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Il Foglio sportivo
Marco Ballotta ci spiega come si vince o si perde lo scudetto
La Serie A e le rimonte: “Il Milan deve crederci come fece la mia Lazio. L’Inter è più forte, ma deve fare attenzione. Soprattutto sul piano psicologico"
Corsi e ricorsi della storia. E della rimonta. “A marzo del 2000 anche noi ci trovavamo lontanissimi dal primo posto. Poi il primo aprile vincemmo lo scontro diretto a Torino contro la Juventus: cambiò tutto”. Pure allora finì 1-0 per gli inseguitori. L’incornata del Cholo Simeone come il sinistro di Estupiñán? “Mai dire mai, le speranze ci devono essere sempre: ci credette fino in fondo la mia Lazio, può crederci anche questo Milan”, dice Marco Ballotta, che quella notte al Delle Alpi difendeva la porta dei biancocelesti. Ipnotizzò Inzaghi e Del Piero, fu uno dei migliori in campo. Poi nella ripresa il gol che cambiò la corsa scudetto. “Sapevamo di dover vincere a tutti i costi: una volta strappati quei tre punti, il destino non sarebbe stato più nelle nostre mani. Questo allentò la pressione, dandoci una carica enorme e togliendo qualche sicurezza alla Juve. Ma Eriksson, da buono svedese, glaciale, era il primo a ripeterci: noi ce la giochiamo, noi ce la giochiamo fino in fondo. La consapevolezza c’era”. E Allegri? “Fa giustamente l’Allegri: parlare di Champions League, di quarto posto, è il suo modo per distendere la tensione. Eppure sono convinto che anche a Milanello, oggi, un lumicino c’è”.
In questi giorni in casa rossonera ci si culla con le suggestioni di un altro tricolore, che pure Ballotta ricorda molto bene: quello dell’anno prima. 1998/99. A ruoli invertiti, con la Lazio a dilapidare sette punti di vantaggio sui rossoneri. “In primavera arrivammo stremati: il cammino trionfale in Coppa delle Coppe tolse energie al campionato. E qualche decisione arbitrale avversa pesò parecchio. Ma quello scudetto l’avevamo buttato noi. Il fatto è che quando sei in testa, ridursi all’ultima giornata per la vittoria matematica è un rischio enorme. Perché poi può succedere di tutto: il 5 maggio, Roma-Lecce, il diluvio di Perugia. L’aiuto dal cielo per portare la Juventus a commettere qualcosa di insensato. Oggi questa Inter è più forte del Milan, ma deve fare attenzione. Soprattutto sul piano psicologico”. Un derby da sliding doors? “Potrebbe essere, anche perché il gol partita arriva un attimo dopo l’errore di Mkhitaryan. Secondo me i nerazzurri l’avevano giocata per pareggiare, anche considerate le assenze. Il verdetto del big match è importante: noi avevamo imparato la lezione del ’99 e battuta quella Juve le avevamo messo il fiato sul collo”. Da -9 a -3 punti in due giornate. “Ora il divario è più ampio, ma ci sono anche più gare da disputare: dieci sono tante. L’Inter può permettersi ancora qualche falso passo, però scherza col fuoco”.
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Conta anche la mentalità dei protagonisti. “Senza dubbio”, sorride Ballotta. “Nella mia Lazio eravamo circondati da condottieri: Mancini, Simeone, Mihajlovic. Non a caso tantissimi campioni di quella squadra sono diventati grandi allenatori. Avevano carattere, un certo tipo di convinzione contagiosa e sicurezza nei propri mezzi”. Come Modric, oggi? “Ha classe e leadership uniche. Fra qualche anno potrebbe seguire quella strada anche lui, chissà. Ma c’è una differenza fondamentale, tra il passato e il presente”. Cioè? “A quei tempi chiunque si giocasse lo scudetto aveva uno squadrone, con un eccezionale concentrato di talento. Oggi c’è un’altra Serie A: così tanta qualità messa insieme non si vede più”. Purtroppo è un dato di fatto. Per questo forse ci affascina il confronto: ripetere la storia è un’illusione di grandezza. “In ogni caso l’incertezza fa bene alla competitività del campionato”. Un pronostico, dunque? “Alla fine si resta con la classifica attuale: i valori rispecchiano la realtà. Parlare di sorpasso è giusto e suggestivo, ma non è così semplice. E il Milan non è il tipo di squadra che ammazza le partite ogni domenica. Per ogni rimonta che si concretizza, percentualmente ce ne sono molte di più rimaste incompiute: parliamo ancora della mia Lazio perché continua a meravigliarci. E poi, visti i miei trascorsi, tra le due oggi tifo Inter”. Dove l’ex portiere giocò per una stagione, subito dopo lo scudetto del 2000. “Mesi brevi ma intensi, all’interno di un’annata difficile: in nerazzurro avrei voluto restare di più, si fecero altre scelte. E la mia carriera non finì lì”. Anzi. Di nuovo alla Lazio, con tanto di record di longevità: nel 2008, a 44 anni e 38 giorni, divenne il giocatore più anziano a scendere in campo in Serie A. Oggi Ballotta ne ha 62 e gioca ancora. “In Eccellenza emiliana: alleno i portieri, questa domenica però mi sono tesserato e vado in panchina come secondo. Ma soltanto a onor di distinta, per un infortunio altrui. Non ho perso la voglia di divertirmi, diciamo”. Né quella di ricordare. “Un momento su tutti? Ho avuto la fortuna di avere a che fare con tanti campioni: Verón, Vieri, Ronaldo. Ma ripenso alla Lazio, a quei venerdì pomeriggio con Sinisa. Lui si fermava dopo allenamento per esercitarsi sulle punizioni. Ed era un problema: non so come facesse, ma faceva sempre gol. Sempre, sotto l’angolo alto. Rimonte a parte, quando tornerà una Serie A così?”.