clima-razzismo. Per ora funziona

Mariarosa Mancuso

La quarta stagione della serie crime è partita attingendo dall'attualità. Così le indagini delle due detective si muovono tra crisi climatica, razzismo, revenge porn e violenza sulle donne

Il bambino fa disegni spaventosi, mani mozzate e moncherini sanguinanti. “Quante volte ti ho detto di non lasciarlo con la nonna indigena”, rimprovera la mamma, al marito poliziotto in Alaska. Dove le reti tirano su sempre meno granchi, lamentano i pescatori. Nello stabilimento dove si lavora il pescato, un buzzurro ha appena aggredito una donna – lei ha reagito abbattendolo con un secchio alla tempia, e si capisce che lo rifarà, finché al violento non verranno messe le manette. Su Sky e Now, la quarta stagione di “True Detective” (“Night Country”, dopo due stagioni così fragili non si dovrebbero contare) è partita rinforzando la struttura con i temi d’attualità. Indigeni, donne maltrattate, cambiamento climatico, sex tape. Thriller, con qualcosa che sfugge alle indagini: era la formula, ottimamente messa a regime – ormai sono passati dieci anni – dalla prima stagione con Matthew McConaughey e Woody Harrelson, il nichilista detective Rusty e il quasi normale Marty (considerato il mestiere che fa, e il tipo di cadaveri che trova in Louisiana). 


Ora siamo in Alaska, nella lunga notte polare che inizia a dicembre. Una stazione di ricerca artica battezzata Tsahal fa compagnia agli orsi bianchi e raccoglie dati sul clima e sui ghiacci. Con certi carotaggi, gli scienziati studiano le stagioni passate, e forse molto altro. Purtroppo noi abbiamo anche visto su Netflix “La società della neve”, il film sui sopravvissuti delle Ande, e ghiaccio ne abbiamo visto tanto – bisogna dire che qui è quasi sempre buio, la luminosità va messa al massimo. Fuori orario di lavoro gli scienziati cazzeggiano, come tutti, finché le pareti tremano, uno scienziato urla “si è svegliato”. Stacco sul giorno dopo, arrivano la posta e le provviste, ma la base è deserta. La grande idea per risollevarsi, che funziona nelle serie tv come in politica, e garantisce articoli favorevoli a prescindere è stata “prendiamo un team tutto di donne”. La showrunner, sceneggiatrice, regista Issa Rae (speriamo si sia fatta pagare tre volte) aveva iniziato con la web serie “The Mis-Adventures of Awkward Black Girl” (poi diventata “Insecure”, nella serie Bbc). Attivista per i diritti dei neri, ai Golden Globe dichiarò: “Faccio il tifo per chiunque abbia la pelle come la mia”. In “Barbie” di Greta Gerwig, era Barbie Presidentessa. Quanto all’Alaska, è probabile che le sembri esotica e misteriosa quando a noi la Louisiana.


La prima detective ad arrivare sul posto è Liz Danvers. L’attrice è Jodie Foster, anche produttrice (e come tutti noi memore dalla poliziotta incinta che affonda nella neve in “Fargo” il film dei fratelli Coen). Dalla maionese squagliata nei sandwich e dai panni puzzolenti lasciati in lavatrice a fine ciclo deduce che la squadra di scienziati è assente da tre giorni almeno. Da quando è cominciato il grande buio invernale. Accanto a lei, Evangeline Navarro, l’attrice Kali Reis (nativa americana, già professionista della boxe). Ha più familiarità con i luoghi, chiama Jodie Foster e un giovane poliziotto “bianchi” (non è una gentilezza). La detective Navarro, legata da antica ruggine alla detective Liz Danvers, ricorda benissimo un caso irrisolto. Fa parte del modello, Louisiana o Alaska che sia: qui è una donna indigena brutalmente ammazzata, il cadavere senza lingua. Una lingua mozzata giaceva sul pavimento della stazione artica. Le due detective si accapigliano, parte l’insulto “cosa dice il tuo animale guida?”. Risposta: “Mangia le bianche come te”. In effetti, un orso bianco cammina per le strade dell’immaginaria cittadina di Ennis. “Nel bianco perfetto nella neve” la stagione è partita bene.

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