(foto EPA)

c'è chi dice no

Disperato esotico stop. Il ritorno di Sergio Ramos a Siviglia è pura necessità

Francesco Gottardi

Dietro la parabola del figliol prodigo tanto lieta ai romantici (il campione che rifiuta i petroldollari in nome del club che lo lanciò) c’è l’unico sentimento che la Saudi League ancora non riesce a comprare: la rivalsa, quando il resto del calcio ti dà già per bollito

Sembra idillio a prima vista. Sergio Ramos di ritorno al Siviglia, dopo diciott’anni, mentre il resto del calcio sverna in Arabia e i petroldollari annientano la nostalgia tanto cara ai puristi. Sembra anche redenzione. Sergio Ramos l’antipatico perché ha vinto tutto, il cattivo perché ha legnato tanto – 28 trofei e stesse espulsioni in carriera –, che in odor di ritiro si scioglie nel glossario del buon samaritano – “casa, famiglia, debito, perdono”. E che ai 50 milioni di euro messi sul piatto dall’Al-Ittihad per due stagioni, appunto, ne ha preferito uno solo fino al prossimo giugno. Dunque c’è ancora chi dice no, o chi dice ancora un giro? Finora il supermercato della Saudi League ha messo in mostra due prototipi: il calciatore più o meno giovane conquistato da incentivi irresistibili e il fuoriclasse sul viale del tramonto – venerato da cifre ancor più da capogiro – che in Europa non aveva più nulla da dimostrare. Karim Benzema ci è finito sul serio, all’Al-Ittihad, forte di un recente Pallone d’Oro. Neymar è tuttora il faro del Brasile. Cristiano Ronaldo ha aperto le acque e indicato le rotte che un settembre fa nessuno credeva possibile.

 

A differenza dei suoi ex compagni, Sergio a 37 anni era svincolato: pilastro mai saldo nel fallimentare Psg da playstation. Nell’ultimo biennio è stato bloccato dagli infortuni e silurato senza appello – da primatista di presenze: 180 – dalla sua Spagna. Smacco totale. “L’età non è un pregio o un difetto, ma una caratteristica del tempo non correlata a prestazioni o capacità”, commentava allora il difensore, appellandosi “ai valori, alla tradizione e alla meritocrazia”. Pochi mesi dopo la squadra di Luis de la Fuente vince la Nations League e hasta la vista. Per un campione come lui, dura da digerire. La parabola ricorda quella di Leonardo Bonucci: anche lui messo alla porta dalla Juve – non ancora dalla Nazionale –, sordo alle sirene arabe e incline alla rivalsa sul campo. Sfortuna sua che l’Union Berlino non è associabile ad alcunché di pittoresco o amarcord: gioca semplicemente la prima Champions League della sua storia. Il Siviglia in confronto è un habitué della competizione, ma non supera la prima fase dal 2018. Quell’anno Ramos, da capitano del Real Madrid, alzò la sua quarta e ultima coppa. Oggi volare in Andalusia e strappare il pass per gli ottavi – piccola nota: la firma sul contratto è avvenuta dopo il sorteggio di un girone alla portata – avrebbe il sapore del fattore X. Dell’uomo della provvidenza, alla faccia di gufi e ingrati di sorta. Che poi Siviglia fosse la destinazione da favola – “ho sempre sognato di essere qui” sta al calcio come l’inflazione all’economia – non è poi così scontato.

 

Senza dubbio Ramos varcò il settore giovanile biancorosso appena undicenne, provenendo da una famiglia tifosissima da generazioni e trovando eccezionali compagni di viaggio. “Non aveva senso andare altrove”, spiega lui. “Lo devo a mio padre, a mio nonno e ad Antonio Puerta”, il simbolo di quella squadra morto tragicamente nel 2007. C’era all’epoca e c’è ancora Jesus Navas, grande amico di Ramos anche in Nazionale. Dietro il colpo di mercato si cela soprattutto lui, che ha fatto da intermediario tra club e difensore. Rispetto a Sergio, Navas al Sanchez-Pizjuan ha giocato più a lungo ed è tornato prima. Un’icona di sevillismo: 658 partite e quattro Europa League in bacheca a cavallo di 17 anni. Ramos al contrario si è ripresentato “chiedendo scusa a chiunque si sia sentito offeso dal mio addio”. Facendo un po’ l’indiano.

Trasferirsi ai Galacticos di Ronaldo e Zidane, dopo due stagioni da professionista, è un’opportunità che capita a pochi. Rinnegare il passato è tutt’altra cosa, che tanti sanno evitare. Ramos però nel tempo non solo ha scelto il madridismo, incarnandolo in tutte le sue forme di strapotere con la foga del missionario – “è il Real la squadra di Dio”, rimbrottò perfino Papa Francesco. Ma ogni volta che è tornato a Siviglia da avversario ha cercato la polemica. La provocazione: nel 2017 calciò un rigore a cucchiaio sotto la curva, irridendola a gesti e scatenando bordate di fischi. Così, oggi, quella stessa curva risponde picche. “Vogliamo esprimere il nostro sdegno verso coloro che hanno realizzato questo acquisto”, recita un comunicato. “Arruolare Ramos è una mancanza di rispetto nei confronti della storia di questo club. Noi non dimentichiamo”. Sergio magari sì. Gli serve e basta.

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