Foto LaPresse

champions league

Che succede a Donnarumma?

Giuseppe Pastore

A Parigi il portiere ha scelto la strada dell'isolamento, sportivo e non solo. Che il ragazzo sia mal consigliato dalla sua corte dei miracoli, sotto ogni punto di vista, è il minimo che si possa dire. E l'errore contro il Real Madrid è riuscito a cancellare in un solo istante quanto di buono era riuscito fare sino a quel momento

Nell'azione del pareggio del Real Madrid contro il Paris Saint-Germain non c'era alcun fallo di Karim Benzema su Gianluigi Donnarumma. Non perché lo dica il sottoscritto, le cui opinioni lasciano il tempo che trovano; ma perché l'hanno dichiarato in tempo reale il telecronista Amazon Prime Sandro Piccinini, il commentatore tecnico Massimo Ambrosini, il “moviolista” Giampaolo Calvarese e più tardi anche il suo pari-ruolo di Dazn Luca Marelli (“non protesta nessuno, tranne il portiere”), così come l'ex arbitro internazionale Saïd Ennjimi (“C'è un leggero fallo, ma è abbastanza logico che l'arbitro lasci giocare, perché Donnarumma calcia la palla prima di essere colpito”) che oggi fa il commentatore sull'Équipe. Del resto è un'interpretazione che asseconda la tendenza generale a lasciar giocare, accettare i contrasti, sottolineare la natura del calcio come sport di contatto. Il maggior quotidiano sportivo francese ha scelto lo svarione del nostro portiere come foto di copertina e all'interno gli ha appioppato un 2 in pagella e lo ha definito poco carinamente “becchino del Psg” nella notte di Madrid.

Perché insistiamo su queste cose? Perché di questo, soprattutto di questo ha disperato bisogno oggi Gianluigi Donnarumma: di qualcuno che gli tolga dalle spalle – nel caso, anche ricorrendo a robusti schiaffoni – qualunque traccia di alibi.

 

Foto Ansa
   

Lo scriviamo anzitutto come parte interessata: tra venti giorni ci giocheremo sportivamente la vita negli spareggi di qualificazione a Qatar 2022. Un play-off che ci auguriamo doppio, prima contro la Macedonia del Nord e poi in trasferta contro la vincente di Turchia-Portogallo. Lo scriviamo perché l'ingiustificabile pastrocchio in disimpegno che ha impetuosamente risvegliato il Madrid che sonnecchiava rassegnato e ha fatto arricciare il naso in diretta a un monumento come Julio Cesar (“Ce lo insegnano da bambini a non metterci col pallone verso la porta”) ci ha fatto tornare in mente due sinistri precedenti dello scorso autunno, entrambi con la Nazionale, nei minuti finali delle nefaste Italia-Svizzera (1-1) e Irlanda del Nord-Italia (0-0). Donnarumma era stato graziato dalle circostanze, dacché in entrambi i casi non aveva subito gol, ma sapete come si dice: tre indizi eccetera eccetera.

Sembrano lontani i tempi in cui gli errori di Donnarumma – sempre paternalmente chiamato con il soprannome “Gigio”, che non aiuta il ragazzo a farsi uomo – venivano imputati al clima ostile e al “fuoco amico” del pubblico con la bava alla bocca com'era avvenuto a ottobre a San Siro durante Italia-Spagna di Nations League. Il discorso calato dall'alto era il seguente: Donnarumma ci ha fatto vincere gli Europei ed è stato eletto miglior giocatore di quella competizione, perciò merita rispetto e stima incondizionata almeno nel breve periodo. Un discorso non del tutto campato in aria, finché poi subentra la realtà.

  

La realtà è che, consapevolmente o meno, Donnarumma ha scelto la strada dell'isolamento, sportivo e non solo. Si dirà che la vita del portiere è un lungo rosario di solitudini, ma non ci sembra di intravedere motivazioni altamente filosofiche nel suo trasferimento a Parigi, al servizio di una società sguaiata e spendacciona che anche ieri, nella pancia del Bernabeu, ha messo in mostra il peggio di sé. Un isolamento linguistico, dacché non è facile diventare popolare in una babele di lingue e culture come lo spogliatoio del Psg soprattutto se la consistente parte ispanofona del gruppo parteggia per l'esperto rivale Keylor Navas, il che ha messo in imbarazzo il traccheggiante tecnico Pochettino fin da inizio stagione, costringendolo a uno sconveniente ballottaggio permanente che ha fatto male a tutti. Un isolamento tecnico, visto che un fenomeno fisico e atletico come Donnarumma ha comunque ampi margini di miglioramento sul piano tattico e mentale e confinarsi in un campionato marginale, di cui frega assai poco allo stesso Psg, per giocarsi la stagione in due partite a febbraio-marzo non è il modo migliore per trovare continuità e sicurezza. E infine un isolamento umano, senza più le protezioni imbottite di Milanello, dritto nel covo di vipere del Parco dei Principi. Tutto questo nuoce a un portiere ancora in costruzione, appesantito dallo stipendio-monstre e dai riflettori che sembra puntarsi addosso da solo, con una certa dose di autolesionismo. Per esempio, pur non essendo un formidabile dispensatore di aforismi, ci pare che si faccia intervistare un po' troppo spesso. Il portiere che l'ha sostituito al Milan, il francese Maignan, è stato il migliore in campo nel derby dello scorso febbraio? E lui si confessa due giorni dopo alla Gazzetta dello Sport rievocando per l'ennesima volta stantii retroscena del suo burrascoso divorzio dal Milan, oltretutto con versioni sempre leggermente diverse dalla precedente. Che il ragazzo sia mal consigliato dalla sua corte dei miracoli, sotto ogni punto di vista, è il minimo che si possa dire. Certo, guadagna un sacco di soldi: tesi che per qualcuno è sufficiente per cancellare qualsiasi dubbio esterno alla sfera economica. Poi però notti come quelle del Bernabeu, con le planetarie ricadute mediatiche che ne derivano, sottolineano puntualmente, e con parecchio rumore, che il calcio di altissimo livello non è solo questione di portafogli.

 

La pioggia di meme abbattutasi sul capo di Gianluigi dalle 23 di ieri sera (un account Twitter lo paragona addirittura allo sciagurato Karius, anti-eroe della finale di Champions 2018: 30 mila like) segue di ventiquattr'ore il trattamento simile riservato a Matteo Salvini, altro cacciatore seriale di autogol, per la scenetta imbarazzante al confine tra Polonia e Ucraina che avrete visto tutti.

 

 

La coincidenza prende corpo se pensiamo che pure Salvini è legato al Milan e soprattutto che pure Donnarumma era stato pesantemente contestato in Polonia una vita fa, nel 2017, bersagliato da una cascata di banconote finte durante una partita dell'Under 21 da un Milan Club locale che aveva capito l'antifona. E passateci lo spericolato paragone, ma Donnarumma ha involontariamente preso la stessa china pericolosa di Salvini: un personaggio divisivo di cui si aspetta con la bava alla bocca la gaffe per far calare la ghigliottina. La cosa peggiore che possa capitare a un giovane portiere.

 

L'erroraccio che ieri sera è costato svariati milioni di euro al Psg (in ogni caso bruscolini per il munifico Nasser Al-Khelaifi) ha ingiustamente cancellato la buona prestazione che Donnarumma aveva offerto fin lì, impreziosita nel primo tempo da una splendida parata ancora su Benzema: un intervento magnifico, quasi impercettibile, che ne ricordava un altro di Buffon sempre su Benzema in un'Italia-Francia degli Europei 2008. Poi però il calcio ha questa peculiarità, bella, brutta e feroce insieme: l'ultima impressione cancella quasi sempre tutte le precedenti.

Questa sensazione è ulteriormente vera, amplificata per cento, per quanto riguarda i portieri.

Oggi Gianluigi Donnarumma è abbandonato nel deserto sentimentale dello spogliatoio-polveriera che ha la ventura e la sventura di abitare (Marca ha scritto addirittura di una rissa con Neymar). Così per ripulirsi il curriculum e tornare l'eroe positivo che sogna di essere per vent'anni, non gli rimane che un compito, bello grosso, visibile e lampeggiante anche nella nebbia emozionale di queste ore: portarci ai Mondiali.