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Il Foglio sportivo
La Milano-Sanremo è la corsa della fantasia
Il legame profondo che univa Italo Calvino e Sanremo e quel filo calviniano che lega lo scrittore alla Classicissima
Fu a Nico Orengo, nell’intervista del 1979 a “Buonasera con...”, che Italo Calvino disse “Mi chiamo Italo Calvino. Sono nato a Sanremo… Sono tanto nato a Sanremo che sono nato in America, perché una volta i sanremesi emigravano molto in America, soprattutto in America del sud. […] Mio padre, appunto, stava in America e appartiene alla categoria dei sanremesi che sono tornati”. Italo Calvino a Sanremo è stato i primi venticinque anni della sua vita. Poi, ogni tanto – che in realtà era quasi sempre, o meglio “ogni volta che posso” –, a Sanremo tornava. Perché a Sanremo si torna sempre. Anche se da lì si parte solo una volta e quasi sempre per sempre. Italo Calvino vedeva una somiglianza tra lui e la Milano-Sanremo. “Torniamo entrambi, ma non partiamo mai”.
La Milano-Sanremo parte altrove. Un tempo da Milano, ora da Pavia perché Milano ha preferito fare a meno della Sanremo. Miopia cittadina. Trova sempre però il modo di arrivarci. Sempre per la stessa strada di sempre, con giusto un paio di aggiunte: Cipressa e Poggio. E anche quando la stessa strada di sempre è per qualche ragione inutilizzabile, quasi sempre per frane, si trova un modo per arrivare a Sanremo cambiando il meno possibile. È una corsa abitudinaria la Milano-Sanremo. Così come abitudinario diceva di essere Italo Calvino.
Eppure c’è qualcosa di ancora più profondo a legare la Classicissima allo scrittore: la fantasia.
Diceva Italo Calvino che “la fantasia si nasconde dietro ciò che sembra banale, perché è quando si fruga nella banalità la mente si apre all’immaginazione”. E ci vuole immaginazione per pensare a un finale diverso della Milano-Sanremo che non sia una sfida ad altissima velocità tra i corridori più veloci del gruppo. Ogni tanto accade. Ogni tanto la fantasia riesce a sconvolgere l’ovvio, a ribaltare ciò che sembra inscalfibile. Certo ci vuole impegno, gambe buone, un bel po’ di faccia tosta.
Un anno fa Tadej Pogacar si concesse una lunga escursione nella fantasia. Trovò salendo verso la sommità della Cipressa i due migliori compagni di viaggio possibili: Mathieu van der Poel e Filippo Ganna. Compagni di viaggio talmente buoni che lo precedettero sotto lo striscione d’arrivo: primo l’olandese, secondo l’italiano.
L’edizione del 2025 è stata tra le più belle degli ultimi anni. Può andare in scena qualcosa di simile oggi. Perché il campione sloveno ha in mente di vincere tutte le Classiche monumento del ciclismo e per centrare il suo obbiettivo gliene mancano due: la Classicissima e la Parigi-Roubaix.
Non è detto però che quello che è accaduto un anno fa si possa ripetere. Nonostante alcuni velocisti si siano già dati per vinti e abbiano dato forfait. E non è detto perché non basta essere campioni per imporre la propria volontà verso Sanremo. Perché non sempre basta l’estro di pochi per tenere a bada la voglia di velocità di molti.
La Milano-Sanremo è una bestia rara, di quelle che nemmeno un campione può essere sicuro di domare. Non è abbastanza dura, nonostante sia infinitamente lunga. Non ha salite adatte al volo, per quanto su quelle che ci sono si può forzare a tal punto da rendere dura la vita ai più. La Classicissima è una questione di fantasia, una corsa dove ogni sogno può trovare patria. E dove, come è giusto che sia, accanto a ogni sogno può nascondersi la beffa.