Ansa
Cose dai nostri schermi
Il complicato rapporto tra l'intelligenza artificiale e la sinistra
Un giornalista americano prova a evidenziare la difficile relazione tra la sinistra e l'Ai, e scatena le reazioni di influencer, imprenditori e blogger. Su alcuni aspetti questo rifiuto è positivo, ma restare in disparte significherebbe lasciare l'argomento (e le leggi che lo regolano) alla destra trumpiana
Il dibattito della settimana, nel settore dell’intelligenza artificiale, è stato molto politico. A ispirarlo è stato un post del giornalista Dan Kagan-Kans per la newsletter Transformer, che si occupa di temi legati alle AI, in cui ci si poneva una domanda che ha suscitato un dibattito ancora in corso: non è che la sinistra si sta “perdendo” il trend dell’intelligenza artificiale? Apriti cielo. Nei giorni seguenti, influencer, imprenditori, giornalisti e blogger si sono rimbalzati la questione, chi cercando di rispondere alla domanda, chi rifiutandola in toto. Una provocazione, forse, che però ha toccato un nervo scoperto, perché la sinistra ha effettivamente un rapporto complicato con le AI. E, più in generale, con il settore tecnologico. I fattori in gioco sono molti. La seconda amministrazione di Donald Trump ha sancito un’alleanza oligarchica tra Silicon Valley e destra statunitense, cosa che non può che suscitare preoccupazione a sinistra (e non solo). Ma non è solo Trump. È da alcuni anni che, nei movimenti progressisti, si è diffuso un approccio molto scettico che è merce sempre più rara in un ambiente ormai rigonfio di hype, speculazione, investimenti a tutti i costi. In un settore che è convinto di stare costruendo una “superintelligenza”, il presunto computer-Dio auspicato da personaggi come Sam Altman, chi continua a porsi interrogativi etici risulta fuori luogo, per non dire strano.
Da questo punto di vista, insomma, il fatto che i progressisti si tengano a debita distanza dalle AI può essere apprezzato. Lo stesso era successo pochi anni fa durante la febbre delle criptovalute del metaverso (che si fusero nella tecnologia detta Web3, di cui non si è più saputo nulla); e del resto la maggior parte dei crypto-bro si è convertita prontamente in AI-bro, cosa piuttosto sospetta. Nonostante tutto questo, però, nel settore tecnologico, la sinistra viene percepita da alcuni come indietro e lontana. L’anno scorso, Joshua Achiam, che ora fa il futurologo a OpenAI, ha detto che “tutta l’energia interessante per le discussioni sul futuro a lungo termine dell’umanità è concentrata a destra”. Secondo lui, la sinistra avrebbe “completamente abdicato al suo ruolo in questo ambito”. Per giustificare la sua posizione, Dan Kagan-Kans cita la stampa progressista e Bluesky, il social simil-Twitter più allineato a sinistra, dove circolano ancora convinzioni fallaci e ormai obsolete sulle AI. Come quella secondo la quale i modelli linguistici non sarebbero altro che una forma complessa di autocomplete, il sistema che suggerisce la parola da usare sulla base di quello che si sta scrivendo sullo smartphone. Il che è giusto, almeno in parte, visto che il procedimento dei modelli linguistici si basa in effetti su calcoli probabilistici continui; ma rimane una semplificazione molto riduttiva, quasi capziosa. Non serve per forza credere che tra pochi anni le AI faranno tutto al posto nostro, ma basta usarle per capire che c’è qualcosa di più, lì dentro, oltre all’autocomplete. (Che poi tutta questa tecnologia non abbia ancora un modello di business sostenibile, da cui il timore di una bolla, è un’altra storia.)
La parola chiave è “abdicazione”, l’idea di un ritiro volontario da un settore ritenuto discutibile, energivoro, dannoso per l’ambiente, oltre che compromesso a livello etico per via delle violazioni del diritto d’autore che sono state fondamentali per il progresso delle AI generative. La tentazione di alcuni sembra essere il mantenimento della purezza e la speranza che la tanto attesa bolla spazzi via i chatbot e quelli che li sviluppano. E che tutto torni come prima. È una speranza vana, ovviamente, ed è proprio questo il punto: al di là delle polemiche e delle antipatie per queste aziende e per come operano, anche alla sinistra conviene rimanere nel dibattito, quanto meno per provare a cambiare le regole del gioco, nel futuro. Per una volta, non si tratterebbe nemmeno di una posizione elitaria o politicamente scomoda: specie negli Stati Uniti montano le proteste bipartisan contro i data center che stanno spuntando come funghi in ogni parte del paese, con grandi dubbi sui loro consumi energetici e idrici, oltre che sulle loro emissioni. Altro che abdicare, quindi. Occorre giocare e fare rumore, magari assumendo un approccio critico, ma entrando nella discussione. Anche perché l’alternativa è lasciare che sia la destra, specie quella trumpiana, a parlare, stringere accordi, influenzare le leggi del futuro, presentandosi come l’unico interlocutore in grado di affrontare i temi riguardanti il nostro futuro.