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Il Foglio sportivo

The Athletic, la nuova fabbrica degli scoop

Gregorio Sorgi

Alla scoperta della testata americana (trapiantata in Gran Bretagna) che sta rivoluzionando il giornalismo sportivo

Forse tra qualche anno tutte le redazioni saranno come quella dell’Athletic. In fondo all’open space c’è un grande studio dove si registrano i podcast, poi alcune file di scrivanie dove siedono ingegneri, illustratori digitali e social media manager e infine ci sono i gioielli della casa, i giornalisti che qui vengono chiamati “writers” (scrittori). “Tu sei venuto qui per loro”, ci dice Aki Mandhar, la direttrice generale di una delle testate sportive più influenti al mondo, con un milione di abbonati, ribattezzata la “Netflix dello sport”. E in redazione si respira un clima da start-up della Silicon Valley. La manager indossa una maglietta brandizzata con la “A” dell’Athletic a caratteri cubitali, sotto il televisore c’è un calcio balilla, e molti redattori sono poco più che ventenni, e danno l’impressione di divertirsi molto. Quest’atmosfera leggera è uno dei motivi del successo dell’Athletic, che è stato fondato a Chicago nel 2016 da Alex Mather e Adam Hansmann, che non sono né giornalisti né editori ma imprenditori tech che avevano già creato Strava, un’app che genera dati sull’attività motoria. Nel 2019 è stata creata un’edizione britannica del sito, che per ora si occupa solo di calcio e ha rubato le firme sportive ai maggiori quotidiani offrendo stipendi maggiorati e, soprattutto, una promessa di libertà.

 

Avete presente le invidie di redazione, i diktat degli editori, le scadenze immediate e gli spazi limitati della carta? All’Athletic tutto questo non esiste, o almeno questo dicono i suoi giornalisti. Aki viene dal Daily Telegraph e si è unita all’Athletic fin dal primo giorno perché “non portava sulle spalle un’eredità, e non c’era nessuno a dirti come dobbiamo essere e cosa dobbiamo scrivere. Ci siamo inventati un prodotto partendo da zero, pensando a cosa vorrebbe leggere un tifoso e puntando solo su contenuti di qualità (…) Ancora non facciamo profitti ma ci arriveranno presto, è solo questione di tempo. Per ora siamo concentrati sugli investimenti e la crescita”. Oltre alle grandi firme, ci sono un gruppo di giornalisti ventenni (vengono chiamati i “talents”) arrivati all’Athletic da perfetti sconosciuti e diventati presto delle star. Uno di loro, Adam Crafton, ci racconta che il progetto funziona anche perché la redazione è meno omogenea rispetto a molti quotidiani tradizionali. “Ad esempio, alcuni di noi sono Lgbt e questo ci porta a raccontare delle storie che vengono ignorate dagli altri”, dice Crafton riferendosi a un suo articolo sulla rabbia della comunità Lgbt saudita quando il Newcastle è stato acquistato dalla casa reale di Riad, che gli è costato tanti insulti sui social.

 

I giornalisti dell’Athletic non scrivono la cronaca delle partite, le pagelle, il resoconto delle conferenza stampe – non per presunzione ma perché, spiega il direttore Alex Kay-Jelski, “tutte queste cose le fanno già gli altri”. “Che senso ha cercare di essere come un giornale quando già ce ne sono tanti, di grande qualità? Sarebbe una pazzia”, aggiunge Alex, 36 anni ed ex capo delle pagine sportive del Times e Daily Mail. A differenza dei quotidiani, l’Athletic “ha il dono dello spazio e del tempo”, ovvero non ha i limiti di spazio e le scadenze giornaliere della carta stampata. “La differenza con un giornale è che lì ogni giorno devi avere qualcosa da mettere in pagina. Qui possiamo scegliere quando pubblicare un articolo”, spiega Alex. “Questo ci consente di andare davvero nei dettagli” e “farvi leggere ciò che non troverete altrove”.

 

Prima che nascesse l’Athletic, i tifosi delle provinciali non sapevano dove informarsi sulla propria squadra del cuore. Molti giornali locali sono scomparsi e le grandi testate si occupano quasi esclusivamente delle squadre al vertice, lasciando un vuoto che il sito americano ha riempito. Oltre a una decina di giornalisti “generalisti”, che scrivono approfondimenti sulle notizie in primo piano, ogni reporter dell’Athletic segue una squadra della Premier League e scrive circa tre articoli lunghi a settimana, sezionando le prestazioni dei giocatori e raccontando i retroscena dello spogliatoio. Queste analisi sono una lettera obbligatoria per i tifosi, tanto che Roshane Thomas, un giovane giornalista che segue il West Ham, ci dice che i sostenitori degli Hammers lo fermano fuori dallo stadio per chiedergli l’autografo. “I miei colleghi della carta stampata mi prendono in giro perché scrivo poco, ma alcuni articoli richiedono due o tre settimane di preparazione (...) L’altra difficoltà è scrivere qualcosa di originale, che i tifosi del West Ham non hanno già letto altrove. Ti faccio un esempio. Quando Angelo Ogbonna si è rotto il crociato (il 9 novembre, ndr) i quotidiani hanno dato la notizia sulla diagnosi, i tempi di recupero. Io ho cercato di capire se la società fosse intenzionata a rinnovargli il contratto che scade nel 2022. La chiave è pensare fuori degli schemi”.

 

L’Athletic mette insieme questo localismo da giornale di provincia con gli strumenti di una start-up. La tecnologia permette al lettore di decidere cosa leggere sul sito, proprio come accade con Netflix o Spotify. “Se sei un tifoso del Southampton, e vuoi solamente seguire il Southampton, puoi farlo – spiega Alex, il direttore – Se non vuoi leggere nulla sul Barcellona o sul Manchester United, basta selezionarlo”. Si tratta di un sistema più orizzontale in cui non è il direttore a imporre il suo punto di vista sul lettore. “Ovviamente alcune notizie sono più importanti di altre. Però non dobbiamo seguire un’ordine predefinito, dunque è tutto più orizzontale”, spiega la vicedirettrice Laura Williamson. “La stessa notizia può essere enorme per un tifoso del Manchester United, ma insignificante per uno del Norwich. È il lettore, non io, a decidere quanto sia importante”.

 

Eppure l’Athletic non è una rivista online, ma una macchina da scoop. Nel primo pomeriggio c’è grande sollievo in redazione. Dopo giorni di verifiche e telefonate, hanno pubblicato l’indiscrezione (poi confermatasi vera, ndr) che il Manchester United ha ingaggiato l’allenatore Ralf Rangnick, un’esclusiva mondiale. Alcuni giornalisti sono forti sulle notizie, spiega Laura, mentre altri sono portati per il racconto e l’analisi. Questo permette al sito di offrire entrambi i servizi: lo scoop su Rangnick è stato accompagnato da vari approfondimenti sul guru tedesco, il suo stile, i suoi discepoli. “Lo scambio di informazioni è un elemento fantastico, che ci rende più forti e diversi dai giornali – spiega la vicedirettrice – I cronisti tradizionali non si parlano tra di loro, competono per uno spazio limitato e vogliono vedere il loro nome in pagina a ogni costo. Da noi non esistono queste dinamiche, i rapporti sono molto più paritari. Ogni giornalista ha un diverso grado di esperienza, ma ciascuno parla a un pubblico diverso”.

 

Prima di andare via, incontriamo l’anima italiana della redazione, James Horncastle, che si è fatto le ossa lavorando come freelance da Roma ai tempi della prima gestione Spalletti e adesso scrive sulla Serie A, di cui è uno dei più rispettati commentatori stranieri. “Mi sono innamorato del vostro campionato negli anni Novanta, quando il calcio italiano veniva trasmesso in chiaro sulla tv inglese mentre la Premier League era a pagamento. Da ragazzo mi svegliavo ogni sabato e guardavo il programma Gazzetta Football su Channel 4”, racconta James parlando in italiano con un accento un po’ romano e un po’ inglese. “Molti britannici che oggi hanno quarant’anni sono cresciuti guardando Baggio, Del Piero e Totti, ma nel frattempo l’attenzione si è spostata sulla Premier League che è diventata dominante, e per tutte le altre leghe è difficile trovare spazio”. Horncastle è stupito dall’influenza delle grandi firme del passato come Gianni Brera a Gianni Mura sul nostro calcio, e sostiene che l’ossessione moderna per il calciomercato ha prodotto una nuova scuola di giornalisti sportivi. “Spesso quando diamo una notizia temiamo di essere battuti sul tempo da Gianluca Di Marzio e dai suoi allievi, che sono tra i migliori al mondo nel proprio campo”.
 
 

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