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Qatar 2022

Ai Mondiali è il momento delle nazionali d'Africa?

Marco Pastonesi

Lo sport africano cresce di livello dal ciclismo al tennis, continuando a dominare le prove d'atletica di resistenza. Nella Coppa del mondo in Qatar potrebbero fare ottime cose

Il Senegal ha incantato, ma alla fine gli è andata male: 2-0 dall’Olanda. La Tunisia e il Marocco hanno bloccato la Danimarca e la Croazia: 0-0. Oggi tocca al Camerun con la Svizzera e al Ghana con il Portogallo: partite da 1X2.

 

Ai Mondiali di calcio di Qatar 2022 le nazionali africane non sono più le vittime sacrificali di quelle europee e sudamericane. Spettacolari ma anche funzionali, imprevedibili ma anche strutturate, istintive ma anche organizzate, giocano e se la giocano, e se non hanno ancora vinto, certo hanno già convinto. Doti naturali e qualità allenate, spirito di squadra e voglia di riscatto, il torneo come un’immensa vetrina, gli stadi come un prestigioso palcoscenico. Il Camerun che ai Mondiali 1982 inchiodò sull’1-1 l’Italia delle pipe di Enzo Bearzot e Sandro Pertini, dei gol di Paolo Rossi e dell’urlo di Marco Tardelli, con tutto l’accompagnamento di misteri e polemiche, è solo un remoto antenato.

 

Gli africani hanno una marcia in più. Anche in bici. Il primo africano a pedali fu Ali Neffati, tunisino di Tunisi: al Tour de France del 1913 aveva 18 anni e correva da isolato, indossando un fez. Il 5 luglio si disputava la quarta tappa, la Brest-La Rochelle, 470 chilometri e un caldo bestiale. Henri Desgrange, pistard, giornalista, infine patron della corsa, gli si avvicinò, incuriosito proprio dal fez: “Non senti troppo caldo?”. Neffati gli rispose: “No, signor Desgrange, io sto gelando”. Gli altri corridori battevano in testa, lui batteva i denti. Si sarebbe ritirato proprio in quella quarta tappa, congelato, e si sarebbe ritirato anche al Tour del 1914, però all’ottava tappa, dopo aver percorso quasi 3 mila chilometri, ma solo perché investito sul Col d’Aubisque da una macchina ufficiale dell’organizzazione. Desgrange si sarebbe ricordato di lui e lo promosse dalle due alle quattro ruote: autista prima al giornale “L’Auto”, poi a “L’Equipe”.

 

Oggi gli africani in bicicletta sfrecciano e vincono: Biniam Girmay, eritreo, ha trionfato nella Gand-Wevelgem del 2022, il primo africano a conquistare una classica del Nord, e a 22 anni non ancora compiuti, e due mesi dopo si è imposto in una tappa del Giro d’Italia, la Pescara-Jesi, anche se poi, festeggiando sul podio, il tappo dello spumante gli è schizzato in un occhio costringendolo al ritiro. E per confermare credibilità agonistica e investimenti economici, i Mondiali 2025 si terranno in Ruanda.

 

Gli africani hanno una marcia in più: soprattutto a piedi. Il primo oro olimpico fu quello di Abebe Bikila: etiope, 28 anni, agente di polizia, membro della scorta dell’imperatore Hailé Selassié, corse la maratona di Roma 1960 (la terza della sua vita) scalzo perché le scarpe fornite dallo sponsor gli avevano procurato vesciche. Tornato in patria, la Guardia Imperiale lo promosse caporale, gli dette una casa e gli assegnò un Maggiolino Volkswagen con tanto di autista. Bikila non aveva la patente e non sapeva guidare. Oggi gli africani dettano legge in tutte le specialità della resistenza. Il primatista mondiale nella maratona è il keniota Eliud Kipchoge, che a Berlino nel 2022 è sceso a 2.01’09” (i record, anch’essi mondiali, e olimpici, di Bikila erano di 2.15’16” a Roma 1960 e 2.12’12” a Tokyo 1964). “Corro per abbattere i muri”, sostiene Kipchoge. Quello delle 2 ore l’ha già sgretolato, ma la prestazione non è stata omologata perché ottenuta non in una gara, ma in una prova con le “lepri”, cioè atleti ingaggiati proprio per “fare il tempo”.

 

Africani e africane scalano le graduatorie in tutti gli sport. Nel tennis Ons Jabeur, tunisina, 28 anni, finalista a Wimbledon e Us Open 2022, è seconda nella classifica mondiale. Sul tetto del mondo del rugby a 7 c’è, da anni, anche il Kenya. E dove non primeggiano con i tempi, gli atleti africani lo fanno a suon di applausi. Come quelli ricevuti da Eric Moussambani, equatoguineano, che ai Giochi di Sydney 2000 partecipò ai 100 metri stile libero nuotando la prima vasca in 40”97, la seconda in 1’09”75, totale 1’52”72 (ben più del doppio del record dell’epoca) ma rassicurando – l’importante è partecipare – il conte Pierre de Coubertin. Nella circostanza, Moussambani vinse la propria batteria. Ma, a onore di cronaca, gareggiava da solo.

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