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Il Foglio Innovazione

Con i giornali pirata su Telegram stiamo sbagliando approccio

Distribuire copie dei quotidiani sul famoso servizio di chat è illegale e sbagliato. Ma forse dovremmo prendere spunto dalle aziende tech

1 Giugno 2020 alle 16:07

Un lettore di giornale sulla spiaggia di Ipanema a Rio de Janeiro (Leo Correa / AP Photo)

Un lettore di giornale sulla spiaggia di Ipanema a Rio de Janeiro (Leo Correa / AP Photo)

Come ogni primo martedì del mese, domani c'è il nuovo appuntamento con il Foglio Innovazione, il mensile tech a cura di Eugenio Cau. Dalle 23.30 di oggi lo potete leggere online qui.

 


 

Questo articolo era praticamente già scritto: doveva parlare del nuovo iPhone SE di Apple, appena presentato, che è l’oggetto culturale perfetto in questi tempi grami perché piccolo, potente e relativamente economico. Se non fosse che è intervenuta una mail spedita nottetempo da Dubai che ha cambiato tutto. E’ la risposta dal quartier generale di Telegram DMCA alle richieste della procura di Bari di chiudere i canali che piratano i principali quotidiani e periodici italiani (e anche molti giornali locali). “Hello, Thank you for your email. We have blocked all the channels from your list”. Seguono lista dei 21 canali bloccati e i saluti “All the best. Telegram”. Telegram è l’anti WhatsApp creato da due fratelli russi, Nikolaj e il più famoso Pavel Durov, che hanno fatto i soldi con il primo social russo, VK, e poi hanno venduto per non diventare loro malgrado spie di Putin. L’affaire Telegram è scoppiato quando in Italia ci si è resi conto che sui canali, cioè chat condivise con decine o centinaia di iscritti (la più popolosa si chiamava “eDiCoLA_luXuRiOsA” e contava 196.027 utenti), giravano copie dei giornali, incluso Il Foglio, che qualche furbetto recuperava da abbonamenti regolari, sproteggeva e poi condivideva. Insomma, una comunità di pirati in piena regola, illegale e dannosa.

 

La procura si è mossa su iniziativa della Fieg, la Federazione degli editori, che ha presentato richiesta formale dal’Agcom di spegnimento dei canali pirata. Secondo Repubblica “in Italia non meno di 500mila persone da anni ricevono, attraverso canali Telegram o chat WhatsApp i giornali italiani in Pdf. Ogni mattina. Gratis”. Con la quarantena il consumo è esploso. Secondo la Fieg “la stima delle perdite subite dalle imprese editoriali è allarmante. In una ipotesi altamente conservativa, si parla di 670 mila euro al giorno, circa 250 milioni di euro all’anno”.

 

I pirati sono delinquenti e chi li foraggia non è un Robin Hood digitale che fa l’esproprio popolare, bensì un malintenzionato che compie vari reati come l’accesso abusivo di sistemi informatici, la violazione a fini di lucro del copyright e addirittura la ricettazione. E’ giusto, dunque, che Telegram abbia chiuso tutto (chissà se anche WhatsApp, che è di Facebook, si è adeguato). Tuttavia, in questo modo ci stiamo perdendo un pezzo importante della storia che invece le aziende tech hanno capito molto bene da tempo.

 

Per cominciare, ci siamo concentrati sulla parte sbagliata della locuzione “lettori-pirata”. Il punto centrale non è che rubano, ma che vogliono leggere i giornali. Da questa semplice idea nel mondo della tecnologia hanno costruito delle fortune enormi. Quando Steve Jobs presentò l’iTunes Music Store per l’iPod, nel 2003, lo spiegò chiaramente: “I miei avversari non sono i servizi concorrenti, bensì la pirateria. C’è chi addirittura compie un reato pur di ascoltare la musica. E io posso sconfiggere la pirateria solo se il mio servizio è migliore, con un prezzo giusto e senza fastidiose limitazioni”. Ha sbancato. Gli editori invece minacciano ripercussioni contro i lettori come facevano le major discografiche che alla fine degli anni Novanta, in pieno scandalo Napster, denunciavano chi era ossessionato dalla musica. Si scagliano contro un comportamento illegale, e a ragione, ma forse ci sono strategie migliori.

 

Poi c’è l’idea del lucro cessante, cioè che la pirateria sia una automaticamente un guadagno mancato. Semplicemente non è vero. E’ illogico e anche un po’ naïf (nella migliore delle ipotesi) pensare che il ragazzino con una copia pirata di Photoshop sul pc se non potesse piratarla l’andrebbe a comprare. E’ come pensare che, se il bar sotto casa non avesse più il giornale, tutti andrebbero a comprarlo in edicola. Non funziona così.

 

Bill Gates nel 1976 scrisse una famosa lettera in cui accusava gli hobbisti che copiavano il software di essere “ladri e parassiti”. Certo, però i big del software sembrava proprio che tollerassero sia il mercato grigio dei computer con software preinstallato (e la licenza?) sia la piccola pirateria. Forse perché quello dei ragionieri con Excel copiato era l’esercito proletario di riserva, dal quale andare a battere cassa per alzare il fatturato nelle trimestrali più difficili? Oppure perché i minorenni con mille euro di software copiato in realtà si imprigionano da soli nei formati proprietari. Torniamo al ragazzino con Photoshop piratato: Adobe, che produce Photoshop, sa che quando quel ragazzino diventerà un grafico professionista comprerà la licenza di Photoshop originale, e non i prodotti della concorrenza, è così che si consolida il mercato.

 

Alla fine, come dice Larry Ellison di Oracle, il vero monopolio di aziende come Microsoft è nei formati. Le persone cioè si abituano a pensare che per scrivere una lettera o fare una presentazione occorrano quel tipo di software, e li comprano se non altro per “essere compatibili”. Noi invece lasciamo che i lettori pensino che si possono informare con i blogger e gli influencer, magari qualche youtuber e su qualche pagina Facebook di aziende e politici.

 

Allora la domanda diventa un’altra. Forse quelli su Telegram più che pirati sono lettori delusi, compagni che sbagliano: occhi e cervelli da recuperare alla democrazia dei giornali. Insomma, nell’epoca di Netflix, Spotify e Google Cloud è ingenuo pensare di voler ancora vendere i giornali come si faceva nel 1885 a Firenze, quando “Il Resto al Sigaro” costava due centesimi per arrivare a farne dieci comprando un sigaro da otto.

 

Come le case discografiche negli anni Duemila, gli editori di giornali sono in attesa del loro iTunes e del loro Spotify. Quel prodotto un giorno arriverà, e ciò che è successo al mercato della musica fa ben sperare: i ricavi delle case discografiche sono in aumento costante da dieci anni e gli ascoltatori hanno smesso di scaricare musica illegalmente. Nel frattempo, ricordiamoci che i pirati di giornali sono anche lettori che vanno portati dalla nostra parte. E la nostra modesta proposta è lavorare a un prodotto editoriale di eccellenza, più facile della copia piratata su Telegram e più autorevole dell’ultima teoria grillina sui virus prodotti dagli americani; che scacci, insomma, la copia piratata con tutto il resto della rumenta digitale. Magari.

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