Carlo Cottarelli, il sobrio fustigatore del cialtronismo populista

David Allegranti

La performance del commissario contro l'onorevole Castelli (M5s) a Otto e Mezzo

Roma. Otto e Mezzo, mercoledì 6 dicembre. Lilli Gruber ha un ricco parterre per discutere di economia e lavoro. C’è Carlo Cottarelli, già direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale e già commissario alla spending review, dotato di una pazienza infinita, per cui merita un elogio, c’è l’attore Alessandro Gassmann, che quantomeno si definisce ignorante in materia e si presenta come cittadino comune, e c’è l’onorevole Castelli del M5s, che si produce in un uno-due letale, prima sul reddito di cittadinanza poi sul referendum sull’euro. Dunque, il famoso reddito della famosa cittadinanza: si parla delle famose coperture, nel senso che un po’ tutti vorrebbero sapere dove il M5s trova i soldi per pagarlo. Lei, Castelli, dice che “i soldi ci sono, è una questione di scelte politiche”, poi passa a narrare le meraviglie del reddito.

 

  

Prendete fiato perché la frase, letterale, è molto lunga: “Questa misura porta un aumento di un punto percentuale di pil nel momento in cui la introduci e una seconda cosa, che è un tecnicismo economico però qui il professor Cottarelli mi aiuterà, quella misurazione che in Europa viene fatta e si chiama pil potenziale, che determina quanti soldi riceverà un paese per fare spesa pubblica, con il reddito di cittadinanza, per un meccanismo, apre cifre intorno ai 15 miliardi. La domanda è: ma se anche un governo come questi governi non hanno attenzione alla povertà, ma se tu sai che fai una misura che ti apre la possibilità di spendere in investimenti, quello che vuoi, altri 15 miliardi, tu lo fai o no?”.

 

A quel punto Cottarelli è un po’ frastornato, e se lo è lui figuriamoci noi. “Non sono sicuro di aver capito…”, dice con un sorriso l’economista. Un modo elegante per dire (lo traduciamo): “Guardi, non si capisce un cavolo”.

 

Cottarelli da commissario alla spending review si trasforma in idolo della chaltron review, la revisione dei cialtroni, e spiega pazientemente: “Il pil potenziale casomai serve a fare in modo di poter avere un deficit più alto, quindi di poter prendere a prestito più soldi. Non è che i soldi ce li danno. Non è che i soldi ce li dà l’Europa, siamo noi che li prendiamo a prestito, e da chi li prendiamo a prestito? Da altri italiani”.

 

Molto bene. Si passa all’euro.

 

Gruber chiede: “Lei sarebbe d’accordo a uscire dall’euro?”. Risponde la deputata, che peraltro è anche la tesoriera del gruppo parlamentare: “Io credo che una scelta così grossa non si possa prendere da soli, è una scelta che coinvolge le vite, guardi cosa è successo in questi anni con l’euro”. Gruber: “Ma lei a un referendum sull’euro, dentro o fuori, cosa voterebbe?”. Castelli: “Non si dice cosa si vota”. Gruber: “Ma come non si dice, lei è rappresentante di un movimento importante come i Cinque stelle: lei dovrebbe dire sì, se io voglio votare per lei devo sapere cosa pensa sull’euro”. Castelli: “Il referendum non è un tema ideologico, è un tema tecnico”. Segue supercazzola della parlamentare, a un certo punto interrotta dalla Gruber: “Non mi ha risposto alla domanda… Lei a un referendum euro sì-euro no cosa voterebbe?”. Castelli: “Non lo so”.

 

Sipario.

 

Insomma ha ragione Tom Nichols nel suo saggio “The death of expertise”, dove analizza uno dei mali che osserviamo tutti i giorni: le competenze non contano, non contano gli anni di studio, non conta essere un medico o un economista o uno studioso di legge. E invece dovrebbero contare, per cui meno male che Cottarelli c’è.

  

“C’è un culto dell’ignoranza negli Stati Uniti – diceva Isaac Asimoov nel 1980 – e c’è sempre stato. Una vena di anti-intellettualismo si è insinuata nei gangli vitali della nostra politica e cultura, alimentata dalla falsa nozione che democrazia significhi ‘la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza’”.

 

Uno non vale uno ma un cialtronismo vale sempre zero.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.