Il mito della sorveglianza

Eugenio Cau

La paura dell’epidemia ci fa accettare tecnologie di controllo e spionaggio che ci avvicinano alla Cina

Questa settimana il governatore della Liguria, Giovanni Toti, ha presentato ai giornalisti riuniti fuori dal palazzo della regione un braccialetto tecnologico per far rispettare il distanziamento sociale. Il braccialetto si chiama iFeel-You, è stato sviluppato dai ricercatori dell’Istituto italiano di tecnologia e ha un funzionamento piuttosto semplice: se due persone che hanno il braccialetto al polso si avvicinano troppo l’una all’altra, quello vibra e si illumina. Non si capisce precisamente quali siano i casi d’uso del braccialetto: di solito non servono i sensori radio di un braccialetto tecnologico per accorgersi se due persone sono una vicina all’altra, per questo abbiamo già gli occhi. Forse che il braccialetto serve a evitare che qualcuno ci sorprenda da dietro con un colpo di tosse improvviso? Il governatore Toti durante la presentazione ha detto che potrebbe essere utile quando si è in spiaggia con gli amici e “ci si dimentica” di stare distanti, anche se è difficile immaginare che in quel contesto la dimenticanza sia davvero tale. Anche una startup di Bari sta progettando un braccialetto simile, Repubblica ha scritto che vuole farlo colorato e simpatico e che punta a farlo diventare “il gadget dell’estate” (sic), mentre una scuola materna paritaria nel varesotto ha già acquistato 200 di questi dispositivi per distribuirli agli alunni: qualcuno evidentemente ha pensato che fosse un’ottima idea costringere dei bambini dai 4 ai 6 anni a indossare una tecnologia coercitiva per limitare i loro movimenti.

 

Casi come quello del braccialetto si sono moltiplicati in questi mesi in cui il mondo ha avuto a che fare con il coronavirus. Il Covid ci spaventa ed è insopportabile l’idea che l’epidemia sia fuori dal nostro controllo, che non c’è quasi niente da fare se non adottare alcune misure di salute pubblica (i test, il tracciamento...), mantenere il distanziamento sociale e aspettare che arrivi un vaccino, se mai arriverà. L’attesa ci fa sentire vulnerabili e inermi. Così, presi dal panico, l’opinione pubblica e i governi in molte parti del mondo sono rivolti alla tecnologia.


“Red Mirror” di Simone Pieranni racconta come la Cina sia diventata un modello di sviluppo tecnologico, con molte contraddizioni


 

Siamo stati abituati, quasi addestrati a pensare che la tecnologia sia in grado di risolvere i problemi irrisolvibili. “C’è una app per tutto”, ci hanno detto, e subito abbiamo sperato che ci sarebbe stata anche una app per spegnere il coronavirus, che ci sarebbe stata una tecnologia, un sensore, qualsiasi cosa. Magari potremmo usare l’intelligenza artificiale, i big data, la blockchain, le smart city, e via a riempirsi la bocca delle parole chiave che di solito gli startuppari usano per scucire soldi agli investitori.

 

Alcune di queste speranze tecnologiche sono andate più avanti di altre. La app contro il coronavirus, per esempio, abbiamo provato a farla, e i governi di tutto il mondo, compreso il nostro, ci stanno spendendo risorse e aspettative, anche se non è mai stato provato che una app sul telefono possa fare il tracciamento dei contagiati meglio di come gli esseri umani lo fanno da due-tre secoli. Per ora tutto quello che sappiamo è che negli unici paesi dove è stata lanciata una app per il contact tracing, Australia Singapore e Islanda, la sua utilità è stata praticamente nulla. Ma nonostante questo le app vengono presentate come strumenti fondamentali che ci aiuteranno a riprendere la nostra vita quotidiana e a contenere la pandemia. Non ci sono prove che sia davvero così, ma ci conforta pensarlo, ci fa credere di avere almeno un po’ di controllo su quello che succede.

 

Altre speranze tecnologiche, invece, sono decisamente malriposte, come per esempio i braccialetti vibranti. Ma indipendentemente dall’efficacia, tutti i nostri tentativi di usare la tecnologia per combattere il coronavirus hanno un’origine e un modello: l’Asia orientale, che è stata colpita prima dal virus e, almeno ai nostri occhi, è stata in grado di combatterlo meglio. Le app per il tracciamento, per esempio, sono state introdotte in occidente al grido di “facciamo come la Corea!”, ed è ironico perché in Corea del sud non è mai stata usata nessuna app simile a quelle che dei governi occidentali. Ma il più delle volte il paragone che viene fatto è quello con la Cina.


Le app per il tracciamento italiana e tedesca sono rispettose della privacy, ma altre come quella britannica sono molto invasive


 

Quando, all’inizio di marzo, proprio nei giorni in cui l’Italia entrava in lockdown e si preparava a fare da apripista per tutto l’occidente, il presidente cinese Xi Jinping andava in visita a Wuhan a dichiarare vittoria contro il coronavirus, tutti abbiamo pensato: ecco, loro ce l’hanno fatta. Sapevamo che la visita di Xi era tutta propaganda, abbiamo capito dopo che i numeri del contagio cinese erano quanto meno sospetti, ma in quel momento, mentre loro chiudevano gli ospedali speciali e noi ci chiudevamo in casa, abbiamo provato certamente sollievo fraterno, ma anche una gran invidia, e ci siamo chiesti: come hanno fatto? dobbiamo farlo anche noi. La risposta più frequente a questa domanda è stata: con la tecnologia. Ed ecco che la Cina è diventata lo specchio in cui riflettere il nostro desiderio di trovare nell’efficienza della tecnologia una risposta che altrimenti non riusciamo a dare.

 

La metafora dello specchio non è mia. Viene da un libro appena uscito e scritto da Simone Pieranni, giornalista del Manifesto che ha vissuto tanti anni in Cina e che torna nel paese molto spesso. Il libro, pubblicato con Laterza, si intitola “Red Mirror” – appunto – e ha un sottotitolo interessante: “Il nostro futuro si scrive in Cina”. “Red Mirror” è probabilmente la migliore guida disponibile in Italia sul panorama tecnologico cinese, e Pieranni è molto bravo a sottolineare le contraddizioni e i malintesi del nostro rispecchiarci nella Cina. Parla di WeChat, la superapp con cui i cittadini cinesi fanno qualsiasi cosa (dalle chat all’ecommerce a chiamare il taxi all’intrattenimento) e che Mark Zuckerberg di Facebook vorrebbe copiare a tutti i costi. Parla dell’ascesa eccezionale di Huawei e della guerra commerciale con gli Stati Uniti, parla del sistema di credito sociale e di come la Cina sia all’avanguardia nell’automazione di molti settori produttivi, parla del tentativo del regime di costruire un panopticon di sorveglianza tecnologica nella regione turbolenta dello Xinjiang. Parla dell’equilibrio difficilissimo (e forse impossibile, aggiungo io) tra la creatività necessaria all’innovazione e il controllo necessario a una dittatura comunista. E arriva, nell’ultimo capitolo, a lambire il modo in cui Pechino ha affrontato la crisi del coronavirus.

 

Quello che è successo nelle ultime settimane è che la scrittura del nostro futuro in Cina ha subìto un’accelerazione. “Quando ho cominciato a scrivere ‘Red Mirror’, prima della pandemia, temevo che alcune delle mie analisi sarebbero state considerate azzardate. Oggi invece il dibattito su tecnologia e diritti è sempre più simile a quello che si svolge in Cina”, dice Pieranni al Foglio. “Il coronavirus ha cambiato anche l’attitudine dell’opinione pubblica, come mostrano per esempio i sondaggi sulle app di tracciamento: se prima americani ed europei erano molto attenti alla loro privacy, adesso sono ben più disposti a cedere i propri dati personali in cambio di sicurezza e salute”. Ovviamente, dice Pieranni, quelle che si vedono tra Cina e occidente sono “assonanze”, le differenze sono ancora enormi, ma le tentazioni si somigliano sempre di più.


Alcuni politici italiani hanno invocato la sospensione del diritto alla privacy perché d’intralcio. In Ungheria l’hanno fatto


 

C’è anche un’altra questione importante. Il coronavirus ha cambiato il modo in cui ci ispiriamo alla Cina. Come “Red Mirror” racconta bene, l’innovazione in Cina ha moltissime facce. Ci sono le startup vivaci, ci sono le smart city futuristiche, c’è una app economy avanzatissima. Ma il nostro desiderio di tenere sotto controllo il coronavirus ci ha fatto concentrare su un altro aspetto, il peggiore: le tecnologie di sorveglianza e coercizione. Questo trend precede il virus, Pieranni ricorda per esempio quando, a metà dell’anno scorso, il sindaco Dario Nardella annunciava orgoglioso l’obiettivo di rendere Firenze “la città più videosorvegliata d’Italia, perché la sicurezza dei cittadini viene prima di tutto”. Ma il coronavirus ha impresso un’accelerazione a questi fenomeni. “Fino a qualche mese fa guardavamo con sgomento come in Cina alcune scuole utilizzassero videocamere intelligenti per controllare gli studenti. Adesso siamo noi a voler mettere braccialetti elettronici ai bambini. Proprio questo dovevamo prendere dalla Cina?”, si chiede Pieranni.

 

Gli esempi vanno ben oltre i braccialetti e le app. A Milano i carabinieri sono stati dotati di due “smart helmet”, cioè di caschi che rilevano la febbre a distanza, fino a sette metri, e che ricordano tanto i caschi intelligenti che la polizia cinese usa per il riconoscimento facciale dei cittadini sospetti. In Francia le telecamere di sorveglianza vengono usate per verificare che tutti i passeggeri dei trasporti pubblici indossino mascherine sul viso. Uber ha annunciato che farà lo stesso per i suoi driver. Il Corriere della Sera qualche giorno fa ha elencato tutte le tecnologie di sorveglianza che saranno adottate negli aeroporti, nelle stazioni e nelle metropolitane, e ha usato l’allegro titolo: “Ecco come saremo tutti tracciati”. E se le app di contact tracing di alcuni paesi come per esempio Italia e Germania comportano un rischio poco elevato per la privacy, altri paesi come il Regno Unito intendono sviluppare applicazioni molto più invasive. Wired Uk ha notato che tra i progetti del servizio sanitario britannico c’è quello di usare la app per attribuire a ciascun cittadino uno “status” sanitario che garantisca livelli crescenti di libertà di movimento. Il Wall Street Journal ha raccontato invece come i datori di lavoro americani intendano utilizzare tecnologie di controllo e di raccolta dati da usare sui dipendenti una volta che sarà possibile tornare negli uffici, e che si sta mettendo in piedi apparati di sorveglianza privati “come mai prima nelle democrazie occidentali”.

 

La tentazione di “fare come la Cina” è tale che si arriva a invocare la sospensione dei diritti fondamentali. Il governatore del Veneto Luca Zaia ha detto a fine marzo che “bisognerebbe sospendere” le norme italiane sulla privacy. Nel frattempo il premier ungherese Viktor Orbán, che da tempo ha trasformato il suo paese in una democrazia autoritaria, pochi giorni fa ha utilizzato la scusa della pandemia per sospendere le norme europee per la protezione dei dati. 


Da Pechino avremmo potuto prendere molte innovazioni tecnologiche, invece ci siamo diretti su sorveglianza e controllo 


Anche il modo in cui sono presentate queste misure che restringono i diritti e aumentano la sorveglianza ricorda molto il regime cinese: se si dice ai cittadini che l’unico sistema per mantenere la salute pubblica è lasciarsi controllare è naturale che tra coronavirus e sorveglianza si scelga la seconda. Ma questi sono discorsi da regimi, che amano spaventare i cittadini con false alternative. Per combattere l’epidemia con successo non serve comprimere le libertà: guardate la Germania.

 

Eppure se, come scrive Pieranni, il nostro futuro tecnologico si scrive sempre più in Cina, sembra che dalla Cina stiamo prendendo soltanto le pagine più autoritarie. Serve attenzione per evitare che questo accada. La nostra migliore speranza è che il tanto sbandierato utilizzo di tecnologie di sorveglianza in Europa e negli Stati Uniti finisca in un buco nell’acqua come il cane robot di Singapore. Forse avete visto il video sui social network negli scorsi giorni: un cane robot giallo, una macchina molto avanzata prodotta dall’azienda americana Boston Dynamics, è stato impiegato in un parco pubblico di Singapore per controllare che i cittadini mantengano il distanziamento sociale. Il robot girava per i vialetti impartendo ordini da un altoparlante con voce registrata, e i singaporiani a passeggio lo guardavano esterrefatti. Sembra un monito terribile di come la tecnologia verrà usata per controllare gli uomini, in realtà era una trovata ingenua e soprattutto pubblicitaria. Il robot della Boston Dynamics, infatti, deve essere controllato a distanza con un telecomando e ha un’autonomia di 90 minuti circa. Non proprio un Terminator. Inoltre il robot costa diverse migliaia di dollari (poco sotto i diecimila, pare). E insomma, il governo di Singapore avrebbe fatto prima e avrebbe risparmiato un sacco di soldi a mandare un vigile urbano al parco a dire ai cittadini di stare distanti. E’ probabile che qualche amministratore si sia fatto ingolosire dalla possibilità di avere eserciti di cani robot al proprio comando. Ma la tecnologia immaginata è sempre meglio della tecnologia reale. Vale anche per gli autocrati.

  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.