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L'intervista

Contro la Scozia "dobbiamo avere la stessa mentalità dimostrata contro la Francia". Parla Tommaso Menoncello

Marco Pastonesi

Dopo il pareggio contro i transalpini l'Italia del rugby ritorna in campo contro la Nazionale scozzese. "La verità è che non abbiamo pareggiato per quell’episodio sfavorevole e sfortunato, ma per altre situazioni e altre occasioni non sfruttate", ci dice l'Azzurro

Ventuno anni, trevigiano. Uno e ottantasei per centootto. Centro o ala. Sabato contro la Scozia (Roma, Olimpico, ore 15.15, quarta partita del Sei Nazioni), Tommaso Menoncello disputerà la quindicesima partita per l’Italia.

Quando nasce questa partita?

“Per me, dodici anni fa. Avevo nove-dieci anni, giocavo a pallone, non mi divertivo più. Provai con il rugby, sul campo del Paese. Mi entusiasmai, mi appassionai, me ne innamorai. Sarà stato il pallone, non rotondo ma ovale, non fra i piedi ma nelle mani, e poi il contatto fisico, scappare o catturare, una specie di guardie e ladri, guardie in difesa e ladri all’attacco”.

Quando comincia questa partita?

“Fin dalla mia prima partita, allora, con la maglia del Paese, blu e rossa. Giocavamo senza ruoli, dovunque e comunque. Mi piaceva. E mi serviva. Ero un bambino attivo e anche agitato. Il primo della mia famiglia a giocare a rugby. Un po’ di disciplina e di sfogo, ne erano tutti convinti, mi avrebbe fatto bene”.

Quando entra in questa partita?

“La sera prima. Finiti gli allenamenti, finita la preparazione, inizia l’attesa, iniziano le aspettative. Dormo tranquillo: so come fare. Il giorno del match ha un suo orario, oltre che un suo rituale e cerimoniale. La colazione, il risveglio muscolare, che è un breve allenamento per richiamare e sollecitare i muscoli del corpo, il pranzo, circa quattro ore prima del kick-off, quindi la concentrazione individuale, fatta di silenzio, ma anche musica, ripassi e visualizzazioni”.

Sul pullman?

“Ognuno ha il suo posto. Con una certa elasticità”.

Nello spogliatoio?

“Ognuno ha il suo armadietto, con il suo numero, i suoi indumenti, la sua maglia. E con i suoi pensieri, le sue convinzioni, le sue motivazioni”.

Sul campo?

“Gli inni. Mi emozionano sempre. Il primo inno italiano, dopo i mesi trascorsi fuori squadra per l’infortunio alla spalla che mi ha costretto a saltare la Coppa del mondo, un anno fa, mi ha scosso nel profondo. In quei momenti penso all’onore di indossare la maglia azzurra, ai doveri, alle responsabilità, ai compiti”.

In panchina?

“Pronto a entrare, come su una graticola. Ma preferisco essere in campo”.

E la sera dopo la partita?

“L’adrenalina è già scomparsa. Dentro rimane quello che è successo, nel bene, nel male, nel così così, anche nel risutato. E rimangono le botte”.

E la mattina dopo?

“Rimangono solo le botte. Acciaccato, incriccato. Ma pronto a smaltire e ricominciare”.

Menoncello, meglio un avversario grande e grosso che sfonda o un avversario piccolo e veloce che slalomeggia?

“Ormai sono tutti grandi e grossi e veloci, capaci di sfondare e slalomeggiare. E poi non c’è un solo avversario, ma tutti, a turno. Io cerco di placcarli. Guardo le gambe, il corpo. Li ho già osservati, studiati. Adatto la mia tecnica di placcaggio a seconda dei casi, delle situazioni. Lo faccio istintivamente”.

Debutto e meta. E’ accaduto nel suo Benetton, contro i Dragons, e anche nell’Italia, contro la Francia.

“Destino, talento, fortuna. Un mix. Con il Benetton avevo 18 anni, con l’Italia 19. Voglio pensare che sia il frutto di tanto lavoro. Tutti i giorni – a Treviso si riposa solo il mercoledì – dalle otto di mattina a dopo il pranzo, palestra e campo, sala-video e sala-riunioni”.

Tanto? Troppo?

“A me piace così. Mai sentito come un peso. Certo, significa fare scelte e qualche rinuncia, significa sforzarsi ma non sacrificarsi. Il rugby è la cosa più bella del mondo, la cosa più bella della mia vita. E per il rugby do sempre il massimo impegno”.

Il rugby l’ha resa un giocatore migliore, ma anche una persona migliore?

“Mi sento quello di sempre, ma credo proprio di sì. Più forte anche dentro”.

Il rugby è ancora sport di valori?

“E’ nella sua natura. Insegna e pretende il rispetto per l’arbitro e gli avversari, costruisce un legame con i compagni, l’identità nella squadra, l’appartenenza a un club o alla Nazionale”.

Lei è già una stella, un modello, un idolo.

“Ho ancora tanto da imparare. Nei gesti tecnici, nel gioco al piede, nella lettura delle situazioni”.

Archiviata la partita contro la Francia?

“Archiviato quel palo all’ultimo istante. Mi è dispiaciuto per me, la squadra, il pubblico, il popolo del rugby, mi è dispiaciuto soprattutto per Paolo Garbisi, so quanto ci tenesse, immagino quanto ne abbia sofferto. Penso alla sfortuna del pallone caduto prima di calciarlo. La verità è che non abbiamo pareggiato per quell’episodio sfavorevole e sfortunato, ma per altre situazioni e altre occasioni non sfruttate”.

Impostata la partita contro la Scozia?

“Dobbiamo dimostrare di avere la stessa testa, cioè la stessa mentalità dimostrata contro la Francia. E imporre il nostro gioco”.

Crede al destino?

“Credo al lavoro”.

Anche quando si perde?

“Vinceremo. Più avanti. E avremo le nostre soddisfazioni”.

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