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Facciamolo strano, ma facciamolo

Ricomincia il campionato. Estivo, lento, senza pubblico, ma vivo. La vittoria di Gravina e le speranze di Lotito

20 Giugno 2020 alle 06:00

Facciamolo strano, ma facciamolo

Un momento di Napoli-Juventus, finale di Coppa Italia vinta ai rigori dagli Azzurri, in uno stadio Olimpico vuoto (foto LaPresse)

Sarebbe bello suonare l’inno di Mameli prima delle 124 partite che ci aspettano nei prossimi 44 giorni (magari non affidandolo a Sergio Sylvestre…). Avrebbe un significato decisamente più profondo del poco memorabile inno della Lega Calcio. Il discorso finale di Rino Gattuso, con Francesca e il Napoli del cuore, cancella i ricordi di una partita che bella non è stata. L’abbiamo esportata in più di 200 paesi cercando di ravvivare lo stadio deserto con una coreografia da PlayStation che non è piaciuta a tutti, ma resta da apprezzare per il tentativo. Si poteva fare di meglio, ma anche di molto peggio. E pure la premiazione self service ha avuto un significato: ci ha mostrato l’altra faccia di Andrea Agnelli, quella del signore che c’è in lui. A Sarri, probabilmente, i coglioni gireranno meno leggermente di quanto aveva detto alla vigilia. In questa stagione ha già perso due finali e una Juve senza gol in 180 minuti è un inedito anche per chi passava le giornate a criticare Allegri. Il calcio ci ha insegnato che in caso di festeggiamenti il distanziamento sociale non viene rispettato e non è stata una bella lezione, soprattutto ricordando gli effetti devastanti di Atalanta-Valencia. Ma era obiettivamente difficile, se non impossibile, contenere la felicità di Napoli. E la sensazione è che le feste della Ringhio Band siano appena cominciare.

 

Non voleva diventare il becchino del nostro calcio, ne è diventato il salvatore, nonostante a un certo punto si sia trovato come una portaerei giapponese nella battaglia di Midway. Hanno tentato di affondarlo fino alla vigilia con la storia della quarantena e di un decreto legge da riscrivere pochi minuti prima del fischio di ripartenza. Ma, per ora, Gabriele Gravina è riuscito a respingere anche l’incompetenza cronica di questo governo. Il calcio parte davvero, anzi è partito con una tre giorni di Coppa Italia che ha portato a sintonizzarsi su Rai 1 più di 25 milioni di italiani. Presto, come sostengono in tanti, il presidente federale che continua a essere interessato a un passaggio alla Lega, potrebbe ritrovarsi più vicino all’uscita di via Allegri che alla poltronissima. Può darsi, di certo un calcio in cui la Serie A conta meno di un cross di Roccotelli, deve rivedere le sue regole, ma intanto si gioca. Ed è quello che importa agli italiani. E la firma sulla ripartenza l’ha messa il mancato becchino del nostro calcio, schivando le pallottole del ministro dello Sport, del numero uno del Coni (nei giorni dispari, perché in quelli pari era favorevole) e di tanti presidenti con il terrore di retrocedere. Geniale chi tuonava “non si cambiano le regole in corsa” e poi voleva congelare le retrocessioni. Ma la coerenza non è mai stata la qualità migliore di certi personaggi.

 

Adesso lasciamo rotolare il pallone anche senza disinfettarlo, tanto abbiamo capito che non serve. Mancano 124 partite allo scudetto (e alle retrocessioni). Ce ne saranno per tutti i gusti. Un paio andranno in diretta Tv anche per i non abbonati, una bella idea, pure se dare del pane al popolo che si aspetta delle brioches non è proprio la stessa cosa e sebbene in piena crisi d’astinenza non si prevedono assembramenti per Verona-Cagliari. Sarebbe piuttosto gradito un segnale verso gli abbonati perché il silenzio nei loro confronti è davvero imbarazzante. Nel basket qualche società ha concesso dei voucher da utilizzare nei prossimi 18 mesi. Un po’ come hanno fatto palestre, piscine e molti club sportivi. Nel calcio non hanno pensato neppure di regalare ai loro abbonati un pass per vedersi le partite in diretta tv su Sky, Dazn o sul canale del club. Senza abbonati e senza spettatori i club di Serie A rischiano di perdere fino a 100 milioni di euro, con Juve e Inter che avendo stadi abitualmente stracolmi vanno incontro ai buchi peggiori. Senza spettatori potrebbe finire l’effetto casalingo e il prequel del campionato, le tre partite della Coca Cola Cup, ci hanno raccontato che il pallone d’estate potrebbe anche sorprenderci.

 

È difficile immaginarsi una Juve che dopo 8 scudetti consecutivi infila un triplete all’incontrario perdendo coppa, supercoppa e campionato (aspettando la Champions d’agosto). In fin dei conti Sarri è uno abituato a vincere anche in Italia come ci tiene a dire sottolineando le sue 8 promozioni. Certo, sventolare 8 promozioni in casa di chi ha vinto 8 scudetti di fila non può far colpo, ma ne fa ancora meno la Juve vista negli ultimi 180 minuti, troppo brutta e troppo fuori condizione per essere vera. Far ripartire una squadra di calcio dopo quattro mesi di stop è molto più difficile che mettere in moto una vecchia Vespa rimasta in garage tutto l’inverno. C’è qualcuno che ha saputo “ringhiare” meglio degli altri e non è stato Sarri, con la complicità di Ronaldo che pure era uno abituato a deciderle (e non a perderle) le finali. Il campionato in 44 giorni è un famolo strano detto con il tono di voce di Carlo Verdone. È la grande occasione della Lazio che riparte dai 27 gol di Immobile e con un solo punto da recuperare alla Signora Scudetti. Non è difficile capire perché Lotito le ha provate tutte per ripartire. Per la festa scudetto, oltre ad Anna Falchi, potrebbe spogliarsi anche il professor Burioni… Insomma, famolo strano fino alla fine, magari cominciando piano piano a metterci pure qualche tifoso vero.

Umberto Zapelloni

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