Bill Gates a un evento nel 2017 (Rick Wilking / Reuters)

Il Foglio Innovazione

Bill Gates e la leadership del nerd

Paola Peduzzi

Competenza, flessibilità, visione e pure un tocco di gentilezza. La terza vita del fondatore di Microsoft è la lotta contro il Covid. E scusaci, Bill, se ci eravamo distratti

Ci sono i politici, i virologi, i matematici, gli storici, e poi c’è Bill Gates, il nerd da cento miliardi di dollari che da dodici anni non si occupa più della creatura che lo ha reso ricco e famoso, Microsoft, ma di malattie, istruzione, vaccini, cambiamenti climatici, fognature e gabinetti. Bill Gates è il leader che andavamo cercando, sovranazionale e competente, una Regina Elisabetta senza saggezza pop (inimitabile) ma con molte cose da dire su come funziona il virus, e su come funzionerà la nostra nuova vita, o meglio: la nostra sopravvivenza. Questo status conquistato sul campo – un video premonitore del 2015, un’ossessione per le politiche sanitarie globali, a partire da quelle di igiene per finire con quelle dei vaccini, un metodo da nerd anni Novanta, studioso e noioso – è stato sancito anche dalla rete: Bill Gates è il George Soros della pandemia. Provate a rovistare un pochino e troverete teorie del complotto appena cucinate secondo le quali Gates finge di occuparsi del vaccino ma vuole inoculare a tutti il virus, e poi ci ruberà i dati e diventerà il padrone del mondo (un mondo disabitato, si presume, se ci ha iniettato il virus).

  

Quando si è saputo che Gates ha contatto anche il premier italiano, Giuseppe Conte, per parlare di vaccini e dell’agenda del G20, la rete si è riempita di: a che titolo Gates telefona ai capi di governo? Ha in mente un golpe mondiale, è sicuro. Il leader competente e sovranazionale, globalissimo, è il mostro da eliminare per trumpiani, sovranisti, nazionalisti, quelli che ancora combattono il buon senso ma che non hanno ceduto all’atto estremo di fedeltà e non si sono bevuti la candeggina o iniettati il disinfettante. Bisogna anche dire che la storia di Gates sembra fatta apposta per far impazzire i complottisti: è la sceneggiatura perfetta e allo stesso tempo il motivo per cui noi altri ci siamo messi a seguire Gates attenti, concentrati, affascinati dalla sua capacità di spiegare che il punto è che non sappiamo nulla del virus, e che proprio da questa consapevolezza inizia la via della sopravvivenza. Se oggi le code per scoprire e comprare Windows 95 ci sembrano impossibili, non abbiamo dubbi a metterci in coda per sentire che cosa ha da dire Bill Gates sul Covid-19: abbiamo bisogno di un leader che sappia trovare una sintesi tra grafici e scienza, che sappia maneggiare questa incertezza assoluta, che metta a disposizione il suo interesse personale (dicasi: soldi) per accelerare l’uscita dalla pandemia, che riesca a dare forma alla nuova normalità (sulla nostalgia per quella che c’era, la nostra normalità perduta, nessuno può farci molto).

 

Prima del coronavirus, avevamo un pochino perso di vista Bill Gates, il suo genio razionale ma rapace e a tratti antipatico, nulla a che vedere con la mistica del guru incarnata da Steve Jobs e dai talenti della Silicon Valley. Gates è il nerd degli anni Novanta, l’inventore di progressi tecnologici senza garage e senza empatia, ma con gli occhialoni e con l’amico di infanzia con cui creare un colosso mondiale di software che ha rivoluzionato il mondo dei personal computer e le nostre vite, l’ex uomo più ricco del mondo accusato più volte di pratiche anti competitive, molto attento ai guadagni e meno alla coolness dei suoi prodotti. Un uomo d’affari, non un costruttore di sogni.

 

Negli anni Duemila, Gates ha iniziato la sua seconda vita, quella del filantropo: decine di progetti negli Stati Uniti e soprattutto nel mondo per garantire istruzione, vaccini, sostenibilità climatica e acqua pulita. La fondazione che guida con la moglie Melinda – il suo matrimonio perfetto è la sintesi del suo genio quasi disumano – è la più generosa struttura filantropica privata del mondo. Nella miniserie prodotta da Netflix lo scorso anno, “Dentro la testa di Bill Gates”, non si scopre che cosa c’è nel cervello di Gates – “il caos”, dice Melinda – ma si viaggia nel mondo con lui, scoprendo le sue ultime missioni, in particolare quella per rivoluzionare le fognature e i gabinetti, con l’obiettivo di porre fine a una delle storture che più hanno colpito e tormentato i Gates: la morte per diarrea (mai visti tanti escrementi tutti insieme. Il direttore della miniserie è Davis Guggenheim, famoso per “An Inconvenient Truth” su Al Gore, e un critico televisivo ha suggerito di titolare il documentario su Gates: “An Inconvenient Poop”).

 


Questa seconda vita è quella che abbiamo un po’ perso, perché l’interesse per le faccende di salute pubblica internazionale è sciaguratamente basso (ha praticamente estirpato la poliomelite, Gates, mentre noi litigavamo sui vaccini e creavamo inutili e pericolosi focolai di morbillo) e perché nel tempo si è diffuso molto sospetto nei confronti della ricchezza e della filantropia. Per molti la filantropia è un esercizio di potere, l’utilizzo di risorse private per diventare imprescindibili di fronte ai governi: per alcuni la filantropia rischia di distruggere la democrazia, perché il sistema “check and balance” non tiene conto di questo potere privato che pure ha così grande influenza. Filantropia e capitalismo: la sceneggiatura perfetta, appunto. Anche se nella distrazione e nel complottismo ci sono sfuggiti indicazioni importanti fornite da Gates: prima che arrivasse il coronavirus, il filantropo con moglie avevano raccontato che la loro attività stava andando molto diversamente rispetto alle aspettative. Pensavano che avrebbero avuto più successo i progetti per l’istruzione – il sogno di scolarizzazione universale – che quelli sulla sanificazione, invece stava accadendo il contrario. I Gates spiegavano anche il motivo: sulla sanità puoi creare procedure, protocolli, regole, mentre il dibattito sulle scuole private o pubbliche o sui modelli educativi sarà eterno. C’era già il motivo per cui di fronte a una crisi sanitaria siamo tutti più disciplinati, e chi non conosce o non valorizza i protocolli diventa poco credibile, se non dannoso.

 

Con la pandemia del 2020, quindi, è iniziata la terza via di Gates, quella del leader disinteressato – non fa politica – e studioso – legge in continuazione, prende appunti – che fornisce suggerimenti su come vivere questa nuova stagione senza scalpitare ma dandosi il tempo di capire come funziona il virus. Lezioni di sopravvivenza

 

Bill Gates è molto preciso: il suo amore per i libri, soprattutto quelli noiosi che nessuno legge mai, fa parte della sua storia, ma in questo frangente la sua epica comprende anche la preveggenza e ora la calma creativa (e munifica). Nel 2015, come ormai sappiamo tutti, Gates disse che ci sarebbe stata una pandemia virale. Guardava i dati sulla mortalità nel Novecento e diceva: ci concentriamo sempre e soltanto su due picchi – Prima e Seconda guerra mondiale – ma i picchi sono tre. Il terzo era quello dell’influenza spagnola, la strage che avevamo dimenticato: 65 milioni di morti, sottostimati. Gates temeva – era la sua paura più grande – che ci potesse essere un’altra epidemia, rapidissima in un mondo iperglobalizzato, e che nessuno fosse pronto. E’ andata proprio così. In “Radical Uncertainity”, John Kay e Mervyn King, economisti famosi (King è stato anche governatore della Banca d’Inghilterra), spiegano non senza sensi di colpa perché i modelli economici e previsionali non funzionano se non in contesti molto chiari e che non evolvono troppo nel tempo. Soltanto qualche mese fa, la possibilità di un pandemia come la Spagnola era talmente remota che non compariva nemmeno nei grafici: è il motivo per cui l’Amministrazione Trump ha smantellato il team costruito per reagire alle pandemie. Ma è anche il motivo per cui la profezia di Gates è ancora più rilevante – va detto che Angela Merkel, la scienziata diventata cancelliere tedesco, aveva parlato a Trump in uno dei loro primi incontri della minaccia possibile di una pandemia, giusto per dire che ci sono anche leader politici visionari e competenti. In ogni caso, nessuno si occupò di Gates, e sì che si spese molto per far sapere che la pandemia non era come un attacco degli Ufo, anche se nell’immaginario collettivo le probabilità erano più o meno simili. Oggi invece, e per fortuna, pendiamo dalle labbra di Gates – la sua popolarità è enorme.

 

A febbraio ha scritto una lettera al New England Journal of Medicine in cui chiedeva al governo americano di iniziare una strategia di controllo e prevenzione capillare mettendo a disposizione risorse finanziarie anche per i paesi più poveri, dove la Fondazione Gates aveva già dedicato 100 milioni di dollari per la lotta al coronavirus (a metà aprile ha aggiunto altri 150 milioni di dollari per test e trattamenti sempre nei paesi più poveri). Nello stesso periodo, il presidente Trump diceva che l’influenza uccide più del Covid-19 e lasciava intendere che la pandemia fosse un’invenzione dei democratici e dei “fake media”. Sempre a febbraio, il Seattle Flu Study, un laboratorio finanziato da Gates che studia le influenze nell’area di Seattle, nello stato di Washington dove vivono anche i Gates, ha chiesto il permesso al governo di poter utilizzare i campioni a disposizione per verificare la presenza di coronavirus – quei campioni, secondo la legge, non potevano essere usati per altri scopi rispetto a quelli dichiarati al momento del prelievo. Quando il permesso è finalmente arrivato, il Seattle Flu Study ha fatto un test e ha trovato una persona affetta da coronavirus. E’ grazie a questa scoperta che lo stato di Washington che pareva destinato a diventare un fronte tragico della lotta al virus ha adottato misure restrittive in modo rapido, e ha rallentato di molto la trasmissione del contagio.

 

La scoperta del Seattle Flu Study non è un colpo di fortuna: la Fondazione Gates lavora nel mondo della sanità da tanti anni, ha contatti con ricercatori e scienziati, ha avuto esperienza di altre epidemie. E’ per questo che oggi può dare lezioni di sopravvivenza: sa di cosa parla. E ha anche un’enorme flessibilità: la Global Polio Eradication Initiative (Gpei), la struttura che ha permesso di portare i vaccini contro la poliomielite in villaggi che non risultavano neppure dalle mappe, con gli operatori sanitari che rischiavano di morire ammazzati, è stata convertita per rispondere all’emergenza di coronavirus. Tutti gli strumenti della Gpei – laboratori, operatori, rete di controllo – sono messi a disposizione della lotta al Covid-19 soprattutto nei paesi in cui le strutture sanitarie sono molto deboli. Nel frattempo il Seattle Flu Study ha fatto una partnership con l’Università di Washington per trovare i test sierologici più rapidi e più affidabili possibile, e un nuovo progetto, il Therapeutics Accelerator, ha iniziato a studiare una profilassi per il virus, un insieme di farmaci che possono prevenire il contagio o curare i contagiati in modo più veloce.

 

L’Accelerator non si aspetta di trovare una formula che funzioni al cento per cento ma, sulla base dell’esperienza con altri virus, c’è la possibilità di trovare un cocktail che meglio agisca sul Covid-19. In attesa del vaccino, naturalmente, che è il progetto cui la Fondazione Gates ha dato il maggior contributo, non soltanto in termini finanziari, ma anche evidenziandone fin da subito – ah, la competenza – le criticità. Gates ha detto di essere disponibile a finanziare la costruzione o la conversione di stabilimenti anche prima che sarà trovato il vaccino definitivo: per velocizzare i tempi, bisognerà investire su più progetti, sapendo che alcuni investimenti (tutti tranne uno, in pratica) saranno a fondo perduto. Ma giocando d’anticipo si può provare a prevenire un’altra crisi che verrà, una volta che sarà trovato il vaccino: la sua produzione e la sua distribuzione. Inizialmente il vaccino non ci sarà per tutti, e questo innescherà grandi lotte e diseguaglianze. Gates sta lavorando per evitare una guerra, quella per i vaccini.

 

Già questo mix di competenza, rapidità e visione basterebbe per celebrare la leadership di Gates: laddove non arrivano la politica e la scienza, arriva Gates. Ma il nerd degli anni Novanta ha anche una qualità in più, la qualità che non ci aspettavamo, e non soltanto perché ci eravamo distratti: è metodico, è umile, è rassicurante. Dice le cose più semplici – non vinceremo contro il virus se non sappiamo dov’è – e quelle più brutali – è lunga, lunghissima, non finisce entro l’anno – con un’umanità che non c’era, con una grazia anche che non c’era. Questa pandemia non si cura soltanto con l’efficienza, si cura con la solidarietà, con la collaborazione, con la fiducia reciproca. Bill Gates questo fa, ci offre una leadership competente, credibile e umana. E allora scusaci, Bill Gates, se ci siamo distratti, se abbiamo seguito i dolcevita neri e le felpe con il cappuccio e le invenzioni spettacolari. Non li vogliamo più, gli effetti speciali: vogliamo il maglioncino blu e i libri che nessuno ha mai letto, e, fidati, saremo uniti, saremo gentili.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi