cerca

Minority Report

La logica e l’etica mancanti nella ricerca sull’intelligenza artificiale

Dopo la lettera di Sergey Brin (Google) su Ai e futuro digitale

6 Maggio 2018 alle 06:17

L'Intelligenza artificiale vista da vicino

L’ultima delle lettere dei capi delle superfive onnipresenti nelle nostre vite (Google, Facebook, Apple, Microsoft, Amazon) è quella di Sergey Brin, uno dei fondatori del motore di ricerca più utilizzato al mondo, Google appunto. Utilizzato da più di un miliardo di persone, ci informa Brin. La lettera è breve e vuole dire qualcosa: la potenza dei computer sta avanzando a velocità tale che gli orizzonti che si aprono sono immensi in diversi campi, innanzi tutto in quello dell’Intelligenza Artificiale (AI) che, a sua volta, offre occasioni infinite di ricerca e applicazioni, dalla diagnosi del diabete all’astrofisica. Insieme a tutto ciò, Brin solleva qualche domanda di carattere etico secondo il mantra di Spider Man, “a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità”. E’ interessante sapere che la maggior minaccia etica, secondo il creatore dell’algoritmo più usato al mondo, è la scomparsa di molti, troppi, tipi di lavoro.

 

S’impongono qui un paio di osservazioni sia sulla logica sia sull’etica, da filosofo e non da informatico. Sulla logica, prima di cedere alle visioni gnostiche di chi vuole l’elettronica come nuovo viatico all’immortalità o a quelle apocalittiche che la immagina sostituto dell’umanità, occorre ricordare che i tipi di ragionamento possibili agli esseri umani sono tre: deduzione, induzione e abduzione. L’intelligenza artificiale come si presenta oggi si basa su forme varie di induzione e deduzione, i ragionamenti che ci fanno imparare da ripetizione, ricorsività, analisi, statistica, esperienza e derivazioni. Il concetto di rete neuronale ha ampliato ulteriormente lo spettro di tali processi ma non ne ha alterato la natura. C’era un altro progetto di intelligenza artificiale, che giustamente Brin ricorda essere stato abbandonato già da molti decenni, quello di creare una macchina abduttiva. L’abduzione, il passaggio dal conseguente all’antecedente, è quel processo che serve agli esseri umani per formulare un’ipotesi di fronte a un fenomeno mai incontrato in precedenza cambiando totalmente il genere o il framework dell’ipotetica regola che serve a spiegare il fenomeno. Il formulatore di tale ragionamento, Charles S. Peirce, usava come esempio quello degli “Assassini della Rue Morgue” di E. A. Poe: un omicidio troppo violento e senza spiegazione valida degli indizi viene risolto uscendo dal paradigma “essere umano come possibile assassino”, leggendo i caratteri estetici degli indizi come segno della colpevolezza di un orango-tango. La stessa creatività nella lettura dei segni va ascritta a molte delle scoperte umane, da quella dell’orbita ellittica dei pianeti di Keplero a quella della penicillina di Fleming, nonché a quella che ci fa produrre una scultura o una poesia. Nel quotidiano di ciascuno tale lettura dei segni si applica alla decisione istantanea di fidarsi di uno sconosciuto o alla prima infanzia contraddistinta da grandi incontri con esperienze del tutto ignote. Brin può stare tranquillo da questo punto di vista: l’intelligenza artificiale potrà andare molto lontano arrivando a straordinari risultati deduttivi e induttivi, formulare anche ipotesi non totalmente creative che sono sofisticazioni di questi processi e che spesso affollano l’esistenza umana, ma non riuscirà a essere abduttiva, cioè a cambiare del tutto piano di spiegazione – da quello fisico della faccia dello sconosciuto a quello morale della fiducia, per esempio. La sua sarà una creatività decisiva e importantissima, ancora da pensare e ovviamente da perseguire, ma di genere induttivo o deduttivo: amplierà enormemente la conoscenza ma non varcherà mai la soglia della creatività umana.

 

Resterebbe da dire dell’etica. Uno degli atteggiamenti noiosi e ipocriti di molta ricerca contemporanea è quello di parlare dei risvolti etici come se fossero separati o successivi alla ricerca. La mente dell’uomo – abduttiva e non – è curiosa e, una volta messa in moto, non si arresta se non per impossibilità. Il problema etico non sta alla fine della ricerca ma al suo inizio. Che cosa desideriamo? Che cosa vogliamo quando ricerchiamo? Il fine giudica e decide dei mezzi. Cercare per avere un uomo super-potente dal punto di vista fisico, militare, mentale; cercare per avere una vita comoda; cercare per avere una vita solidale; cercare per sviluppare capacità di bene; sono alcune delle infinite opzioni antropologiche che muovono la ricerca. Certo, nell’esperienza esse si mischiano facilmente ma il lavorare su di esse all’inizio dell’intrapresa scientifica è ben diverso dall’inutile pianto da coccodrillo di una ricerca ormai avviata. Se Brin è davvero preoccupato, i fini e le concezioni antropologiche implicate nel nuovo “Rinascimento elettronico”, soprattutto a proposito del lavoro, sono quelle su cui dovrebbe concentrare finanziamenti e sforzi.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi